Cinema Trevi: "(In)visibile italiano: Il cinema terminal(e) di Paolo Breccia". Alle 20.45 incontro con l'autore

 

 27.11.2009

Paolo Breccia, diplomato in regia al Centro Sperimentale nel 1968, è tra i cineasti italiani più appartati, così come il suo cinema autoriale, da sempre invisibile.

                                                             
                                                                                               «La vita è un volo dopo uno sgambetto»
                                                                                                            dal film Terminal
 
Dopo la laurea in legge Paolo Breccia ha frequentato il corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia e si è diplomato nel 1968. «Era il '68. Io frequentavo il Centro Sperimentale e venne nominato Roberto Rossellini come direttore del Centro», ricorda Breccia in un'intervista, «Rossellini era un personaggio al contempo geniale e "irresponsabile", che ci lasciò liberi di fare quel che volevamo... fu una sorta di autogestione. Ottenni tremila metri di pellicola, in sostanza la durata di un lungometraggio, con i quali feci un film, abbastanza delirante: Sul davanti fioriva una magnolia, che andò anche, in una sezione collaterale, a Venezia. Il film piacque a molti, persino a Bernardo Bertolucci, che mi disse: "Adesso, dopo avere fatto un film così, non ti resta che scrivere una storia. E dopo è fatta"... Non fu buon profeta». Nonostante qualche positivo apprezzamento critico (qualcuno commentò con queste parole: «memorabile frutto "maudit" fuori stagione, il più limpido dei film ermetici, il più ottimista dei film apocalittici, il più romanzesco dei film didattici») il film resta inedito nelle pubbliche sale. Nel 1969 realizza il suo secondo lungometraggio Immortalità - Camillo Torres, un prete guerrigliero, anch'esso presentato alla Mostra del Cinema di Venezia all'interno della rassegna Nuove tendenze del cinema italiano. Forse a causa della durata breve, 59 minuti, il film non è stato distribuito. La sua opera più "ricca" e "visibile" è Terminal (1975): «Arrivo quindi a Terminal, che invece ebbe una via molto più tradizionale, più normale, burocratica, essendo un articolo 28. Un buon budget, finalmente, anche perché in più ci mise l'Italnoleggio che diede un contributo. In realtà, aveva un certo sostegno economico, il film; e la garanzia, questa volta, della distribuzione. Che difatti poi c'è stata, per quanto minima». «Se oggi il regista dice che gli sta bene che il suo film sia stato plagiato in toto da Solinas per la sceneggiatura di Mr Klein», scrive giustamente Davide Pulici, «la cosa deve stare bene anche a noi. Però ci permettiamo almeno di aggiungere che il Berger di Terminal (doppiato da Sergio Graziani) non sfigura a petto col Delon di Losey e che la pellicola italiana non ristagna né annoia mai». Ma i soli dodici milioni d'incasso fanno cadere il regista nell'oblio. Collabora in qualità di sceneggiatore nei film degli amici e colleghi Emidio Greco e Amedeo Fago, fa un po' di televisione, in particolare il documentario Roma Termini, e scrive soprattutto diverse sceneggiature inedite come La costa dei barbari, realizzata insieme con il giornalista Dante Matelli. Il suo ultimo film risale al 1991, anch'esso enigmatico, apocalittico, "terminale": Cena alle nove.
 
ore 17.30
Terminal (1975)
Regia: Paolo Breccia; soggetto e sceneggiatura: P. Breccia; fotografia: Gianni Bonicelli; scenografia: Amedeo Fago; costumi: Mariolina Bono; musica: Giovanna Marini; montaggio: Sergio Nuti; interpreti: William Berger, Mirella D'Angelo, Niccolò Piccolomini, Rossella Or, Giuliana Calandra, Ezio Marano; origine: Italia; produzione: Cooperativa Bocca di Leone; durata: 110'
Apologo sul tema del potere e sui mezzi forti per conquistarlo, avvolto in una struttura da giallo al servizio del cinema politico di quegli anni, in uno scenario futuristico dagli echi vagamente kafkiani. «All'epoca mi interessava un tipo di cinema metaforico, ma da una parte in cui la metafora fosse contenuta all'interno di una struttura convenzionale. […] Avevo fondamentalmente due archetipi - esistenti sia nella letteratura sia nel cinema - sulla cui variazione, rivisitazione volevo lavorare: il tema del sosia e il tema di Jekyll & Hyde. Mischiando le due cose, arrivai alla storia del film, uno che entra nella vita di un altro…» (Breccia). Nella colonna sonora si segnalano ben quattro pezzi dei Perigeo, storico gruppo jazz-progressive italiano.
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 19.30
Immortalità - Camillo Torres, un prete guerrigliero (1969)
Regia: Paolo Breccia; soggetto e sceneggiatura: P. Breccia; fotografia: Luigi Verga; musica: Walter Camurri; interpreti: Felipe Escobar, Maria Victoria Uribe, Natanale Diaz, Jesus Soto, Magola Cogollos; origine: Italia; produzione: Leonardo Palmieri Produzioni Cinematografiche; durata: 59'
Il film racconta la storia di Camilo Torres, il sacerdote-guerrigliero colombiano, attraverso tre giovani personaggi che sintetizzano la realtà sociale dell'America Latina. Il primo Camillo ricorda il periodo iniziale della vita Torres: è uno studente universitario dell'alta borghesia di Bogotà e muore durante una manifestazione studentesca assistito dal sacerdote nero Camillo. Questo secondo Camillo rappresenta il periodo sacerdotale di Torres, la sua attività sociale e le sue delusioni culminanti con l'abbandono dello stato religioso e l'adesione alla guerriglia. Il terzo Camillo è il contadino, che diventa un capo della guerriglia e viene ucciso. «La figura di Camillo non è aggiunta, è premessa al film; uso solo il suo nome e non ho avuto la pretesa di ricostruirne la vita» (Breccia).
 
ore 20.45
Incontro con Paolo Breccia
 
a seguire
Cena alle nove (1991)
Regia: Paolo Breccia; soggetto e sceneggiatura: P. Breccia; fotografia: Massimo Lupi; scenografia e costumi: Beatrice Scarpato; musica: Juan Bacalov; montaggio: Bruno Sarandrea; interpreti: Gianluca Favilla, Antonella Attili, Valerio Andrei, Lea Barletti, Ilaria Borrelli, Wladimiro Guadagno; origine: Italia; produzione: Antea; durata: 72'
«Non succede nulla, succede tutto in Cena alle nove, corale "movimento poetico" di Paolo Breccia, uno dei più sfortunati "piccoli film" degli ultimi anni, immeritatamente ignorato dalla distribuzione e dalla critica. Lo sguardo cinematografico di Breccia [...] pedina, insinuante e curioso, feroce e ironico, frementi frammenti d'una quotidianità qualunque, colta come per caso. Il fulcro dell'azione è una cena commemorativa d'un gruppo di giovani amici, ma il luogo si espande all'intero caseggiato [...]. Tutto scorre, niente cambia. Le parole, i dialoghi, le emozioni virano sopra le righe. Le azioni sprofondano nell'irrealismo. Il disagio pulsa. L'ironia è un avamposto della disillusione. La sopravvivenza è resistenza. L'alba torna a schiarire le oscurità della mente, a risvegliare i corpi» (Fabio Bo).