Il Centro Sperimentale di Cinematografia ricorda Gianfranco Mingozzi

 
  
Il Centro Sperimentale di Cinematografia ricorda il suo ex allievo Gianfranco Mingozzi che si è spento il 7 ottobre a Roma all'età di 77 anni dopo una lunga malattia.
 
Gianfranco Mingozzi, dopo aver conseguito il diploma di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1958, studia e lavora all'Office National du Cinéma di Montreal. Ben presto diventa assistente di Gianni Franciolini, René Clement e Federico Fellini, è tra gli sceneggiatori de La vita provvisoria (1962) di Vincenzo Gamna e Enzo Battaglia e nello stesso anno esordisce alla regia dirigendo La vedova bianca, episodio dello zavattiniano Le italiane e l'amore.
È anche un apprezzato documentarista che lo vede impegnato nel Sud italiano a occuparsi delle tarantate (La taranta, 1962) come della situazione siciliana (Con il cuore fermo Sicilia, 1965, premiato con il Leone d'oro per il documentario alla Mostra del Cinema di Venezia). I suoi punti di riferimento nella sua attività documentaristica sono state figure come Danilo Dolci, Salvatore Quasimodo, Ignazio Buttitta, Ernesto De Martino, Leonardo Sciascia, Cesare Zavattini, Luciano Berio. Ma soprattutto Gianfranco Mingozzi è stato un regista a cavallo tra modernismo e post-modernità. Nel senso che il cineasta si è sempre confrontato con diversi formati e linguaggi: documentario, fiction, biografie, video, ma anche televisione, teatro, cinema. Il motivo di questo eclettismo e di questo amore entusiasta per l'immagine in movimento lo ha spiegato in modo molto analitico e chiaro lo storico Gianpiero Brunetta: «Regista onnivoro e iperattivo Mingozzi è stato nutrito di immagini dallo svezzamento (suo padre possedeva un piccolo cinema di provincia) e fin da bambino è riuscito a far sì che non vi fosse una reale distinzione tra il mondo delle immagini viste nel buio della sala cinematografica, quelle immaginate nei suoi giochi e quelle viste e vissute nei rapporti con gli altri. Questa capacità straordinaria di riuscire ancora adesso - con una filmografia di tutto rispetto alle spalle - a far sentire una congruenza quasi perfetta tra il tempo della sua vita e il tempo del gioco e della produzione di immagini è un'altra dote ammirevole e non secondaria del suo cinema». In questa opera multiforme, nella sua apparente eterogeneità, il critico francesce Jean A. Gili riconosceva in Mingozzi un cineasta totale in quanto nel suo cinema vi appariva «un equilibrio miracoloso nella confluenza tra il reale e l'immaginario. Il "punto di vista documentato", caro a Jean Vigo, diventa nel suo lavoro una specie di tensione permanente tra il reale e il fantastico». La vela incantata non è stato solo il titolo di un suo bellissimo film, ma anche di una rassegna curata dalla Cineteca Nazionale nel dicembre 2007 (omaggio doveroso visto che il regista è stato anche un allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia). Le ragioni più intime di tale scelta le abbiamo trovate nelle parole commosse e commoventi dell'amica e critica del cineasta, Irene Bignardi: «Ma accanto ai film che la persona Irene Bignardi ama particolarmente anche per le memorie che vi sono legate (parlo di Gli ultimi tre giorni, dove compare mio marito Claudio Cassinelli, che come si vede aveva preso gusto a lavorare con Mingozzi) ce n'è uno che il critico Irene Bignardi ritiene sia un piccolo gioiello: La vela incantata. Ovverosia la scoperta del cinema nelle aie padane di tanti anni fa. Basterebbe, da solo, a raccontare la finezza e la sensibilità, la discrezione e la poesia, di quello strano autore rigoroso e gentile che si chiama Gianfranco Mingozzi». Il suo ultimo lavoro è stato Noi che abbiamo fatto La dolce vita, un bellissimo documentario realizzato insieme all'amico di sempre, Tullio Kezich, e presentato con successo quest'anno a Locarno.