La seconda parte della rassegna,
dedicata al documentario e in programma a febbraio, è invece
più centrata sul presente, dal 2005 ad oggi, con film che
riescono a portare ancor più in primo piano le mille storie
degli stranieri e delle cosiddette seconde generazioni che vivono
in Italia, e che raccontano in prima persona e dal proprio punto di
vista le sfide che hanno affrontato per raggiungere il nostro paese
e i sogni con cui si confrontano giorno per giorno, nella lucida
consapevolezza di essere innanzitutto cittadini.
Insomma due parti che si guardano allo specchio e che costruiscono
le due facce di una stessa medaglia: per aiutarci a capire che solo
insieme potremo raccontare e costruire oggi il nostro domani. Ci
auguriamo che un ideale spettatore che possa seguire tutta la
rassegna dall'inizio alla fine ne esca in qualche modo cambiato,
quanto meno nel modo di rapportarsi al tema dell'immigrazione e
degli stranieri in Italia: meno colpito dall'emergenza e più
dall'idea di un incontro possibile, del nostro domani che
già da oggi si va formando nelle piccole grandi azioni
quotidiane, per forza di cose contaminate.
La rassegna, curata da Maria Coletti, è realizzata dalla
Cineteca Nazionale in collaborazione con Archivio delle Memorie
Migranti, Asinitas Onlus, Bolero Film, Cinecittà Luce, CSC
Production, Eskimo, FactionFilms, Figli del Bronx, Filmalbatros,
Ichnos Network Project, Il Labirinto, La Beffa Produzioni, La
Sarraz Pictures, Medusa Film, Minerva Pictures, Movimento Film,
Parthenos, Struggle Filmworks, Zalab, Zenit Arti Audiovisive.
Ringraziamo in particolare tutte le persone che ci hanno aiutato a
costruire questa rassegna: Simone Amendola, Angela (Athena
Cinematografica), Marta Bifano, Michela Calisse, Fabio Caramaschi,
Alice Casalini, Giulio Cederna, Barbara Dante, Juan Francisco Del
Valle Goribar, Federica Di Biagio, Gaetano Di Vaio, Alessandra
Guarino, Giusy Gulino, Monica Iezzi, Fred Kuwornu, Angelo Loy,
Giulia Moretti, Sergio Pelone, Francesca Portalupi, Marco Simon
Puccioni, Camilla Ruggiero, Gianluca Scarabotti, Paola Scarnati,
Andrea Segre, Davide Tosco, Massimiliano Trepiccione, Giorgio
Valente, Dagmawi Yimer.
Martedì 14 ore 18
Inatteso(2005)
In
collaborazione con CSC Production
Regia: Domenico Distilo; soggetto
e sceneggiatura: Chiara Faraglia, Addam Mounir, Chiara Pazzaglia,
Federico Fava, Iosella Porto, D. Distilo; fotografia: Christian
Burgos, Maurizio Tiella, Massimiliano Taricco; montaggio: Paola
Fournasier; interpreti: Mohammed Ali Abubakar, Samuel Teklu, Lual
Schoul Adam, Joanna W. M. Henneman, Gianni Calastri, Ridvan Ozmen,
Nur Mohammed Jamshidi; formato: Beta Digit; origine: Italia;
produzione: Centro Sperimentale di Cinematografia; durata:
50'
Chi chiede asilo politico in
Italia teme per la propria sopravvivenza. E' costretto ad attendere
diversi anni con il divieto di lavorare e senza ricevere assistenza
dallo Stato. Non un luogo dove stare, né cibo, né
informazioni. I migranti una volta sbarcati a Lampedusa, sono
condotti nei centri di identificazione. Alla richiesta di asilo
politico ricevono un permesso di soggiorno trimestrale
affinché possano circolare legalmente su territorio italiano
e seguire l'iter per conseguire lo status di rifugiato. Il
soggiorno si protrae per diversi anni, data l'inefficienza del
sistema italiano in questo ambito. Durante questo lungo periodo non
viene erogata alcun assistenza, e con il divieto di lavorare, pur
legalmente accolti nel territorio italiano, i richiedenti asilo
sono costretti a lavorare in nero e a svolgere i lavori più
duri. I profughi si riuniscono in comunità costruendo
rifugi, occupando edifici abbandonati nei pressi dei luoghi del
lavoro agricolo e spostandosi seguendo le stagioni di raccolta.
Sopravvivono grazie alla loro rete di solidarietà alle
associazioni di volontariato ed al lavoro nero. A partire da Roma
dove una vasta comunità ha occupato gli ex magazzini delle
Ferrovie dello Stato nei pressi della stazione Tiburtina, il film
traccia le tappe del viaggio di una popolazione nomade di profughi
richiedenti asilo che attraversando la penisola italiana raggiunge
i luoghi delle raccolte stagionali per poter così
sopravvivere. Un viaggio nella geografia dell'esilio di eroi,
disertori e profughi delle guerre post-coloniali dell'Africa, nuovi
migranti d'Europa. «Inatteso dona una voce
ai migranti utilizzando due soluzioni opposte tra loro: il regista
alterna infatti le interviste, delle quali si sente solo la
risposta dell'immigrato, con la lettura di testi scritti, in arabo,
in inglese e in italiano. Questi testi vengono interpretati dai
migranti, sullo sfondo di scenografie diverse, come se stessero
leggendo un copione: provocando così uno straniamento che
ricorda inevitabilmente Jean-Marie Straub e Danièle Huillet
che, non a caso, vengono ringraziati nei titoli di coda. Lo spunto
più interessante di Inatteso si trova dunque proprio
in questa fusione, apparentemente contrastante, tra una messa in
scena teatrale e una rappresentazione del reale che è la
più oggettiva possibile, alla ricerca di un iperrealismo che
metta nudo una realtà nascosta» (Alice Casalini,
«Cinemafrica»).
ore 19
L'orchestra di Piazza
Vittorio(2006)
Regia: Agostino Ferrente;
soggetto e sceneggiatura: Francesco Piccolo, Mariangela Barbanente,
Massimo Gaudioso, A. Ferrente; fotografia: Sabrina Varani, Giovanni
Piperno, Simone Pierini, Alberto Fasulo, Greta De Lazzaris; musica:
L'Orchestra di Piazza Vittorio; montaggio: Desideria Rayner, Jacopo
Quadri; interpreti: Mario Tronco, Dina Capozio, Mohammed Bilal,
Houcine Ataa, A. Ferrente, Carlos Paz, Rahis Bharti, Ziad Trabelsi,
Omar Lopez Valle, Raul Schebba, Pino Pecorelli, John Maida, Peppe
D'Argenzio, Evandro Dos Reis, Marian Serban, Gaia Orson, Awalys
Ernesto Lopez, Giuseppe Smaldino; formato: 35 mm; origine: Italia;
produzione: Lucky Red, Bianca Film; durata: 90'
Il film racconta la genesi
dell'Orchestra di Piazza Vittorio, la banda musicale nata per
iniziativa di Mario Tronco, il tastierista degli Avion Travel, e di
Agostino Ferrente. Nel quartiere di Piazza Vittorio, la parte di
Roma storicamente più interculturale, si sono intrecciate le
storie di vita e le esperienze di ragazzi arrivati da ogni parte
del mondo in cerca di nuove opportunità. In cinque anni di
attività, l'Orchestra ha raccolto persone diverse, che si
sono conosciute per la strada e hanno deciso di dare vita a un
nuovo modo di intendere la musica e di realizzare il sogno di avere
una famiglia e un lavoro. «Siamo di fronte a una specie
di versione moderna e neorealista della favola dei Grimm I
suonatori di Brema, dove l'asino, il cane, il gatto e il gallo
si mettono insieme per emanciparsi dai padroni formando
un'orchestra. [...] La puntuale e animata descrizione di
un'avventura multietnica che è una lezione sull'unica strada
da intraprendere per salvare un mondo in via di rapida
trasformazione confusionale: l'integrazione e la valorizzazione dei
talenti e delle culture, la contromisura per ciò che Danilo
Dolci ha chiamato 'o spreco' degli esseri umani. Ben presto lo
capiranno anche i fomentatori della 'paura del diverso', i profeti
delle guerre etniche: il mondo di domani sarà in grande
l'Orchestra di Piazza Vittorio, o non sarà. [...] L'impresa
di Tronco e Ferrente può essere vista come la versione
ruspante dell'iniziativa del maestro Daniel Barenboim, che dal 1999
fa suonare insieme 78 musicisti israeliani e arabi nella
West-Eastern Divan Orchestra. Il monito che emerge delle due
operazioni parallele, anche se in piazza Vittorio regna la musica
varia e Barenboim propone la Nona sinfonia, è assolutamente
lo stesso: fate l'orchestra e non la guerra» (Tullio Kezich,
«Corriere della Sera»).
ore 21
Le ferie di Licu
(2007)
Regia: Vittorio Moroni; soggetto
e sceneggiatura: V. Moroni, Marco Piccarreda; fotografia: V.
Moroni, M. Piccarreda, Habib Rahman; musica: Mario Mariani;
montaggio: M. Piccarreda; interpreti: Md Moazzem Hossain Licu,
Fancy Khanam, Giulia Di Quilio, Khokan Miah, Anwar Khan, Andrea Wu,
Syed Mohammed Ali, Mirco Tagliaferro, Arianna Marinazzo, Abdel
Karim, Delowar Hossain Khan, Alessia Corazza; formato: 35 mm;
origine: Italia; produzione: 50N; durata: 93'
Licu, 27 anni, è
arrivato a Roma dal Bangladesh da otto anni e da poco ha ricevuto
il permesso di soggiorno. Musulmano, Licu vive in un appartamento
che divide con altre otto persone, e lavora dodici ore al giorno
dividendosi tra il magazzino di un laboratorio tessile e la cassa
di un negozio di generi alimentari. Licu si è integrato
piuttosto bene, ma per rispettare le usanze del suo paese accetta
di sposare la ragazza che sua madre ha scelto per lui. Licu parte
così per il Bangladesh dove avrà luogo il matrimonio
con Fancy, una ragazza di 18 anni che lui ha visto solo in
fotografia. Dopo vari contrattempi e complicazioni, il matrimonio
viene celebrato e i due novelli sposi tornano in Italia dove
inizieranno il difficile cammino per imparare a conoscersi e, se
possibile, amarsi. «Moroni ottiene una sorprendente
vicinanza d'osservazione, mantenendo un altrettanto sorprendente
rispetto delle distanze. La macchina da presa non invade il mondo
dei due giovani, ma sa raccontarcelo dall'interno. Si comporta come
un invitato attento e rispettoso, e proprio questa sua discrezione
curiosa ne fa il terzo protagonista del film. Non a caso, appena
arrivato al suo villaggio, Licu si volge verso la macchina da presa
e la presenta ai suoi. Loro mi accompagnano dall'Italia, dice
pressappoco, indicando gli autori e la troupe (che restano celati
ai nostri occhi). E bene ha fatto il montaggio a mantenere questa
inquadratura breve. Non ricordiamo d'avere visto un "disvelamento"
dell'obbiettivo tanto spontaneo e tanto felicemente
narrativo» (Roberto Escobar, «Il Sole 24 ore»)
«Il film ha soprattutto un pregio di onestà
intellettuale. Di fronte all'atteggiamento culturalmente
schizofrenico di Licu, che pure è un bravissimo ragazzo,
Moroni cerca di sospendere il giudizio, ma le malinconiche immagini
della diciottenne e dolcissima Fancy, costretta a stare intere
giornate segregata in casa perché la tradizione le vieta di
uscire senza il marito, induce a una riflessione su quanto sia
lunga e complicata la strada dell'integrazione quando sono in gioco
concezioni tanto diverse della libertà individuale»
(Alessandra Levantesi, «La Stampa»).
Mercoledì 15
ore 18
Sei del mondo(2007)
Copia per
gentile concessione di Il Labirinto
Regia, soggetto e sceneggiatura:
Camilla Ruggiero; fotografia: Gianluca Mazza; montaggio: Eros
Achiardi; suono in presa diretta: Fabio Russo, Andrea Viali;
musica: Billy Bilolo, Marco Lentini, Stawek Papiez, Euthopia; con:
Billy Bilolo, Nosa Otubu, Stawek Papiez, Boyan Kabov, Looknath
Chowdhuiry, Anna Vitus, Marc Krito Kandoker, Badal Hossain, Eric
Rocha, Francesco Palima; formato: Betacam; origine: Italia;
produzione: Il Labirinto; durata: 52'
Attraverso i racconti di
alcuni studenti stranieri, dal Congo alla Romania, dal Bangladesh a
Capoverde, ci avviciniamo alle loro diverse realtà di
integrazione e ai loro piccoli e grandi conflitti. Sono ragazzi
"del mondo", in Italia da pochi anni o da una vita, in bilico fra
la conquista di una nuova identità e il doloroso oblio delle
proprie radici. Dalle note di regia: « Un paio di anni fa
ci stavamo occupando di rifugiati politici quando una operatrice di
un ente di assistenza ci fece notare che il vero problema sociale
del futuro sarebbe stato quello dell'integrazione delle 'seconde
generazioni' di immigrati. Il nostro paese ha dovuto affrontare nel
giro di pochi decenni il passaggio da terra di emigranti a meta di
immigrazione, fronteggiando i problemi dell'accoglienza che altri
paesi del mondo occidentale avevano già affrontato in
passato. Nei prossimi anni la nascita della seconda generazione
segnerà sempre più il passaggio da immigrazioni
temporanee a insediamenti durevoli che cambieranno i meccanismi di
accettazione da parte della società ricevente e i rapporti
con le istituzioni sociali. Allora non avevamo gli strumenti per
capire la grande portata della questione, ma ci siamo appassionati
e abbiamo voluto approfondirla con il nostro film. La
scarsità di materiale (studi, saggi, articoli ecc) che
abbiamo incontrato per documentarci ci ha convinti dell'urgenza di
trattare la questione e di portare l'attenzione su un problema che
riteniamo fondamentale».
ore 19
Fratelli
d'Italia(2009)
Copia per
gentile concessione di Cinecittà Luce e Il Labirinto
Regia: Claudio Giovannesi;
fotografia: Ferran Paredes Rubio, Andrea Spalletti Panzieri;
musica: Claudio Giovannesi; montaggio: Giuseppe Trepiccione; con:
Alin Delbaci, Masha Carbonetti, Nader Sarhan; origine: Italia;
produzione: Giorgio Valente per Il Labirinto, in collaborazione con
Fake Factory, Educinema, ITC Toscanelli e Regione
Lazio; formato: Beta digital; sito web:
http://fratelliditaliailfilm.blogspot.com; durata: 90'
Il rumeno Alin, la bielorussa
Masha e l'egiziano Nader, tutti e tre allievi dell'Istituto statale
'Toscanelli' di Ostia, peraltro cittadini italiani, sono i
protagonisti autentici e straordinari, con il loro accento
romanesco miscelato con la lingua d'origine, delle loro vite
quotidiane da adolescenti. La cinepresa li pedina in questa loro
complessa età di passaggio, che prepara l'ingresso tra gli
adulti, fatta di contrasti con le regole richieste da genitori e
scuola, di difficili compromessi con la loro origine e con le
tradizioni straniere cui appartengono. Fratelli d'Italia è,
in questo senso e come molti giornalisti e critici attenti alle
trasformazioni del nostro paese hanno saputo cogliere, un documento
del grado di partecipazione e di inclusività che la scuola
italiana, come parte più attenta della società, va
realizzando da anni, a vantaggio e a sostegno dell'integrazione
degli studenti stranieri. «Claudio Giovannesi [...] si
è messo a pedinare, come insegnava Zavattini, tre allievi
dell'Istituto Tecnico Toscanelli di Ostia, proseguendo il lavoro
iniziato con Welcome Bucarest, altro docu molto amato e premiato
[...]. Ne è uscito un film vivace e interessantissimo,
Fratelli d'Italia, che è un po' la risposta italiana
a La classe di Cantet [...]. L'amore sempre da inventare che
lega chi insegna e chi impara» (Fabio Ferzetti, «Il
Messaggero»). «I tre spaccati restituiscono il racconto
dettagliato di varie forme di integrazione interculturale tanto
più interessanti quanto più il tono attraverso cui
vengono fuori vira sulla leggerezza, sull'ironia. Per motivi,
certo, estetici, ma soprattutto perché è così
che accade l'integrazione: un processo dialettico, un qualcosa che
muove indipendentemente da ogni volontà che non sia quella
di chi tutti i giorni la vive, spesso e volentieri, con la
leggerezza di un ragazzo di sedici o diciotto anni, il cui problema
più grosso non è, ovviamente, l'integrazione, ma la
scuola e i prof, la fidanzata e la famiglia. Il lavoro
sull'integrazione interculturale è tanto più efficace
quanto più si riesce a dimenticarne l'importanza nel momento
in cui lo si porta avanti; per questo il cinema è il mezzo
adatto per raccontarla: il rapporto tra l'occhio registico e la sua
materia è regolato dalla stessa leggera incoscienza di chi
è tanto consapevole di farsi carico di un ruolo in un
processo di integrazione da riuscire a dimenticarsene»
(Simone Moraldi, «Cinemafrica»).
ore 21
Io, la mia famiglia Rom e
Woody Allen(2009) (ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Zenit Arti Audiovisive
Regia: Laura Halilovic; soggetto
e sceneggiatura: Laura Halilovic, Nicola Rondolino, Davide Tosco;
fotografia: Fabrizio Giuliano, Laura Halilovic, Davide Tosco;
musica: Fabio Barovero, Bruskoi Prala, Giuseppe Napoli; montaggio:
Marco Duretti; suono: Nicola Rondolino, Fabio Coggiola; con: la
famiglia Halilovic; origine: Italia; produzione: Davide Tosco per
Zenit Arti Audiovisive in associazione con Aria Viva, in
collaborazione con Radiotelevisione Italiana - Rai Tre, con il
sostegno di Open Society Institute; formato: DigiBeta; durata:
50'
Il documentario è la
storia di una ragazza Rom che abita con i suoi in un quartiere
popolare alla periferia di Torino. Il racconto in prima persona
della regista esplora i cambiamenti e le difficoltà della
nuova vita stanziale affrontando i contrasti e le incomprensioni
che fin da bambina la accompagnano nelle relazioni con i
Gagè, tutti quelli che non sono Rom. Attraverso i ricordi
dei suoi familiari, tra cui l'anziana nonna che ancora vive in un
campo, le fotografie e i filmati del padre che negli anni documenta
la vita quotidiana della piccola comunità, scopriamo una
realtà fino ad oggi conosciuta solo attraverso gli
stereotipi e i luoghi comuni. Ma il documentario non è
soltanto un affresco sull'umanità delle relazioni e sulla
voglia di fare qualcosa a dispetto delle difficoltà, di
fatto chi parla è una ragazza di oggi che cresce inseguendo
i propri sogni combattendo contro i pregiudizi e le tradizioni di
una cultura difficile da accettare. «Una regista donna,
rom e di soli diciannove anni (seppure aiutata nella sceneggiatura
e nella lavorazione dai più "esperti" Nicola Rondolino e
Davide Tosco): basterebbe questo a rendere Io, la mia famiglia
rom e Woody Allen un caso. Ma il documentario di Laura
Halilovic, al suo esordio, è anche un piccolo gioiello di
semplicità: la ricerca della propria identità da
parte di un'adolescente, "frugando" nella storia della propria
famiglia, nel suo viaggio dalla Bosnia all'Italia e nel passaggio
dal nomadismo allo stanziamento (la famiglia di Laura vive oggi in
una vera e propria casa, come dei Gagé - termine con cui i
rom chiamano tutti i "non-rom"). Un documentario da cui emerge
forte la matriarcalità della famiglia Halilovic, con le
forti personalità della mamma e della nonna. Non è
solo un documentario su un popolo, ma su figure specifiche che -
come spesso accade - rendono più interessante il lavoro
perché creano affezione» (Carlo Griseri,
«Cinemaitaliano.info»).
Giovedì
16
ore 17.30
Giallo a Milano
(2009)
In
collaborazione con CSC Production e La Sarraz Pictures
Regia e soggetto: Sergio Basso;
fotografia: Daniel Arvizu; musica: Enea Bardi; montaggio: Davide
Vizzini; suono: Andrea Sileo, Paolo Benvenuti; con: Wen Zhang,
Jessica Pattuglio, Cristiano Pattuglio, David Chao, Wu Xiaoyun,
Isabella Mao Yufei; origine: Italia; produzione: Alessandro
Borrelli per CSC Production e La Sarraz Pictures; formato: Beta
Digital; durata: 74'
A Milano esiste una delle
più antiche Chinatown d'Europa. Attraverso immagini e
filmati d'epoca alternati ai racconti di venti cinesi residenti nel
capoluogo lombardo viene fotografata la loro comunità con
particolare attenzione alle loro difficoltà quotidiane ma
anche ai loro sogni e tradizioni. «Riprese mobili,
composizione simmetrica del quadro, split screen, musica non
diegetica e persino animazione: non c'è intento mimetico in
Giallo a Milano. Sergio Basso non nasconde l'artificio
cinematografico in virtù di una presunta obiettività,
bensì racconta la comunità cinese attraverso numerose
piccole storie, con stili diversi e tenendo un buon ritmo.
[…] Con lo scorrere dei minuti le idee preconcette si
dileguano, mentre se ne scopre l'altra faccia: secondo i cinesi gli
italiani sono pigri, un'accusa meravigliosa in una città che
fa del culto del lavoro un onore e che spesso liquida come
indolenti immigrati d'altra provenienza. Perché, come un
uroboro, i pregiudizi finiscono per rincorrersi e cibarsi di se
stessi» (Andrea Fornasiero, «FilmTv»).
«Basso ha un bel tocco narrativo, in mezzo tra la fiction e
il documento, sparigliando le carte: scuote le menti, solletica il
cervello e diverte la pancia» Maurizio Porro (Corriere della
Sera).
ore 19
Sola andata. Il viaggio di un
Tuareg(2010)
Copia per
gentile concessione di FactionFilms
Regia, sceneggiatura, fotografia:
Fabio Caramaschi; suono presa diretta: Francesco Morosini; musica:
Riccardo Cimino; montaggio: Silvia Caracciolo; con: Alkassoum,
Sidi; origine: Italia; produzione: Fabio Caramaschi e Sylvia
Stevens per FactionFilms; formato: video; sito ufficiale:
www.fabiocaramaschi.com; durata: 52'
Due giovanissimi fratelli
Tuareg nati nel deserto del Niger si trovano separati dal loro
destino di migranti. Il più piccolo, Alkassoum, è
rimasto bloccato in Africa per anni per problemi di
ricongiungimento, mentre il più grande, Sidi, cresceva in
Friuli, nel cuore del Nordest industriale italiano con il resto
della sua famiglia e la piccola comunità che i Tuareg hanno
costituito a Pordenone lavorando come operai nelle fabbriche della
zona. È proprio Sidi, armato lui stesso di una
telecamera ad accompagnarci alla scoperta della loro condizione
sospesa tra il desiderio di integrarsi nella realtà italiana
e la nostalgia degli immensi spazi dell'infanzia africana.
Dalle note di regia: «Ho incontrato i protagonisti di questa
storia quasi dieci anni fa in Niger e il rapporto di amicizia e di
fiducia reciproca che si è instaurato tra noi è
l'elemento fondamentale che ha permesso la realizzazione di questo
lungo e complesso progetto documentario. Grazie ad un paziente
lavoro di avvicinamento, la mia telecamera è diventata per i
Tuareg e in particolare per i giovani protagonisti Sidi ed
Alkassoum, non solo un compagno di viaggio cui rivelare confidenze
e desideri, ma anche un utile alleato in un difficile percorso di
comprensione e di riaffermazione della propria identità
culturale. Il fatto che sia lo stesso Sidi a filmare parte delle
immagini e delle interviste mi ha permesso di offrire a lui la
possibilità di esprimersi e auto-rappresentarsi e al tempo
stesso di fornire allo spettatore un punto di vista interno alla
vicenda narrata in cui identificarsi».
ore 20
Magari le cose cambiano
(2009)
Copia per
gentile concessione di Zalab
Regia e soggetto: Andrea Segre;
fotografia: Luca Bigazzi; musica: Piccola Bottega Baltazar,
Collettivo Angelo Mai, Slede Zlive Slede; montaggio: Luca Manes;
suono: Riccardo Spagnol; aiuto regia: Matteo Calore; con: Neda
Bonardi, Sara Shokry, Lorenzo e Gabriele Bonardi, Luca Li Calsi,
Paolo Berdini; origine: Italia; produzione: A. Segre e L. Manes per
Zalab e Off!cine; formato: HD; durata: 63'
La dignità di due donne
contro l'urbanistica del privilegio. Un viaggio nel cuore delle
moderne borgate romane, dove migliaia di cittadini italiani e
stranieri si vedono quotidianamente negato il diritto alla
dignità. Neda è una signora romana di 50 anni, una
"romana de Roma", nel senso che è cresciuta negli anni '60
nel cuore di Roma, a due passi dal Colosseo. Oggi però Neda
non vive più a Roma. Sta a Ponte di Nona. Sara, 18 anni, a
Ponte di Nona invece ci è cresciuta: figlia di una pugliese
e di un egiziano, è una delle pochissime ragazze di Ponte di
Nona che ha avuto la possibilità di studiare al Liceo.
«Segre però ha un'altra sensibilità, lui le
ingiustizie le sente addosso e non è interessato alle
inchieste giornalistiche dure e pure, ha bisogno di entrare dentro
le persone, sentirle parlare e sentirle addosso. E così la
sua indagine spontanea, umana, l'affida a due donne. Diverse,
intelligenti, complementari […].Sono accomunate dalla rabbia
tranquilla di chi non vuole smettere di credere in un mondo
migliore e di combattere per ottenerlo, e dalla consapevolezza
dell'enormità del compito. Sara ha capito che è lo
studio la vera opportunità, la cultura, cita e analizza Marx
con la chiarezza e l'essenziale acutezza che storici, filosofi e
politologi spesso non hanno» (Boris Sollazzo,
«Liberazione»). «Quel che più risalta in
questa effrazione inusitata nella periferia romana (fotografata
egregiamante da Luca Bigazzi), è la sostanziale separazione
dalla Capitale e suoi dintorni. Arrivare lì e uscirne non
è cosa facile, e come in un improbabile racconto di Calvino,
essa è davvero una "città invisibile" (come i suoi
abitanti), seppur i colori dei suoi palazzi fiammeggianti lascino
immaginare un miraggio che non c'è» (Dario Zonta,
«L'Unità»).
Venerdì
17
ore 18
Come un uomo sulla
terra(2008) (ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Zalab
Regia: Andrea Segre, Dagmawi
Yimer, in collaborazione con Riccardo Biadene; soggetto e
fotografia: A. Segre; musica: Piccola Bottega Baltazar; montaggio:
Luca Manes con la collaborazione di Sara Zavarise; postproduzione
audio: Riccardo Spagnol; aiuto regia: Matteo Calore; con: Fikirte
Inghida, Dawit Seyum, Senait Tesfaye, Tighist Wolde, Tsegaye Nedda,
Damallash Amtataw; collaborazione al soggetto: Stefano Liberti;
consulenza giornalistica: S. Liberti e Gabriele Del Grande;
consulenza storica: Alessandro Triulzi; origine: Italia;
produzione: A. Triulzi, Marco Carsetti e A. Segre per Asinitas
onlus, in collaborazione con ZaLab; sito ufficiale:
comeunuomosullaterra.blogspot.com; formato: Mini DV; durata:
60'
Dag studiava Giurisprudenza ad
Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica
nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell'inverno 2005 ha
attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia,
però, si è imbattuto in una serie di disavventure
legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il
viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle
sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica,
responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni.
Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad
arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare
la scuola di italiano Asinitas Onlus punto di incontro di molti
immigrati africani coordinato da Marco Carsetti e da altri
operatori e volontari. Qui ha imparato non solo l'italiano ma anche
il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di
raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio
attraverso la Libia e di provare a rompere un incomprensibile
silenzio: Come un uomo sulla terra è un viaggio di
dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a
dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane,
rispetto alle quali l'Italia e l'Europa hanno responsabilità
che non possono rimanere ancora a lungo nascoste.
«Quando, all'inizio del documentario, compare l'immagine di
Dag che spiega perché, dopo aver partecipato a una
manifestazione repressa sanguinosamente dalla polizia, decise di
andarsene da Addis Abeba, ti disponi ad ascoltare il seguito della
sua incredibile avventura. Ma passano pochi minuti e resti
sorpreso. Dag non parla più di sé. Si fa da parte. A
volte scompare del tutto. Poi di nuovo riappare. Ma non per
raccontare la sua storia. Solo per trasferire la sua
capacità di elaborare il dolore ad altri che, come lui,
hanno lo sguardo di Kufra. Cioè hanno compiuto quello stesso
viaggio e hanno raggiunto l'Italia. Ma ancora non hanno trovato le
parole del riscatto. […] Quando ancora una volta Dag si fa
da parte, compare il viso di Fikirte, una ragazza eritrea che
è stata a Kufra e, infatti, ne conserva il caratteristico
sguardo. Basterebbe quello sguardo, senza necessità di
parole, per dirti l'intera storia e per spiegare il silenzio. Ma
succede una specie di miracolo che ti fa capire esattamente, per la
prima volta, perché il grande reporter Ryszard Kapuscinsky
suggeriva ai colleghi di stabilire un rapporto di empatia con gli
altri - col 'prossimo tuo' - che lui considerava la principale tra
tutte le fonti. Dag, grazie al suo essere nello stesso tempo
testimone e narratore, si trasforma in uno straordinario reporter e
fa uno scoop. Fikirte gli racconta che verso la fine del 2005 nel
centro di detenzione di Kufra comparvero delle 'macchine nuove' che
avevano 'la bandiera italiana'. Macchine diplomatiche, dunque. E
che questi italiani ben vestiti entrarono nel centro e fecero un
po' di domande. Per esempio, chiesero a un detenuto eritreo che
parlava la loro lingua se riceveva una paga e se il cibo era buono.
Quello rispose di sì. Quindi, evidentemente appagati dalle
rassicurazioni, i nostri connazionali se ne andarono via. In
definitiva, girarono la testa dall'altra parte» (Giovanni
Maria Bellu, «L'Unità»).
ore 19
Incontro con
Dagmawi Yimer
C.A.R.A. Italia(2010)
(ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Archivio delle Memorie Migranti
Regia, fotografia, suono: Dagmawi
Yimer; musica: Saba Anglana, Nicola Alesini; montaggio: Angelo Loy;
con: Hassan Daud, Abubaker Jokof; origine: Italia; sito ufficiale:
cara-italia.blogspot.com; formato: DVCAM; durata: 60'
Hassan e Abubaker, ragazzi
somali di 20 e 21 anni, sono nati e cresciuti insieme a Mogadiscio
durante la guerra civile. La loro amicizia è quasi un
destino: compagni di classe alle elementari, si sono ritrovati a
Tripoli durante la fuga verso l'Europa e infine nel C.A.R.A. di
Castelnuovo di Porto, un centro di prima accoglienza per rifugiati
e richiedenti asilo a quaranta chilometri da Roma. Attraverso la
voce di Hassan, il documentario racconta l'attesa frustrante del
riconoscimento dello status di rifugiato nel vuoto del centro e lo
smarrimento dopo averlo ottenuto, senza sapere più dove
dormire e dove mangiare. Un impietoso sguardo dall'interno
sull'accoglienza che il nostro paese riserva a chi è
cresciuto nel mito dell'Europa democratica e civile. «
Ora Dagmawi va più a fondo. Si è reso conto (sempre
sulla propria pelle) che un richiedente asilo vive un analogo
calvario anche quando approda in Italia. Nei centri di accoglienza
i giovani richiedenti asilo vivono sospesi in un non-luogo dove si
possono espletare solo le funzioni primarie. Nei centri non
c'è niente, nemmeno un corso di italiano che per questi
ragazzi sarebbe fondamentale. Dagmawi ha seguito le giornate di due
ventenni somali, Hassan e Abubaker, nel centro. Molte scene non
sono «autorizzate» perché non si vuol far sapere
fuori il vuoto esistenziale che c'è dentro. Per questi
ragazzi (tutti in regola o in procinto di esserlo) non c'è
possibilità di crearsi un futuro. Quando mettono il naso
fuori il razzismo e la diffidenza li travolge. Spesso i conducenti
dei bus extraurbani non li fanno salire. «I passeggeri non
gradiscono» si giustificano. Ma c'è anche la speranza
e Dagmawi ce la mostra. Nel centro i giovani creano una loro
alternativa al degrado: cantano, cucinano e sperano in un futuro.
Uno qualsiasi» (Igiaba Scego,
«L'Unità»).
ore 21
Soltanto il mare(2011)
(ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Archivio delle Memorie Migranti
Regia, fotografia, suono: Dagmawi
Yimer, Fabrizio Barraco, Giulio Cederna; musica: Nicola Alesini;
montaggio: Fabrizio Barraco; origine: Italia; produzione: Archivio
Memorie Migranti di Asinitas, Marco Guadagnino, Alessandro Triulzi;
sito ufficiale: www.soltantoilmare.eu; formato: DVCAM; durata:
50'
Girato a Lampedusa nel corso
del 2010, periodo nel quale l'isola aveva smesso di fare notizia, e
completato all'inizio del 2011, quando i nuovi sbarchi l'hanno
riportata su tutti i media, il film propone lo sguardo incrociato
di due realtà che a Lampedusa raramente dialogano tra loro:
quella di un migrante, in questo caso Dagmawi Yimer, sbarcato da
clandestino sulle coste dell'isola nel 2006, e quella dei
lampedusani. Dalle note di regia: «Giorno dopo giorno
l'isola si apre e ci regala nuove storie, situazioni inaspettate,
cortocircuiti. Al migrante fresco di sbarco l'isola era apparsa
come l'avanguardia del benessere - con i suoi alberghi, le sue
barche, i suoi turisti - alla sua videocamera si svela ora piena di
problemi; l'aveva immaginata come frontiera del progresso, la
ritrova isolata dal mondo, con lo sguardo nostalgico rivolto al
passato e una patina fresca di vernice già incrostata di
salsedine».
Sabato 18
ore 17.30
Il colore delle
parole(2009)
Copia per
gentile concessione di Movimento Film
Regia, soggetto e sceneggiatura:
Marco Simon Puccioni; fotografia: Alessandro Bonifazi; musica: Rudy
Gnutti; montaggio: Erika Manoni; suono: Alessandro Latrofa, Vanessa
Lorena Tate, Jamie Roden; aiuto regia: Giulia Magnaguagno; ricerche
d'archivio: Ivana Ferrante; con: Teodoro Ndjock Ngana, Angela
Plateroti, Justin Mvondo, Kongo Martin, Steve Emejuru, Angelica Ngo
Ndjock Ngana, Armando Gnisci, Franco Pittau; origine: Italia;
produzione: Intel Film, Blue Film; formato: DPC; durata: 70'
Teodoro, da trenta anni in
Italia, è poeta e mediatore culturale, Martin è
musicista e informatico, Justin sindacalista e Steve mediatore
culturale. Tutti vivono e lavorano in Italia da oltre trenta anni,
sono africani e non sono ancora cittadini italiani. Questo
documentario esplora il loro mondo e la condizione di chi si batte
per il diritto all'integrazione. «Il colore delle parole
alterna interviste ad immagini di repertorio, all'esperienza in
Africa con Teodoro, una formula stilistica classica per un
documentario che ha la sua parte più interessante nella
scoperta di questa prima generazione d'immigrati dei quali non si
è parlato molto e che nel tempo è stata dimenticata
mentre ci si è concentrati sulla G2 e sui nuovi flussi
migratori. Sono invece particolarmente interessanti le prime
interviste ai protagonisti nelle quali raccontano il loro arrivo e
i primi anni in Italia, la convivenza e le feste aperte a tutti gli
africani. Puccioni mostra immagini che forse aiutano a costruire
un'immagine diversa da quella che normalmente passa attraverso i
media, presentando volti, personaggi e situazioni in un modo
diretto, onesto, senza manipolazioni finalizzate a suscitare un
preciso e stabilito stato d'animo. Il colore della parole
è un intenso e originale viaggio nel mondo dell'immigrazione
in Italia in un momento in cui vogliono farci credere che questo
sia un male che logora il nostro paese» (Alice Casalini,
«Cinemafrica»).
ore 19
Alysia nel paese delle
meraviglie(2010) (ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Filmalbatros
Regia, sceneggiatura, fotografia
e montaggio: Simone Amendola; suono: Tullio Arcangeli; musiche:
Vassilis Tsabropoulos; con: Fabio, Jessy, Serena, Bonzo, Youssef,
Combo; origine: Italia; produzione: PARSEC Cooperativa Sociale,
Filmalbatros; formato: Betacam; durata: 40'
A Cinquina, recente periferia
di Roma, c'è una realtà del tutto simile alle
banlieues parigine. Le storie e gli sguardi, dei ragazzi del
quartiere, parlano del paese in cui viviamo: una società in
trasformazione in un contesto immobile. Il documentario è il
racconto delle seconde generazioni in una nuova periferia
romana, costruito sugli sguardi penetranti dei protagonisti che
vengono da storie di occupazioni e case popolari. Le voci fanno da
coro alla storia di una giovanissima coppia mista, lui di origine
capoverdiana e lei italiana, che hanno appena avuto una bambina.
Una bambina che crescerà in un paese completamente smarrito,
dove i figli di stranieri nati in Italia non sono considerati
italiani... Dalle note di regia: «Questo lavoro è
il frutto di un rapporto di quattro anni con i ragazzi del
quartiere Cinquina. […] Andavo nel quartiere una volta a
settimana e ogni volta mettevo in piedi una scena con i ragazzi che
c'erano, o che erano disponibili. Di conseguenza sono arrivato al
montaggio con 15 ore di girato un po' strampalato, ma alla fine
nonostante tutto è venuto un buon lavoro che mi ha permesso
di entrare di più nel quartiere e di conquistare la loro
fiducia. La fiducia è fondamentale in un ambiente in cui
è minima la speranza che le cose possano compiersi... avere
un inizio ed una fine ed una storia (furono increduli quando il
corto ricevette un premio da Mario Monicelli). L'anno successivo
(2008) sono stati gli stessi ragazzi a chiedermi di girare un
videoclip di un brano rap che avevano scritto (di cui un estratto
si vede nel documentario) e finalmente nel 2009 è stato
possibile cominciare a pensare a qualcosa di più complesso e
sentito […] costruito su un rapporto profondo e consolidato
con i protagonisti».
«Amendola lascia il segno.
Le voci colpiscono, a volte commuovono, ma soprattutto
restituiscono l'immagine di un paese che molti ancora fanno finta
di non conoscere» (Alice Casalini,
«Cinemafrica»).
ore 20
Né più,
né meno. La scuola Pisacane (2011)
Copia per
gentile concessione di Videoidee
Regia, sceneggiatura, fotografia,
suono e montaggio: Lucio Arisci e Federico Betta; musiche: Amir,
Giuseppe Verdi; con: Francesco Pompeo, Felicita Rubino, Hena Ahmed,
Lilly Saggiorno, i bambini della scuola elementare Carlo Pisacane
di Roma; origine: Italia; produzione: Associazione Culturale
Videoidee; formato: DVD; durata: 10'
Tra maggio e settembre 2009
una scuola elementare romana conquista le prime pagine dei
quotidiani e i titoli dei TG. Si parla di scuola "ghetto"
perché la percentuale di scolari di origine non italiana
è oltre il 90%. Si chiede al Ministro dell'Istruzione di
intervenire perché in quelle classi è impossibile
studiare e le mamme italiane non iscrivono più i loro figli.
Polemica giusta e problema reale o ennesimo esempio di
disinformazione che alimenta il pregiudizio? Marzia della quinta B
ha scritto in un tema: "Io la mia classe non la vorrei mai
cambiare." Nel 150° dell'Unità d'Italia abbiamo ritenuto
necessario aprire una finestra su una delle problematiche
più scottanti del nostro paese: la pedagogia
interculturale. Dalle note di regia: «Abbiamo deciso di
essere brevi. Un documento di informazione, per raccogliere i
principali nodi relativi al "caso Pisacane": questo il nostro
obiettivo. Cercando di capire. Capire come mai una scuola è
composta da un così alto numero di figli di genitori non
italiani, come mai si sono scatenate le polemiche, come mai maestri
e genitori fanno certe scelte. Ma non volevamo dimenticare i
bambini. Troppo spesso, parlando della scuola, dell'educazione,
dell'integrazione, sono state spese molte parole, sempre da adulti,
ad altezza di adulto, sopra la testa dei bambini. Abbiamo integrato
la città allo studio, la scuola alle polemiche, le parole
dei grandi e la vita dei bambini».
Una scuola
italiana(2010)
Copia per
gentile concessione di Asinitas Onlus
Regia: Giulio Cederna e Angelo
Loy; da un'idea di: Cecilia Bartoli, Marco Carsetti e Alessandro
Triulzi; fotografia: Angelo Loy; musiche: Riccardo Cimino e Thierry
Valentini; montaggio: Aline Hervé; con: i bambini e le
insegnanti della scuola materna comunale Carlo Pisacane; origine:
Italia; produzione: Cecilia Bartoli e Marco Carsetti per Asinitas
Onlus; sito ufficiale: http://unascuolaitaliana.blogspot.com/;
formato: Beta Digitale; durata: 75'
In un'aula di una scuola
d'infanzia è in corso un laboratorio teatrale. Le maestre
raccontano il viaggio avventuroso di Dorothy nel magico mondo di
Oz. Ad ascoltare ci sono bambini tra i tre e i cinque anni, tutti
nati in Italia da genitori stranieri. Frequentano la scuola materna
Carlo Pisacane, nel cuore di Torpignattara, quartiere storico e
popolare di Roma oggi popolato da un numero crescente di famiglie
immigrate. La Pisacane è un laboratorio sull'Italia che
verrà. Il film è un invito a riflettere senza
paraocchi su un tema epocale, complesso, di interesse nazionale,
che non può essere risolto a colpi di slogan o con
affrettate scorciatoie ideologiche. «La camera si
muove leggera ad altezza di bambino. Sono loro i piccoli maestri.
In pochi semplici gesti ci mostrano come ogni barriera sia il puro
scarto di paure irrazionali, peculiarità degli adulti. A
cinque anni la diversità affascina, stimola, incuriosisce.
Nei genitori preoccupa. Per questo motivo alcuni scelgono di
cambiare istituto già temendo un ritardo nella performance
intellettuale. Bieco sciovinismo straccione. Le immagini parlano
chiaro. I bambini si istruiscono a vicenda sulla loro
diversità, ed imparano le regole del vivere insieme, sotto
lo stesso tetto. L'italiano diviene progressivamente un suono
familiare. I laboratori di teatro li stimolano e li uniscono nella
condivisione delle emozioni del racconto. È con la storia
del mago di Oz che i bambini imparano il senso del viaggio, del
ritorno, delle radici. Assistiamo ai primi passi della lunga
formazione della loro identità. […] Il film ci lascia
impazienti di costruire una società più solida. Un
piccolo e prezioso contributo nella lotta alla xenofobia che riposa
oggi in Italia come un drago accovacciato dietro le pareti
domestiche. Una scialuppa di salvataggio nel naufragio
italiano» (Riccardo Centola,
«Cinemafrica»).
Domenica
19
ore 17
Benvenuti in Italia (2012)
(ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Archivio delle Memorie Migranti
Regia, soggetto, fotografia,
suono: Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Ali,
Dagmawi Yimer; montaggio: Aline Hervé, Lizi Gelber; origine:
Italia; produzione: Archivio delle Memorie Migranti in
collaborazione con Open Society Foundations e Fondazione lettera27;
distribuzione: Archivio delle Memorie Migranti; sito ufficiale:
www.archiviomemoriemigranti.net; formato: Beta digitale/Dvd;
durata: 65'
Un film
documentario in cinque episodi girato a dieci mani da ragazze e
ragazzi immigrati in Italia. Un mosaico di piccole storie
accomunate dalla ricerca di uno sguardo interno sulla condizione
migrante e, insieme, un ritratto composito dell'Italia e del suo
sistema di accoglienza riflesso negli occhi di chi arriva. Aluk
Amiri, rifugiato afghano giunto in Italia all'età di
quindici anni, racconta il giorno del diciottesimo compleanno del
suo alter-ego Nasir in una casa famiglia di Venezia. Zakaria
Mohamed Ali, costretto a lasciare Mogadiscio dopo l'omicidio del
suo maestro di giornalismo, dà voce ai sogni di gloria di
Dadir, campione di calcio affermato nel suo paese e oggi costretto
a viaggiare senza biglietto da Milano a Roma per giocare con la
'nazionale somala di Roma'. Hevi Dilara, rifugiata curda, fornisce
il ritratto di una giovane coppia di rifugiati che vivono da un
mese con la loro neonata in un centro di prima accoglienza di
Portici. Il burkinabé Mahamady Dera riprende
l'attività e gli ospiti della pensione "chez Margherita",
punto di riferimento della comunità burkinabé a
Napoli, prima della sua imminente chiusura. Il filmaker etiope
Dagmawi Yimer, sbarcato a Lampedusa cinque anni fa, segue il
mediatore culturale e attore senegalese Mohamed Ba mentre rievoca
il giorno in cui qualcuno decise di accoltellarlo davanti alla
fermata dell'autobus.
Dalle note di produzione:
«Gli autori del film, che provengono da mondi e percorsi
molto lontani tra loro, sono stati selezionati indipendentemente
dalla loro esperienza nel campo degli audiovisivi. Molti di loro
non avevano mai preso una telecamera in mano. Dopo un percorso di
formazione, hanno scelto di ambientare le storie nei diversi
contesti del loro arrivo. Adottando un metodo partecipativo e di
condivisione di storie l'AMM presta particolare cura al contesto in
cui hanno luogo i racconti e le testimonianze dei migranti e alla
relazione tra chi narra e chi ascolta fino ad arrivare, grazie a
forme 'circolari' di narrazione, alla mutualità di questi
due ruoli. La pratica dell'ascolto è preceduta dalla
individuazione di uno spazio comune, una condivisione di piani di
discorso e di idealità; ciò significa lavorare non
solo tra ma con i migranti passando attraverso una
mediazione linguistica, culturale
e affettiva di attenzione e rispetto particolari. Con le sue
attività e iniziative l'AMM intende lasciare traccia dei
processi migratori in corso e promuovere l'inserimento di memorie
'altre' nel patrimonio collettivo della memoria nazionale e
transnazionale. Contro la cultura dell'odio razziale, per dare
ascolto alle memorie migranti, per guardare all'accoglienza da
un'altra prospettiva».
ore 18.15
Tavola rotonda: "L'Italia sono
anch'io: inventare il nostro domani" (ingresso gratuito)
L'Italia sono anch'io (Angela
Spencer), Giulio Cederna (Archivio delle Memorie Migranti),
Leonardo De Franceschi (Cinemafrica/Università Roma Tre),
Alessandra Guarino (Cinema di Migrazione), Filippo Miraglia (Arci),
Vinicio Ongini (autore del libro "Noi domani"), Giorgio Valente (Il
Labirinto), ZaLab e i registi Fred Kuwornu, Marco Simon Puccioni,
Andrea Segre, Marco Turco, Dagmawi Yimer. Modera Maria Coletti.
Introduce Enrico Magrelli (conservatore Cineteca Nazionale)
ore 21
18 Ius Soli(2011)
(ingresso gratuito)
Copia per
gentile concessione di Struggle Filmworks
Regia, soggetto e sceneggiatura:
Fred Kudjo Kuwornu; fotografia: Lior Levy; montaggio: Sergio
Ponzio; suono: Romeo Filippi; musiche: canzoni di Mike Samaniego,
Miguel Prod & Nasty Brooker, Valentino AG, Kevin McLeod; con:
Aziz Sadid, Anastasio Moothen, Heena Sondhi, Angela Wenjun Liu,
Valentino Onierhovwo Agunu, Georgiana Turculet, Paolo Barros,
Mohamed Fakhir, Aravin Aliuth, Ona Catalina Chelmus, Fatmata Dorcas
Moses, Kevin Javier, Waheed Sarvish, Siham Fissah, N'Deye Sadio
Fall; origine: Italia; produzione: Fred Kudjo Kuwornu per Struggle
Filmworks; sito ufficiale: http://www.18-ius-soli.com; formato:
Beta Digitale/DVD; durata: 52'
Il documentario, premiato
dall' Associazione Amici di Giana con il Premio Mutti, racconta
18 storie di ragazze e ragazzi nati e cresciuti in Italia ma
di origine straniera. Sono ragazzi nati in Italia, figli di
immigrati: studiano nel nostro Paese, parlano la nostra lingua e i
nostri dialetti, molto probabilmente non sono nemmeno mai stati nel
paese d'origine dei loro genitori né spesso ne parlano la
lingua. Eppure non sono riconosciuti cittadini italiani come tutti
gli altri. Per ottenere la cittadinanza italiana devono infatti
sottoporsi, al compimento del 18° anno di età, ad un
iter burocratico lungo e complesso, che non sempre termina con
esiti positivi per il richiedente, con conseguenti e inevitabili
gravi problemi di inserimento sociale e d'identità. Oltre
alle loro storie sono stati intervistati sociologi e politici
italiani. E' uno dei primi documentari "grassroot" prodotti in
Italia, con lo scopo di essere utilizzato come piattaforma dal
basso per generare una campagna sociale di cambiamento.
«18 Ius Soli, diversamente da Inside Buffalo,
accurato documentario d'archivio, si presenta stavolta
esplicitamente come un docupamphlet, concepito per sensibilizzare
l'opinione pubblica sulla condizione di disagio sociale in cui si
trovano le seconde generazioni, e suscitare un dibattito sulla
normativa vigente, iniqua e inadeguata. Kuwornu, con alle spalle un
passato da conduttore e dj, supera la sfida di un format televisivo
e di un prodotto dalla precisa destinazione d'uso con una certa
brillantezza e una sicura efficacia comunicazionale. I suoi ragazzi
ci parlano anche perché hanno saputo trovare un
interlocutore che ha saputo ascoltarli, dare il giusto valore alle
loro parole e cogliere un'energia vitale nei loro volti»
(Leonardo De Franceschi, «Cinemafrica»).