Il nuovo Presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, Dott. Stefano Rulli incontra gli allievi, i docenti e i dipendenti

 

Il neo Presidente Stefano Rulli ha incontrato oggi le varie componenti del CSC - allievi, docenti e dipendenti - rivolgendo loro un appassionato discorso e ricevendo una calorosa accoglienza.

Di seguito si riporta il discorso integrale del Presidente Stefano Rulli:

OGGI COME IERI
 
Il Centro Sperimentale di Cinematografia è una scuola di eccellenza. Per statuto, come tante. Per storia, come poche. La seconda scuola di cinema al mondo dopo quella di Mosca. E, all'interno di questa dimensione storica, una eccellenza politica e culturale unica, perché proprio in queste aule più di settant'anni fa trovarono ospitalità le prime forme del pensiero critico contro il fascismo e i primi embrioni di una nuova identità della cultura italiana.
La consapevolezza di questa eccellenza deve dare a tutti noi l'orgoglio di essere qui e insieme la coscienza del nostro dovere di meritare il ruolo che siamo chiamati a ricoprire, tutti: allievi e docenti, funzionari e dirigenti, così come io stesso per il periodo in cui sarò qui a presiedere il Centro.
 
Un senso di responsabilità reso più necessario e urgente da quanto accade intorno a noi, dal paesaggio di macerie morali che ci circonda: un parlamento pieno di inquisiti, consigli regionali in mano ai corrotti, assemblee comunali dove gli eletti comprano le loro preferenze dalla ndrangheta, per non parlare dell'affarismo fuori controllo, di banchieri laici pronti a darsi lauti dividendi quando non c'è più niente da dividere. Compagnie clericali e cooperative rosse che intrallazzano coi politici di riferimento nel ricco hinterland milanese. Questo pone il problema di una 'questione morale' che ci riguarda tutti.
 
Un anno dopo la Liberazione Piero Calamandrei scriveva a proposito degli italiani (come ci ricordava Barbara Spinelli giorni fa in un suo bell'articolo) che il disfacimento e il pericolo non era nel ritorno del fascismo ma in noi. Ecco, la stessa cosa - mutatis mutandis - potremmo dire di noi al tramonto della seconda repubblica. E in quest'ottica, oggi come ieri, Resistenza non può più tradursi in un generico invito alla rivolta contro l'altrui barbarie ma deve essere, per dirla ancora con Calamandrei, 'la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza'.
La ribellione dunque non tanto e soltanto contro ciò che gli altri hanno mal fatto ma contro ciò che noi avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto. Ognuno nel proprio campo, piccolo o grande che sia.
 
Per me, chiamato oggi a dirigere questo Centro, resistere, nell'accezione di Calamandrei, vuol dire resistere alla tentazione di decidere e agire senza saper prima ascoltare. Resistere alle mie convinzioni personali per capire meglio la realtà che ho davanti e i suoi problemi. Resistere alla rassegnazione che così vanno le cose, che se non c'è lavoro per i miei allievi non è colpa mia, che in fondo la formazione non si può misurare e dunque nessuno mi può giudicare. 'Ribellarsi alla propria cieca e dissennata assenza' vuol dire per me ricordare sempre che il CSC non è una scuola come le altre ma che, in quanto sperimentale, deve innovare per statuto, deve cioè saper riflettere sulle potenzialità delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi e operare per utilizzarli al meglio. E dunque è mio dovere mettere a disposizione degli allievi e docenti le risorse necessarie per essere all'altezza di una formazione al passo con queste trasformazioni. Per far questo occorre porre fine, ove si presentino, a sprechi e storture, prendere visione delle buone pratiche di altre scuole europee per migliorare il nostro modello organizzativo. Ma soprattutto coinvolgere tutti in questo processo di cambiamento che non deve essere contro nessuno ma nell'interesse esclusivo degli allievi.
 
Resistere per un dirigente o un funzionario è non solo pretendere un equa retribuzione e un senso per il proprio lavoro - cioè che serva davvero, che sia parte viva di un progetto culturale vivo e davvero eccellente - ma chiedere a se stesso di viverlo non solo con passiva esecuzione di ordini ma anche come capacità di proporre innovazione, laddove se ne avverta la necessità, attraverso un confronto critico e partecipe.
 
E per un docente cosa vuol dire resistere? Prima di tutto resistere all'idea di pensare l'allievo come un traduttore dei propri pensieri e delle proprie convinzioni estetiche, e viverlo invece come un unicum da rispettare e assecondare nella sua specificità creativa, un nuovo mondo che con la sua giovinezza ci trasmette non solo rabbie e confusioni ma anche nuovi desideri, nuovi bisogni e nuovi sguardi.
 
L'invito di Calamandrei è tanto più forte e pressante per i giovani che abitano questa scuola. Resistere, vuol dire ad esempio per un allievo non chinare la testa davanti alle inadempienze del Centro e dei suoi docenti ma anche e soprattutto pretendere il meglio da se stesso. Frequentare con assiduità e impegno la scuola deve essere sentito come un obbligo non tanto nei confronti della legge ma di quel compagno che hai conosciuto, con cui hai lavorato fianco a fianco per settimane durante il propedeutico e che ha dovuto rinunciare ad andare avanti perché i docenti hanno ritenuto te più idoneo e meritevole.
La scuola, con tutte le risorse didattiche che essa può offrire, non deve d'altra parte essere considerata un privilegio da utilizzare se e quando si vuole ma un vincolo forte, un patto non scritto che ci lega agli altri compagni di corso perché di fatto la nostra presenza o assenza è una cosa che riguarda anche il diritto loro a confrontarsi con noi per capire meglio chi sono. Con loro bisogna imparare a lavorare, accettandone pregi e difetti, perché così vi capiterà di dover fare quando vi troverete a lavorare nell'industria dell'audiovisivo. Ma soprattutto perché è giusto. Perché un'opera collettiva - che sia cinema fiction o documentario poco cambia - richiede capacità di confronto e a volte anche di scontro ma sempre spirito di solidarietà e attenzione alla creatività dell'altro.
 
Settant'anni fa là fuori c'era la guerra, il caos e la disperazione. Eppure qua dentro c'era qualcuno che, invece di rassegnarsi al dominio della retorica patriottarda, sentiva che la migliore forma di Resistenza era osare nuove idee, nuove parole, ma soprattutto un nuovo modo di guardare la realtà. Oggi non sono più le bombe a distruggere il nostro paese e la nostra fiducia nel futuro, non sono più case e strade ad essere sventrate, ma i nostri valori e modi di pensare. Eppure, oggi come ieri, c'è bisogno che il cinema torni ad interrogarsi sul suo senso e sulla capacità di raccontare un mondo che cambia, e a ricercare nuovi linguaggi e nuove utopie.
 
Proviamoci tutti assieme, in questo nuovo dopoguerra dove molto poco dell'Italia che abbiamo conosciuto è rimasto in piedi. Con la stessa consapevolezza di chi ci provò più di mezzo secolo fa, con la stessa incertezza ma anche lo stesso entusiasmo dei Chiarini, dei Barbaro, dei Blasetti, degli Arnheim. Perché, malgrado tutto, oggi come ieri, per ricostruire il paese non c'è bisogno solo di manovre economiche ma anche di artisti.