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Nuovi italiani. Da migranti a cittadini. Parte seconda

Il 19 febbraio tavola rotonda: "L'Italia sono anch'io: inventare il nostro domani".

14.02.2012 - 19.02.2012
"L'orchestra di Piazza Vittorio" di Agostino Ferrente (2006)

La seconda parte della rassegna, dedicata al documentario e in programma a febbraio, è invece più centrata sul presente, dal 2005 ad oggi, con film che riescono a portare ancor più in primo piano le mille storie degli stranieri e delle cosiddette seconde generazioni che vivono in Italia, e che raccontano in prima persona e dal proprio punto di vista le sfide che hanno affrontato per raggiungere il nostro paese e i sogni con cui si confrontano giorno per giorno, nella lucida consapevolezza di essere innanzitutto cittadini.
Insomma due parti che si guardano allo specchio e che costruiscono le due facce di una stessa medaglia: per aiutarci a capire che solo insieme potremo raccontare e costruire oggi il nostro domani. Ci auguriamo che un ideale spettatore che possa seguire tutta la rassegna dall'inizio alla fine ne esca in qualche modo cambiato, quanto meno nel modo di rapportarsi al tema dell'immigrazione e degli stranieri in Italia: meno colpito dall'emergenza e più dall'idea di un incontro possibile, del nostro domani che già da oggi si va formando nelle piccole grandi azioni quotidiane, per forza di cose contaminate.
La rassegna, curata da Maria Coletti, è realizzata dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Archivio delle Memorie Migranti, Asinitas Onlus, Bolero Film, Cinecittà Luce, CSC Production, Eskimo, FactionFilms, Figli del Bronx, Filmalbatros, Ichnos Network Project, Il Labirinto, La Beffa Produzioni, La Sarraz Pictures, Medusa Film, Minerva Pictures, Movimento Film, Parthenos, Struggle Filmworks, Zalab, Zenit Arti Audiovisive.
Ringraziamo in particolare tutte le persone che ci hanno aiutato a costruire questa rassegna: Simone Amendola, Angela (Athena Cinematografica), Marta Bifano, Michela Calisse, Fabio Caramaschi, Alice Casalini, Giulio Cederna, Barbara Dante, Juan Francisco Del Valle Goribar, Federica Di Biagio, Gaetano Di Vaio, Alessandra Guarino, Giusy Gulino, Monica Iezzi, Fred Kuwornu, Angelo Loy, Giulia Moretti, Sergio Pelone, Francesca Portalupi, Marco Simon Puccioni, Camilla Ruggiero, Gianluca Scarabotti, Paola Scarnati, Andrea Segre, Davide Tosco, Massimiliano Trepiccione, Giorgio Valente, Dagmawi Yimer.

 
 

Martedì 14 ore 18
Inatteso
(2005)

In collaborazione con CSC Production
Regia: Domenico Distilo; soggetto e sceneggiatura: Chiara Faraglia, Addam Mounir, Chiara Pazzaglia, Federico Fava, Iosella Porto, D. Distilo; fotografia: Christian Burgos, Maurizio Tiella, Massimiliano Taricco; montaggio: Paola Fournasier; interpreti: Mohammed Ali Abubakar, Samuel Teklu, Lual Schoul Adam, Joanna W. M. Henneman, Gianni Calastri, Ridvan Ozmen, Nur Mohammed Jamshidi; formato: Beta Digit; origine: Italia; produzione: Centro Sperimentale di Cinematografia; durata: 50'
Chi chiede asilo politico in Italia teme per la propria sopravvivenza. E' costretto ad attendere diversi anni con il divieto di lavorare e senza ricevere assistenza dallo Stato. Non un luogo dove stare, né cibo, né informazioni. I migranti una volta sbarcati a Lampedusa, sono condotti nei centri di identificazione. Alla richiesta di asilo politico ricevono un permesso di soggiorno trimestrale affinché possano circolare legalmente su territorio italiano e seguire l'iter per conseguire lo status di rifugiato. Il soggiorno si protrae per diversi anni, data l'inefficienza del sistema italiano in questo ambito. Durante questo lungo periodo non viene erogata alcun assistenza, e con il divieto di lavorare, pur legalmente accolti nel territorio italiano, i richiedenti asilo sono costretti a lavorare in nero e a svolgere i lavori più duri. I profughi si riuniscono in comunità costruendo rifugi, occupando edifici abbandonati nei pressi dei luoghi del lavoro agricolo e spostandosi seguendo le stagioni di raccolta. Sopravvivono grazie alla loro rete di solidarietà alle associazioni di volontariato ed al lavoro nero. A partire da Roma dove una vasta comunità ha occupato gli ex magazzini delle Ferrovie dello Stato nei pressi della stazione Tiburtina, il film traccia le tappe del viaggio di una popolazione nomade di profughi richiedenti asilo che attraversando la penisola italiana raggiunge i luoghi delle raccolte stagionali per poter così sopravvivere. Un viaggio nella geografia dell'esilio di eroi, disertori e profughi delle guerre post-coloniali dell'Africa, nuovi migranti d'Europa. «Inatteso dona una voce ai migranti utilizzando due soluzioni opposte tra loro: il regista alterna infatti le interviste, delle quali si sente solo la risposta dell'immigrato, con la lettura di testi scritti, in arabo, in inglese e in italiano. Questi testi vengono interpretati dai migranti, sullo sfondo di scenografie diverse, come se stessero leggendo un copione: provocando così uno straniamento che ricorda inevitabilmente Jean-Marie Straub e Danièle Huillet che, non a caso, vengono ringraziati nei titoli di coda. Lo spunto più interessante di Inatteso si trova dunque proprio in questa fusione, apparentemente contrastante, tra una messa in scena teatrale e una rappresentazione del reale che è la più oggettiva possibile, alla ricerca di un iperrealismo che metta nudo una realtà nascosta» (Alice Casalini, «Cinemafrica»).
 
ore 19
L'orchestra di Piazza Vittorio(2006)
Regia: Agostino Ferrente; soggetto e sceneggiatura: Francesco Piccolo, Mariangela Barbanente, Massimo Gaudioso, A. Ferrente; fotografia: Sabrina Varani, Giovanni Piperno, Simone Pierini, Alberto Fasulo, Greta De Lazzaris; musica: L'Orchestra di Piazza Vittorio; montaggio: Desideria Rayner, Jacopo Quadri; interpreti: Mario Tronco, Dina Capozio, Mohammed Bilal, Houcine Ataa, A. Ferrente, Carlos Paz, Rahis Bharti, Ziad Trabelsi, Omar Lopez Valle, Raul Schebba, Pino Pecorelli, John Maida, Peppe D'Argenzio, Evandro Dos Reis, Marian Serban, Gaia Orson, Awalys Ernesto Lopez, Giuseppe Smaldino; formato: 35 mm; origine: Italia; produzione: Lucky Red, Bianca Film; durata: 90'
Il film racconta la genesi dell'Orchestra di Piazza Vittorio, la banda musicale nata per iniziativa di Mario Tronco, il tastierista degli Avion Travel, e di Agostino Ferrente. Nel quartiere di Piazza Vittorio, la parte di Roma storicamente più interculturale, si sono intrecciate le storie di vita e le esperienze di ragazzi arrivati da ogni parte del mondo in cerca di nuove opportunità. In cinque anni di attività, l'Orchestra ha raccolto persone diverse, che si sono conosciute per la strada e hanno deciso di dare vita a un nuovo modo di intendere la musica e di realizzare il sogno di avere una famiglia e un lavoro. «Siamo di fronte a una specie di versione moderna e neorealista della favola dei Grimm I suonatori di Brema, dove l'asino, il cane, il gatto e il gallo si mettono insieme per emanciparsi dai padroni formando un'orchestra. [...] La puntuale e animata descrizione di un'avventura multietnica che è una lezione sull'unica strada da intraprendere per salvare un mondo in via di rapida trasformazione confusionale: l'integrazione e la valorizzazione dei talenti e delle culture, la contromisura per ciò che Danilo Dolci ha chiamato 'o spreco' degli esseri umani. Ben presto lo capiranno anche i fomentatori della 'paura del diverso', i profeti delle guerre etniche: il mondo di domani sarà in grande l'Orchestra di Piazza Vittorio, o non sarà. [...] L'impresa di Tronco e Ferrente può essere vista come la versione ruspante dell'iniziativa del maestro Daniel Barenboim, che dal 1999 fa suonare insieme 78 musicisti israeliani e arabi nella West-Eastern Divan Orchestra. Il monito che emerge delle due operazioni parallele, anche se in piazza Vittorio regna la musica varia e Barenboim propone la Nona sinfonia, è assolutamente lo stesso: fate l'orchestra e non la guerra» (Tullio Kezich, «Corriere della Sera»).
 
ore 21
Le ferie di Licu (2007)
Regia: Vittorio Moroni; soggetto e sceneggiatura: V. Moroni, Marco Piccarreda; fotografia: V. Moroni, M. Piccarreda, Habib Rahman; musica: Mario Mariani; montaggio: M. Piccarreda; interpreti: Md Moazzem Hossain Licu, Fancy Khanam, Giulia Di Quilio, Khokan Miah, Anwar Khan, Andrea Wu, Syed Mohammed Ali, Mirco Tagliaferro, Arianna Marinazzo, Abdel Karim, Delowar Hossain Khan, Alessia Corazza; formato: 35 mm; origine: Italia; produzione: 50N; durata: 93'
Licu, 27 anni, è arrivato a Roma dal Bangladesh da otto anni e da poco ha ricevuto il permesso di soggiorno. Musulmano, Licu vive in un appartamento che divide con altre otto persone, e lavora dodici ore al giorno dividendosi tra il magazzino di un laboratorio tessile e la cassa di un negozio di generi alimentari. Licu si è integrato piuttosto bene, ma per rispettare le usanze del suo paese accetta di sposare la ragazza che sua madre ha scelto per lui. Licu parte così per il Bangladesh dove avrà luogo il matrimonio con Fancy, una ragazza di 18 anni che lui ha visto solo in fotografia. Dopo vari contrattempi e complicazioni, il matrimonio viene celebrato e i due novelli sposi tornano in Italia dove inizieranno il difficile cammino per imparare a conoscersi e, se possibile, amarsi. «Moroni ottiene una sorprendente vicinanza d'osservazione, mantenendo un altrettanto sorprendente rispetto delle distanze. La macchina da presa non invade il mondo dei due giovani, ma sa raccontarcelo dall'interno. Si comporta come un invitato attento e rispettoso, e proprio questa sua discrezione curiosa ne fa il terzo protagonista del film. Non a caso, appena arrivato al suo villaggio, Licu si volge verso la macchina da presa e la presenta ai suoi. Loro mi accompagnano dall'Italia, dice pressappoco, indicando gli autori e la troupe (che restano celati ai nostri occhi). E bene ha fatto il montaggio a mantenere questa inquadratura breve. Non ricordiamo d'avere visto un "disvelamento" dell'obbiettivo tanto spontaneo e tanto felicemente narrativo» (Roberto Escobar, «Il Sole 24 ore») «Il film ha soprattutto un pregio di onestà intellettuale. Di fronte all'atteggiamento culturalmente schizofrenico di Licu, che pure è un bravissimo ragazzo, Moroni cerca di sospendere il giudizio, ma le malinconiche immagini della diciottenne e dolcissima Fancy, costretta a stare intere giornate segregata in casa perché la tradizione le vieta di uscire senza il marito, induce a una riflessione su quanto sia lunga e complicata la strada dell'integrazione quando sono in gioco concezioni tanto diverse della libertà individuale» (Alessandra Levantesi, «La Stampa»).
 
Mercoledì 15
 
ore 18
Sei del mondo(2007)
Copia per gentile concessione di Il Labirinto
Regia, soggetto e sceneggiatura: Camilla Ruggiero; fotografia: Gianluca Mazza; montaggio: Eros Achiardi; suono in presa diretta: Fabio Russo, Andrea Viali; musica: Billy Bilolo, Marco Lentini, Stawek Papiez, Euthopia; con: Billy Bilolo, Nosa Otubu, Stawek Papiez, Boyan Kabov, Looknath Chowdhuiry, Anna Vitus, Marc Krito Kandoker, Badal Hossain, Eric Rocha, Francesco Palima; formato: Betacam; origine: Italia; produzione: Il Labirinto; durata: 52'
Attraverso i racconti di alcuni studenti stranieri, dal Congo alla Romania, dal Bangladesh a Capoverde, ci avviciniamo alle loro diverse realtà di integrazione e ai loro piccoli e grandi conflitti. Sono ragazzi "del mondo", in Italia da pochi anni o da una vita, in bilico fra la conquista di una nuova identità e il doloroso oblio delle proprie radici. Dalle note di regia: « Un paio di anni fa ci stavamo occupando di rifugiati politici quando una operatrice di un ente di assistenza ci fece notare che il vero problema sociale del futuro sarebbe stato quello dell'integrazione delle 'seconde generazioni' di immigrati. Il nostro paese ha dovuto affrontare nel giro di pochi decenni il passaggio da terra di emigranti a meta di immigrazione, fronteggiando i problemi dell'accoglienza che altri paesi del mondo occidentale avevano già affrontato in passato. Nei prossimi anni la nascita della seconda generazione segnerà sempre più il passaggio da immigrazioni temporanee a insediamenti durevoli che cambieranno i meccanismi di accettazione da parte della società ricevente e i rapporti con le istituzioni sociali. Allora non avevamo gli strumenti per capire la grande portata della questione, ma ci siamo appassionati e abbiamo voluto approfondirla con il nostro film. La scarsità di materiale (studi, saggi, articoli ecc) che abbiamo incontrato per documentarci ci ha convinti dell'urgenza di trattare la questione e di portare l'attenzione su un problema che riteniamo fondamentale».
 
ore 19
Fratelli d'Italia(2009)
Copia per gentile concessione di Cinecittà Luce e Il Labirinto
Regia: Claudio Giovannesi; fotografia: Ferran Paredes Rubio, Andrea Spalletti Panzieri; musica: Claudio Giovannesi; montaggio: Giuseppe Trepiccione; con: Alin Delbaci, Masha Carbonetti, Nader Sarhan; origine: Italia; produzione: Giorgio Valente per Il Labirinto, in collaborazione con Fake Factory, Educinema, ITC Toscanelli e Regione Lazio; formato: Beta digital; sito web: http://fratelliditaliailfilm.blogspot.com; durata: 90'
Il rumeno Alin, la bielorussa Masha e l'egiziano Nader, tutti e tre allievi dell'Istituto statale 'Toscanelli' di Ostia, peraltro cittadini italiani, sono i protagonisti autentici e straordinari, con il loro accento romanesco miscelato con la lingua d'origine, delle loro vite quotidiane da adolescenti. La cinepresa li pedina in questa loro complessa età di passaggio, che prepara l'ingresso tra gli adulti, fatta di contrasti con le regole richieste da genitori e scuola, di difficili compromessi con la loro origine e con le tradizioni straniere cui appartengono. Fratelli d'Italia è, in questo senso e come molti giornalisti e critici attenti alle trasformazioni del nostro paese hanno saputo cogliere, un documento del grado di partecipazione e di inclusività che la scuola italiana, come parte più attenta della società, va realizzando da anni, a vantaggio e a sostegno dell'integrazione degli studenti stranieri. «Claudio Giovannesi [...] si è messo a pedinare, come insegnava Zavattini, tre allievi dell'Istituto Tecnico Toscanelli di Ostia, proseguendo il lavoro iniziato con Welcome Bucarest, altro docu molto amato e premiato [...]. Ne è uscito un film vivace e interessantissimo, Fratelli d'Italia, che è un po' la risposta italiana a La classe di Cantet [...]. L'amore sempre da inventare che lega chi insegna e chi impara» (Fabio Ferzetti, «Il Messaggero»). «I tre spaccati restituiscono il racconto dettagliato di varie forme di integrazione interculturale tanto più interessanti quanto più il tono attraverso cui vengono fuori vira sulla leggerezza, sull'ironia. Per motivi, certo, estetici, ma soprattutto perché è così che accade l'integrazione: un processo dialettico, un qualcosa che muove indipendentemente da ogni volontà che non sia quella di chi tutti i giorni la vive, spesso e volentieri, con la leggerezza di un ragazzo di sedici o diciotto anni, il cui problema più grosso non è, ovviamente, l'integrazione, ma la scuola e i prof, la fidanzata e la famiglia. Il lavoro sull'integrazione interculturale è tanto più efficace quanto più si riesce a dimenticarne l'importanza nel momento in cui lo si porta avanti; per questo il cinema è il mezzo adatto per raccontarla: il rapporto tra l'occhio registico e la sua materia è regolato dalla stessa leggera incoscienza di chi è tanto consapevole di farsi carico di un ruolo in un processo di integrazione da riuscire a dimenticarsene» (Simone Moraldi, «Cinemafrica»).
 
ore 21
Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen(2009) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Zenit Arti Audiovisive
Regia: Laura Halilovic; soggetto e sceneggiatura: Laura Halilovic, Nicola Rondolino, Davide Tosco; fotografia: Fabrizio Giuliano, Laura Halilovic, Davide Tosco; musica: Fabio Barovero, Bruskoi Prala, Giuseppe Napoli; montaggio: Marco Duretti; suono: Nicola Rondolino, Fabio Coggiola; con: la famiglia Halilovic; origine: Italia; produzione: Davide Tosco per Zenit Arti Audiovisive in associazione con Aria Viva, in collaborazione con Radiotelevisione Italiana - Rai Tre, con il sostegno di Open Society Institute; formato: DigiBeta; durata: 50'
Il documentario è la storia di una ragazza Rom che abita con i suoi in un quartiere popolare alla periferia di Torino. Il racconto in prima persona della regista esplora i cambiamenti e le difficoltà della nuova vita stanziale affrontando i contrasti e le incomprensioni che fin da bambina la accompagnano nelle relazioni con i Gagè, tutti quelli che non sono Rom. Attraverso i ricordi dei suoi familiari, tra cui l'anziana nonna che ancora vive in un campo, le fotografie e i filmati del padre che negli anni documenta la vita quotidiana della piccola comunità, scopriamo una realtà fino ad oggi conosciuta solo attraverso gli stereotipi e i luoghi comuni. Ma il documentario non è soltanto un affresco sull'umanità delle relazioni e sulla voglia di fare qualcosa a dispetto delle difficoltà, di fatto chi parla è una ragazza di oggi che cresce inseguendo i propri sogni combattendo contro i pregiudizi e le tradizioni di una cultura difficile da accettare. «Una regista donna, rom e di soli diciannove anni (seppure aiutata nella sceneggiatura e nella lavorazione dai più "esperti" Nicola Rondolino e Davide Tosco): basterebbe questo a rendere Io, la mia famiglia rom e Woody Allen un caso. Ma il documentario di Laura Halilovic, al suo esordio, è anche un piccolo gioiello di semplicità: la ricerca della propria identità da parte di un'adolescente, "frugando" nella storia della propria famiglia, nel suo viaggio dalla Bosnia all'Italia e nel passaggio dal nomadismo allo stanziamento (la famiglia di Laura vive oggi in una vera e propria casa, come dei Gagé - termine con cui i rom chiamano tutti i "non-rom"). Un documentario da cui emerge forte la matriarcalità della famiglia Halilovic, con le forti personalità della mamma e della nonna. Non è solo un documentario su un popolo, ma su figure specifiche che - come spesso accade - rendono più interessante il lavoro perché creano affezione» (Carlo Griseri, «Cinemaitaliano.info»).
 
 
 
Giovedì 16
 
ore 17.30
Giallo a Milano (2009)
In collaborazione con CSC Production e La Sarraz Pictures
Regia e soggetto: Sergio Basso; fotografia: Daniel Arvizu; musica: Enea Bardi; montaggio: Davide Vizzini; suono: Andrea Sileo, Paolo Benvenuti; con: Wen Zhang, Jessica Pattuglio, Cristiano Pattuglio, David Chao, Wu Xiaoyun, Isabella Mao Yufei; origine: Italia; produzione: Alessandro Borrelli per CSC Production e La Sarraz Pictures; formato: Beta Digital; durata: 74'
A Milano esiste una delle più antiche Chinatown d'Europa. Attraverso immagini e filmati d'epoca alternati ai racconti di venti cinesi residenti nel capoluogo lombardo viene fotografata la loro comunità con particolare attenzione alle loro difficoltà quotidiane ma anche ai loro sogni e tradizioni. «Riprese mobili, composizione simmetrica del quadro, split screen, musica non diegetica e persino animazione: non c'è intento mimetico in Giallo a Milano. Sergio Basso non nasconde l'artificio cinematografico in virtù di una presunta obiettività, bensì racconta la comunità cinese attraverso numerose piccole storie, con stili diversi e tenendo un buon ritmo. […] Con lo scorrere dei minuti le idee preconcette si dileguano, mentre se ne scopre l'altra faccia: secondo i cinesi gli italiani sono pigri, un'accusa meravigliosa in una città che fa del culto del lavoro un onore e che spesso liquida come indolenti immigrati d'altra provenienza. Perché, come un uroboro, i pregiudizi finiscono per rincorrersi e cibarsi di se stessi» (Andrea Fornasiero, «FilmTv»). «Basso ha un bel tocco narrativo, in mezzo tra la fiction e il documento, sparigliando le carte: scuote le menti, solletica il cervello e diverte la pancia» Maurizio Porro (Corriere della Sera).
 
 
ore 19
Sola andata. Il viaggio di un Tuareg(2010)
Copia per gentile concessione di FactionFilms
Regia, sceneggiatura, fotografia: Fabio Caramaschi; suono presa diretta: Francesco Morosini; musica: Riccardo Cimino; montaggio: Silvia Caracciolo; con: Alkassoum, Sidi; origine: Italia; produzione: Fabio Caramaschi e Sylvia Stevens per FactionFilms; formato: video; sito ufficiale: www.fabiocaramaschi.com; durata: 52'
Due giovanissimi fratelli Tuareg nati nel deserto del Niger si trovano separati dal loro destino di migranti. Il più piccolo, Alkassoum, è rimasto bloccato in Africa per anni per problemi di ricongiungimento, mentre il più grande, Sidi, cresceva in Friuli, nel cuore del Nordest industriale italiano con il resto della sua famiglia e la piccola comunità che i Tuareg hanno costituito a Pordenone lavorando come operai nelle fabbriche della zona. È proprio Sidi, armato lui stesso di una telecamera ad accompagnarci alla scoperta della loro condizione sospesa tra il desiderio di integrarsi nella realtà italiana e la nostalgia degli immensi spazi dell'infanzia africana. Dalle note di regia: «Ho incontrato i protagonisti di questa storia quasi dieci anni fa in Niger e il rapporto di amicizia e di fiducia reciproca che si è instaurato tra noi è l'elemento fondamentale che ha permesso la realizzazione di questo lungo e complesso progetto documentario. Grazie ad un paziente lavoro di avvicinamento, la mia telecamera è diventata per i Tuareg e in particolare per i giovani protagonisti Sidi ed Alkassoum, non solo un compagno di viaggio cui rivelare confidenze e desideri, ma anche un utile alleato in un difficile percorso di comprensione e di riaffermazione della propria identità culturale. Il fatto che sia lo stesso Sidi a filmare parte delle immagini e delle interviste mi ha permesso di offrire a lui la possibilità di esprimersi e auto-rappresentarsi e al tempo stesso di fornire allo spettatore un punto di vista interno alla vicenda narrata in cui identificarsi».
 
 
ore 20
Magari le cose cambiano (2009)
Copia per gentile concessione di Zalab
Regia e soggetto: Andrea Segre; fotografia: Luca Bigazzi; musica: Piccola Bottega Baltazar, Collettivo Angelo Mai, Slede Zlive Slede; montaggio: Luca Manes; suono: Riccardo Spagnol; aiuto regia: Matteo Calore; con: Neda Bonardi, Sara Shokry, Lorenzo e Gabriele Bonardi, Luca Li Calsi, Paolo Berdini; origine: Italia; produzione: A. Segre e L. Manes per Zalab e Off!cine; formato: HD; durata: 63'
La dignità di due donne contro l'urbanistica del privilegio. Un viaggio nel cuore delle moderne borgate romane, dove migliaia di cittadini italiani e stranieri si vedono quotidianamente negato il diritto alla dignità. Neda è una signora romana di 50 anni, una "romana de Roma", nel senso che è cresciuta negli anni '60 nel cuore di Roma, a due passi dal Colosseo. Oggi però Neda non vive più a Roma. Sta a Ponte di Nona. Sara, 18 anni, a Ponte di Nona invece ci è cresciuta: figlia di una pugliese e di un egiziano, è una delle pochissime ragazze di Ponte di Nona che ha avuto la possibilità di studiare al Liceo. «Segre però ha un'altra sensibilità, lui le ingiustizie le sente addosso e non è interessato alle inchieste giornalistiche dure e pure, ha bisogno di entrare dentro le persone, sentirle parlare e sentirle addosso. E così la sua indagine spontanea, umana, l'affida a due donne. Diverse, intelligenti, complementari […].Sono accomunate dalla rabbia tranquilla di chi non vuole smettere di credere in un mondo migliore e di combattere per ottenerlo, e dalla consapevolezza dell'enormità del compito. Sara ha capito che è lo studio la vera opportunità, la cultura, cita e analizza Marx con la chiarezza e l'essenziale acutezza che storici, filosofi e politologi spesso non hanno» (Boris Sollazzo, «Liberazione»). «Quel che più risalta in questa effrazione inusitata nella periferia romana (fotografata egregiamante da Luca Bigazzi), è la sostanziale separazione dalla Capitale e suoi dintorni. Arrivare lì e uscirne non è cosa facile, e come in un improbabile racconto di Calvino, essa è davvero una "città invisibile" (come i suoi abitanti), seppur i colori dei suoi palazzi fiammeggianti lascino immaginare un miraggio che non c'è» (Dario Zonta, «L'Unità»).
 
Venerdì 17
 
ore 18
Come un uomo sulla terra(2008) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Zalab
Regia: Andrea Segre, Dagmawi Yimer, in collaborazione con Riccardo Biadene; soggetto e fotografia: A. Segre; musica: Piccola Bottega Baltazar; montaggio: Luca Manes con la collaborazione di Sara Zavarise; postproduzione audio: Riccardo Spagnol; aiuto regia: Matteo Calore; con: Fikirte Inghida, Dawit Seyum, Senait Tesfaye, Tighist Wolde, Tsegaye Nedda, Damallash Amtataw; collaborazione al soggetto: Stefano Liberti; consulenza giornalistica: S. Liberti e Gabriele Del Grande; consulenza storica: Alessandro Triulzi; origine: Italia; produzione: A. Triulzi, Marco Carsetti e A. Segre per Asinitas onlus, in collaborazione con ZaLab; sito ufficiale: comeunuomosullaterra.blogspot.com; formato: Mini DV; durata: 60'
Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell'inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni. Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus punto di incontro di molti immigrati africani coordinato da Marco Carsetti e da altri operatori e volontari. Qui ha imparato non solo l'italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia e di provare a rompere un incomprensibile silenzio: Come un uomo sulla terra è un viaggio di dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l'Italia e l'Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste. «Quando, all'inizio del documentario, compare l'immagine di Dag che spiega perché, dopo aver partecipato a una manifestazione repressa sanguinosamente dalla polizia, decise di andarsene da Addis Abeba, ti disponi ad ascoltare il seguito della sua incredibile avventura. Ma passano pochi minuti e resti sorpreso. Dag non parla più di sé. Si fa da parte. A volte scompare del tutto. Poi di nuovo riappare. Ma non per raccontare la sua storia. Solo per trasferire la sua capacità di elaborare il dolore ad altri che, come lui, hanno lo sguardo di Kufra. Cioè hanno compiuto quello stesso viaggio e hanno raggiunto l'Italia. Ma ancora non hanno trovato le parole del riscatto. […] Quando ancora una volta Dag si fa da parte, compare il viso di Fikirte, una ragazza eritrea che è stata a Kufra e, infatti, ne conserva il caratteristico sguardo. Basterebbe quello sguardo, senza necessità di parole, per dirti l'intera storia e per spiegare il silenzio. Ma succede una specie di miracolo che ti fa capire esattamente, per la prima volta, perché il grande reporter Ryszard Kapuscinsky suggeriva ai colleghi di stabilire un rapporto di empatia con gli altri - col 'prossimo tuo' - che lui considerava la principale tra tutte le fonti. Dag, grazie al suo essere nello stesso tempo testimone e narratore, si trasforma in uno straordinario reporter e fa uno scoop. Fikirte gli racconta che verso la fine del 2005 nel centro di detenzione di Kufra comparvero delle 'macchine nuove' che avevano 'la bandiera italiana'. Macchine diplomatiche, dunque. E che questi italiani ben vestiti entrarono nel centro e fecero un po' di domande. Per esempio, chiesero a un detenuto eritreo che parlava la loro lingua se riceveva una paga e se il cibo era buono. Quello rispose di sì. Quindi, evidentemente appagati dalle rassicurazioni, i nostri connazionali se ne andarono via. In definitiva, girarono la testa dall'altra parte» (Giovanni Maria Bellu, «L'Unità»).
 
 
ore 19
Incontro con Dagmawi Yimer
C.A.R.A. Italia(2010) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Archivio delle Memorie Migranti
Regia, fotografia, suono: Dagmawi Yimer; musica: Saba Anglana, Nicola Alesini; montaggio: Angelo Loy; con: Hassan Daud, Abubaker Jokof; origine: Italia; sito ufficiale: cara-italia.blogspot.com; formato: DVCAM; durata: 60'
Hassan e Abubaker, ragazzi somali di 20 e 21 anni, sono nati e cresciuti insieme a Mogadiscio durante la guerra civile. La loro amicizia è quasi un destino: compagni di classe alle elementari, si sono ritrovati a Tripoli durante la fuga verso l'Europa e infine nel C.A.R.A. di Castelnuovo di Porto, un centro di prima accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo a quaranta chilometri da Roma. Attraverso la voce di Hassan, il documentario racconta l'attesa frustrante del riconoscimento dello status di rifugiato nel vuoto del centro e lo smarrimento dopo averlo ottenuto, senza sapere più dove dormire e dove mangiare. Un impietoso sguardo dall'interno sull'accoglienza che il nostro paese riserva a chi è cresciuto nel mito dell'Europa democratica e civile. « Ora Dagmawi va più a fondo. Si è reso conto (sempre sulla propria pelle) che un richiedente asilo vive un analogo calvario anche quando approda in Italia. Nei centri di accoglienza i giovani richiedenti asilo vivono sospesi in un non-luogo dove si possono espletare solo le funzioni primarie. Nei centri non c'è niente, nemmeno un corso di italiano che per questi ragazzi sarebbe fondamentale. Dagmawi ha seguito le giornate di due ventenni somali, Hassan e Abubaker, nel centro. Molte scene non sono «autorizzate» perché non si vuol far sapere fuori il vuoto esistenziale che c'è dentro. Per questi ragazzi (tutti in regola o in procinto di esserlo) non c'è possibilità di crearsi un futuro. Quando mettono il naso fuori il razzismo e la diffidenza li travolge. Spesso i conducenti dei bus extraurbani non li fanno salire. «I passeggeri non gradiscono» si giustificano. Ma c'è anche la speranza e Dagmawi ce la mostra. Nel centro i giovani creano una loro alternativa al degrado: cantano, cucinano e sperano in un futuro. Uno qualsiasi» (Igiaba Scego, «L'Unità»).
 
 
ore 21
Soltanto il mare(2011) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Archivio delle Memorie Migranti
Regia, fotografia, suono: Dagmawi Yimer, Fabrizio Barraco, Giulio Cederna; musica: Nicola Alesini; montaggio: Fabrizio Barraco; origine: Italia; produzione: Archivio Memorie Migranti di Asinitas, Marco Guadagnino, Alessandro Triulzi; sito ufficiale: www.soltantoilmare.eu; formato: DVCAM; durata: 50'
Girato a Lampedusa nel corso del 2010, periodo nel quale l'isola aveva smesso di fare notizia, e completato all'inizio del 2011, quando i nuovi sbarchi l'hanno riportata su tutti i media, il film propone lo sguardo incrociato di due realtà che a Lampedusa raramente dialogano tra loro: quella di un migrante, in questo caso Dagmawi Yimer, sbarcato da clandestino sulle coste dell'isola nel 2006, e quella dei lampedusani. Dalle note di regia: «Giorno dopo giorno l'isola si apre e ci regala nuove storie, situazioni inaspettate, cortocircuiti. Al migrante fresco di sbarco l'isola era apparsa come l'avanguardia del benessere - con i suoi alberghi, le sue barche, i suoi turisti - alla sua videocamera si svela ora piena di problemi; l'aveva immaginata come frontiera del progresso, la ritrova isolata dal mondo, con lo sguardo nostalgico rivolto al passato e una patina fresca di vernice già incrostata di salsedine».
 
 
Sabato 18
 
ore 17.30
Il colore delle parole(2009)
Copia per gentile concessione di Movimento Film
Regia, soggetto e sceneggiatura: Marco Simon Puccioni; fotografia: Alessandro Bonifazi; musica: Rudy Gnutti; montaggio: Erika Manoni; suono: Alessandro Latrofa, Vanessa Lorena Tate, Jamie Roden; aiuto regia: Giulia Magnaguagno; ricerche d'archivio: Ivana Ferrante; con: Teodoro Ndjock Ngana, Angela Plateroti, Justin Mvondo, Kongo Martin, Steve Emejuru, Angelica Ngo Ndjock Ngana, Armando Gnisci, Franco Pittau; origine: Italia; produzione: Intel Film, Blue Film; formato: DPC; durata: 70'
Teodoro, da trenta anni in Italia, è poeta e mediatore culturale, Martin è musicista e informatico, Justin sindacalista e Steve mediatore culturale. Tutti vivono e lavorano in Italia da oltre trenta anni, sono africani e non sono ancora cittadini italiani. Questo documentario esplora il loro mondo e la condizione di chi si batte per il diritto all'integrazione. «Il colore delle parole alterna interviste ad immagini di repertorio, all'esperienza in Africa con Teodoro, una formula stilistica classica per un documentario che ha la sua parte più interessante nella scoperta di questa prima generazione d'immigrati dei quali non si è parlato molto e che nel tempo è stata dimenticata mentre ci si è concentrati sulla G2 e sui nuovi flussi migratori. Sono invece particolarmente interessanti le prime interviste ai protagonisti nelle quali raccontano il loro arrivo e i primi anni in Italia, la convivenza e le feste aperte a tutti gli africani. Puccioni mostra immagini che forse aiutano a costruire un'immagine diversa da quella che normalmente passa attraverso i media, presentando volti, personaggi e situazioni in un modo diretto, onesto, senza manipolazioni finalizzate a suscitare un preciso e stabilito stato d'animo. Il colore della parole è un intenso e originale viaggio nel mondo dell'immigrazione in Italia in un momento in cui vogliono farci credere che questo sia un male che logora il nostro paese» (Alice Casalini, «Cinemafrica»).
 
 
ore 19
Alysia nel paese delle meraviglie(2010) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Filmalbatros
Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Simone Amendola; suono: Tullio Arcangeli; musiche: Vassilis Tsabropoulos; con: Fabio, Jessy, Serena, Bonzo, Youssef, Combo; origine: Italia; produzione: PARSEC Cooperativa Sociale, Filmalbatros; formato: Betacam; durata: 40'
A Cinquina, recente periferia di Roma, c'è una realtà del tutto simile alle banlieues parigine. Le storie e gli sguardi, dei ragazzi del quartiere, parlano del paese in cui viviamo: una società in trasformazione in un contesto immobile. Il documentario è il  racconto delle seconde generazioni in una nuova periferia romana, costruito sugli sguardi penetranti dei protagonisti che vengono da storie di occupazioni e case popolari. Le voci fanno da coro alla storia di una giovanissima coppia mista, lui di origine capoverdiana e lei italiana, che hanno appena avuto una bambina. Una bambina che crescerà in un paese completamente smarrito, dove i figli di stranieri nati in Italia non sono considerati italiani... Dalle note di regia: «Questo lavoro è il frutto di un rapporto di quattro anni con i ragazzi del quartiere Cinquina. […] Andavo nel quartiere una volta a settimana e ogni volta mettevo in piedi una scena con i ragazzi che c'erano, o che erano disponibili. Di conseguenza sono arrivato al montaggio con 15 ore di girato un po' strampalato, ma alla fine nonostante tutto è venuto un buon lavoro che mi ha permesso di entrare di più nel quartiere e di conquistare la loro fiducia. La fiducia è fondamentale in un ambiente in cui è minima la speranza che le cose possano compiersi... avere un inizio ed una fine ed una storia (furono increduli quando il corto ricevette un premio da Mario Monicelli). L'anno successivo (2008) sono stati gli stessi ragazzi a chiedermi di girare un videoclip di un brano rap che avevano scritto (di cui un estratto si vede nel documentario) e finalmente nel 2009 è stato possibile cominciare a pensare a qualcosa di più complesso e sentito […] costruito su un rapporto profondo e consolidato con i protagonisti».
«Amendola lascia il segno. Le voci colpiscono, a volte commuovono, ma soprattutto restituiscono l'immagine di un paese che molti ancora fanno finta di non conoscere» (Alice Casalini, «Cinemafrica»).
 
 
ore 20
Né più, né meno. La scuola Pisacane (2011)
Copia per gentile concessione di Videoidee
Regia, sceneggiatura, fotografia, suono e montaggio: Lucio Arisci e Federico Betta; musiche: Amir, Giuseppe Verdi; con: Francesco Pompeo, Felicita Rubino, Hena Ahmed, Lilly Saggiorno, i bambini della scuola elementare Carlo Pisacane di Roma; origine: Italia; produzione: Associazione Culturale Videoidee; formato: DVD; durata: 10'
Tra maggio e settembre 2009 una scuola elementare romana conquista le prime pagine dei quotidiani e i titoli dei TG. Si parla di scuola "ghetto" perché la percentuale di scolari di origine non italiana è oltre il 90%. Si chiede al Ministro dell'Istruzione di intervenire perché in quelle classi è impossibile studiare e le mamme italiane non iscrivono più i loro figli. Polemica giusta e problema reale o ennesimo esempio di disinformazione che alimenta il pregiudizio? Marzia della quinta B ha scritto in un tema: "Io la mia classe non la vorrei mai cambiare." Nel 150° dell'Unità d'Italia abbiamo ritenuto necessario aprire una finestra su una delle problematiche più scottanti del nostro paese: la pedagogia interculturale. Dalle note di regia: «Abbiamo deciso di essere brevi. Un documento di informazione, per raccogliere i principali nodi relativi al "caso Pisacane": questo il nostro obiettivo. Cercando di capire. Capire come mai una scuola è composta da un così alto numero di figli di genitori non italiani, come mai si sono scatenate le polemiche, come mai maestri e genitori fanno certe scelte. Ma non volevamo dimenticare i bambini. Troppo spesso, parlando della scuola, dell'educazione, dell'integrazione, sono state spese molte parole, sempre da adulti, ad altezza di adulto, sopra la testa dei bambini. Abbiamo integrato la città allo studio, la scuola alle polemiche, le parole dei grandi e la vita dei bambini».
 
Una scuola italiana(2010)
Copia per gentile concessione di Asinitas Onlus
Regia: Giulio Cederna e Angelo Loy; da un'idea di: Cecilia Bartoli, Marco Carsetti e Alessandro Triulzi; fotografia: Angelo Loy; musiche: Riccardo Cimino e Thierry Valentini; montaggio: Aline Hervé; con: i bambini e le insegnanti della scuola materna comunale Carlo Pisacane; origine: Italia; produzione: Cecilia Bartoli e Marco Carsetti per Asinitas Onlus; sito ufficiale: http://unascuolaitaliana.blogspot.com/; formato: Beta Digitale; durata: 75'
In un'aula di una scuola d'infanzia è in corso un laboratorio teatrale. Le maestre raccontano il viaggio avventuroso di Dorothy nel magico mondo di Oz. Ad ascoltare ci sono bambini tra i tre e i cinque anni, tutti nati in Italia da genitori stranieri. Frequentano la scuola materna Carlo Pisacane, nel cuore di Torpignattara, quartiere storico e popolare di Roma oggi popolato da un numero crescente di famiglie immigrate. La Pisacane è un laboratorio sull'Italia che verrà. Il film è un invito a riflettere senza paraocchi su un tema epocale, complesso, di interesse nazionale, che non può essere risolto a colpi di slogan o con affrettate scorciatoie ideologiche. «La camera si muove leggera ad altezza di bambino. Sono loro i piccoli maestri. In pochi semplici gesti ci mostrano come ogni barriera sia il puro scarto di paure irrazionali, peculiarità degli adulti. A cinque anni la diversità affascina, stimola, incuriosisce. Nei genitori preoccupa. Per questo motivo alcuni scelgono di cambiare istituto già temendo un ritardo nella performance intellettuale. Bieco sciovinismo straccione. Le immagini parlano chiaro. I bambini si istruiscono a vicenda sulla loro diversità, ed imparano le regole del vivere insieme, sotto lo stesso tetto. L'italiano diviene progressivamente un suono familiare. I laboratori di teatro li stimolano e li uniscono nella condivisione delle emozioni del racconto. È con la storia del mago di Oz che i bambini imparano il senso del viaggio, del ritorno, delle radici. Assistiamo ai primi passi della lunga formazione della loro identità. […] Il film ci lascia impazienti di costruire una società più solida. Un piccolo e prezioso contributo nella lotta alla xenofobia che riposa oggi in Italia come un drago accovacciato dietro le pareti domestiche. Una scialuppa di salvataggio nel naufragio italiano» (Riccardo Centola, «Cinemafrica»).
 
 
Domenica 19
 
ore 17
Benvenuti in Italia (2012) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Archivio delle Memorie Migranti
Regia, soggetto, fotografia, suono: Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Ali, Dagmawi Yimer; montaggio: Aline Hervé, Lizi Gelber; origine: Italia; produzione: Archivio delle Memorie Migranti in collaborazione con Open Society Foundations e Fondazione lettera27; distribuzione: Archivio delle Memorie Migranti; sito ufficiale: www.archiviomemoriemigranti.net; formato: Beta digitale/Dvd; durata: 65'
Un film documentario in cinque episodi girato a dieci mani da ragazze e ragazzi immigrati in Italia. Un mosaico di piccole storie accomunate dalla ricerca di uno sguardo interno sulla condizione migrante e, insieme, un ritratto composito dell'Italia e del suo sistema di accoglienza riflesso negli occhi di chi arriva. Aluk Amiri, rifugiato afghano giunto in Italia all'età di quindici anni, racconta il giorno del diciottesimo compleanno del suo alter-ego Nasir in una casa famiglia di Venezia. Zakaria Mohamed Ali, costretto a lasciare Mogadiscio dopo l'omicidio del suo maestro di giornalismo, dà voce ai sogni di gloria di Dadir, campione di calcio affermato nel suo paese e oggi costretto a viaggiare senza biglietto da Milano a Roma per giocare con la 'nazionale somala di Roma'. Hevi Dilara, rifugiata curda, fornisce il ritratto di una giovane coppia di rifugiati che vivono da un mese con la loro neonata in un centro di prima accoglienza di Portici. Il burkinabé Mahamady Dera riprende l'attività e gli ospiti della pensione "chez Margherita", punto di riferimento della comunità burkinabé a Napoli, prima della sua imminente chiusura. Il filmaker etiope Dagmawi Yimer, sbarcato a Lampedusa cinque anni fa, segue il mediatore culturale e attore senegalese Mohamed Ba mentre rievoca il giorno in cui qualcuno decise di accoltellarlo davanti alla fermata dell'autobus.
Dalle note di produzione: «Gli autori del film, che provengono da mondi e percorsi molto lontani tra loro, sono stati selezionati indipendentemente dalla loro esperienza nel campo degli audiovisivi. Molti di loro non avevano mai preso una telecamera in mano. Dopo un percorso di formazione, hanno scelto di ambientare le storie nei diversi contesti del loro arrivo. Adottando un metodo partecipativo e di condivisione di storie l'AMM presta particolare cura al contesto in cui hanno luogo i racconti e le testimonianze dei migranti e alla relazione tra chi narra e chi ascolta fino ad arrivare, grazie a forme 'circolari' di narrazione, alla mutualità di questi due ruoli. La pratica dell'ascolto è preceduta dalla individuazione di uno spazio comune, una condivisione di piani di discorso e di idealità; ciò significa lavorare non solo tra ma con i migranti passando attraverso una
mediazione linguistica, culturale e affettiva di attenzione e rispetto particolari. Con le sue attività e iniziative l'AMM intende lasciare traccia dei processi migratori in corso e promuovere l'inserimento di memorie 'altre' nel patrimonio collettivo della memoria nazionale e transnazionale. Contro la cultura dell'odio razziale, per dare ascolto alle memorie migranti, per guardare all'accoglienza da un'altra prospettiva».
 
ore 18.15
Tavola rotonda: "L'Italia sono anch'io: inventare il nostro domani" (ingresso gratuito)
L'Italia sono anch'io (Angela Spencer), Giulio Cederna (Archivio delle Memorie Migranti), Leonardo De Franceschi (Cinemafrica/Università Roma Tre), Alessandra Guarino (Cinema di Migrazione), Filippo Miraglia (Arci), Vinicio Ongini (autore del libro "Noi domani"), Giorgio Valente (Il Labirinto), ZaLab e i registi Fred Kuwornu, Marco Simon Puccioni, Andrea Segre, Marco Turco, Dagmawi Yimer. Modera Maria Coletti. Introduce Enrico Magrelli (conservatore Cineteca Nazionale)
 
ore 21
18 Ius Soli(2011) (ingresso gratuito)
Copia per gentile concessione di Struggle Filmworks
Regia, soggetto e sceneggiatura: Fred Kudjo Kuwornu; fotografia: Lior Levy; montaggio: Sergio Ponzio; suono: Romeo Filippi; musiche: canzoni di Mike Samaniego, Miguel Prod & Nasty Brooker, Valentino AG, Kevin McLeod; con: Aziz Sadid, Anastasio Moothen, Heena Sondhi, Angela Wenjun Liu, Valentino Onierhovwo Agunu, Georgiana Turculet, Paolo Barros, Mohamed Fakhir, Aravin Aliuth, Ona Catalina Chelmus, Fatmata Dorcas Moses, Kevin Javier, Waheed Sarvish, Siham Fissah, N'Deye Sadio Fall; origine: Italia; produzione: Fred Kudjo Kuwornu per Struggle Filmworks; sito ufficiale: http://www.18-ius-soli.com; formato: Beta Digitale/DVD; durata: 52'
Il documentario, premiato dall' Associazione Amici di Giana con il Premio Mutti, racconta 18 storie di ragazze e ragazzi nati e cresciuti in Italia ma di origine straniera. Sono ragazzi nati in Italia, figli di immigrati: studiano nel nostro Paese, parlano la nostra lingua e i nostri dialetti, molto probabilmente non sono nemmeno mai stati nel paese d'origine dei loro genitori né spesso ne parlano la lingua. Eppure non sono riconosciuti cittadini italiani come tutti gli altri. Per ottenere la cittadinanza italiana devono infatti sottoporsi, al compimento del 18° anno di età, ad un iter burocratico lungo e complesso, che non sempre termina con esiti positivi per il richiedente, con conseguenti e inevitabili gravi problemi di inserimento sociale e d'identità. Oltre alle loro storie sono stati intervistati sociologi e politici italiani. E' uno dei primi documentari "grassroot" prodotti in Italia, con lo scopo di essere utilizzato come piattaforma dal basso per generare una campagna sociale di cambiamento. «18 Ius Soli, diversamente da Inside Buffalo, accurato documentario d'archivio, si presenta stavolta esplicitamente come un docupamphlet, concepito per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla condizione di disagio sociale in cui si trovano le seconde generazioni, e suscitare un dibattito sulla normativa vigente, iniqua e inadeguata. Kuwornu, con alle spalle un passato da conduttore e dj, supera la sfida di un format televisivo e di un prodotto dalla precisa destinazione d'uso con una certa brillantezza e una sicura efficacia comunicazionale. I suoi ragazzi ci parlano anche perché hanno saputo trovare un interlocutore che ha saputo ascoltarli, dare il giusto valore alle loro parole e cogliere un'energia vitale nei loro volti» (Leonardo De Franceschi, «Cinemafrica»).