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Un marziano a Cinecittà. Ennio Flaiano e il cinema
18 Dicembre 2012 - 23 Dicembre 2012
«Il peggio che può capitare a un genio
è di essere compreso»
Ennio Flaiano
 
«Giornalista e sceneggiatore, autore anche di un romanzo, (concediamo a quest’ipotetica enciclopedia una citazione inesatta). Scrittore minore satirico nell’Italia del Benessere». A rispondere con un amaro aforisma su se stesso a un giornalista che gli chiedeva un condensato giudizio critico sulla sua opera, da inserire in un’immaginaria enciclopedia del 2050, è proprio Ennio Flaiano. L’intervista si svolse nel 1972, pochi mesi prima della morte che sopraggiungerà il 20 novembre per infarto. Pur nell’ironia dell’affermazione (è evidente che Flaiano teme di essere ricordato proprio per l’ultima della serie di definizioni che dà di sé), è interessante notare come egli stesso relegasse solo in ultimo l’etichetta di scrittore satirico.
Flaiano ha lavorato molto per il cinema. Sessanta sceneggiature in circa trent’anni, testimoniano un rapporto intenso e prolungato. Eppure, Flaiano ha spesso parlato con sufficienza del cinema, non soltanto per le avvilenti vicende legate al suo ultimo lavoro, la sceneggiatura Melampo, di cui lui stesso voleva curare la regia e che invece i produttori finirono per affidare a Marco Ferreri (La cagna). Il minimizzare il proprio lavoro, di critico cinematografico prima (per Flaiano «era uno che non capiva niente di cinema ma andava al cinema e faceva il pezzo sul cinema parlando d’altro. Era l’unico modo per protestare contro il fascismo») di sceneggiatore poi, faceva parte da una parte del personaggio disincantato dall’aforisma facile, dall’altra del senso di colpa di vedere la sua opera compressa tra il “mito della letteratura” ancora vivo e la constatazione della sua improponibilità, della sua perdita di significato. In questo complesso d’inferiorità, lo scrittore abruzzese di un unico romanzo non può che parlare male della sceneggiatura, considerata letteratura degradata. Ma è anche vero che per Flaiano non può esistere una pratica della letteratura al di fuori di una sua degradazione. Non è una semplice coincidenza se i contributi di Flaiano a capolavori del cinema italiano vertano spesso intorno al tema centrale della crisi dello scrittore, dell’artista, dell’intellettuale (La dolce vita, Un amore a Roma, La notte, ). «Se il nodo con Fellini costituisce indubbiamente l’aspetto più vistoso del lavoro cinematografico di Flaiano, non è però l’unico su cui valga la pena di indagare», scrive Renato Venturelli, citando come esempio eclatante quel «Roma città libera diretto da Marcello Pagliero, per il quale Flaiano ottenne il Nastro d’argento per il miglior soggetto: un film di cui si è spesso sottolineata la qualità clairiana (non a caso uno dei registi più amati da Flaiano), e che indubbiamente rappresenta uno dei film più significativi di tutta la sua attività». «Nelle sedute di sceneggiatura con Flaiano, tra chiacchiere, critiche e divagazioni sul soggetto, c’era da ricavare materia per condire dieci film; e sarebbe andato tutto perduto se fosse toccato a lui di cavarne il succo. Ho fatto centinaia di riunioni di sceneggiatura con Flaiano […] ma di pagine scritte da lui ne ho viste ben poche. Lo scrittore vero non può compiacersi nel lavoro di sceneggiatura, che deve trovare il modo di tradurre in immagini e battute dei concetti, oltre che dei fatti. […] Flaiano scrisse parecchi soggettini, ma di sceneggiature sue ne conosco due sole: quella del Melampo di cui voleva fare la regia, e che non è bella, e quella tratta dalla Recherche di Proust per René Clement, un compito del quale era molto scontento» (Suso Cecchi d’Amico).
A quarant’anni dalla sua scomparsa la Cineteca Nazionale rende omaggio a questo tormentato autore di cinema.
 
martedì 18
ore 17.00
La freccia nel fianco (1945)
Regia: Alberto Lattuada; soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Luciano Zuccoli; sceneggiatura: Ennio Flaiano, A. Lattuada, Alberto Moravia, Carlo Musso, Ivo Perilli, Cesare Zavattini; fotografia: Massimo Terzano; scenografia: Gastone Medin; costumi: Gino Brosio; musica: Nino Rota; montaggio: Gisa Radicchi Levi; interpreti: Leonardo Cortese, Mariella Lotti, Roldano Lupi, Cesarino Barbetti, Sandro Ruffini, Galeazzo Benti; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata: 82′
«Durante un concerto Nicoletta, moglie dell’Ingegner Barbano, ritrova il celebre pianista Bruno Traldi. Dieci anni prima era nata tra i due un’amicizia che inconsapevolmente si era trasformata in amore, poi il destino li aveva divisi. Al nuovo incontro la donna si sente attratta verso il giovane artista e lotta contro un sentimento che sembra rinascere irresistibile dai ricordi del passato. Il marito si accorge che i due si amano e che nulla egli può fare per opporsi, sconvolto dalla gelosia, decide di fuggire. Nicoletta cede fatalmente nelle braccia dell’amante e i due decidono di partire insieme. Ma Bruno, impegnato in una serie di concerti sembra volersi sottrarre a un legame che limita la sua libertà» (www.cinematografo.it). «Alberto Lattuada ha sentito il carattere vecchiotto e un po’ salottiero della vicenda e nella prima parte del film si è sforzato di ricostruire, sullo sfondo di un castello nobilesco, l’ambiente di dissipazione e di decadenza mondana in mezzo al quale si svolge l’infanzia del precoce piccolo musicista. Il colore lontano e poetico proprio ad ogni rievocazione è mantenuto con efficacia per tutte le sequenze del castello. La scabrosità dei rapporti tra il ragazzo e la sua amica è trattata con sobrietà. Meno ci convincono le parti che vogliono illustrare il successo del musicista al concerto. La seconda parte, con il ritorno al castello e l’adulterio di Zuccoli, tratta con molta serietà il problema del peccato. Ma il suicidio avrebbe guadagnato con una rappresentazione meno testuale. In complesso il film ha confermato in pieno le qualità già note del regista, pur dentro i limiti di una angusta vicenda. Mariella Lotti, Leoanrdo Cortese, Roldano Lupi e il ragazzo Barbetti sono gli interpreti veramente efficaci. Assai buono il commento musicale di Rota» (Moravia).
 
ore 19.00
Roma città libera (1946)
Regia: Marcello Pagliero; soggetto: Ennio Flaiano; sceneggiatura: E. Flaiano, Suso Cecchi d’Amico, Cesare Zavattini, M. Pagliero, Marcello Marchesi, Filippo Mercati [Luigi Filippo D’Amico]; fotografia: Aldo Tonti; scenografia: Gastone Medin; musica: Nino Rota; montaggio: Giuliana Attenni; interpreti: Andrea Checchi, Nando Bruno, Valentina Cortese, Vittorio De Sica, Gar Moore, Ave Ninchi; origine: Italia; produzione: Pao Film; durata: 81′
«Ronda di personaggi sfasati e alla deriva sullo sfondo di una Roma notturna, disordinata e allucinata subito dopo la liberazione, ancora dominata dalla presenza delle truppe alleate. È uno dei film italiani più eccentrici e “maledetti” del dopoguerra, frutto di una bizzarra contaminazione tra neorealismo e influenze della cultura francese. Nonostante le firme di molti sceneggiatori tra cui Zavattini, è un tipico frutto dell’ingegno originale e eterodosso di Ennio Flaiano, autore del soggetto, che si meritò un Nastro d’argento 1947-48 e che vi compare nel piccolo ruolo di un questurino. Girato quasi per intero in esterni con la fotografia di Aldo Tonti. Fra i personaggi principali spicca uno straordinario V. De Sica come ministro smemorato. Ebbe un’effimera uscita in sala soltanto nel 1948 e un successo di prestigio nel 1949 al Festival dei film maledetti di Biarritz» (Morandini).
 
ore 21.00
Fuga in Francia (1948)
Regia: Mario Soldati; soggetto e sceneggiatura: Carlo Musso, Ennio Flaiano, M. Soldati; collaborazione alla sceneggiatura: Mario Bonfantini, Emilio Cecchi, Cesare Pavese; scenografia e costumi: Piero Gherardi; fotografia: Domenico Scala; musica: Nino Rota; montaggio: Mario Bonotti; interpreti: Folco Lulli, Rosi Mirafiore, Mario Vercellone, Giovanni Dufour, Enrico Olivieri, Pietro Germi; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata: 105′
«Dopo la Liberazione, il tentativo di fuga verso Grenoble dell’ex gerarca Riccardo Torre (Lulli) e di suo figlio Fabrizio (Olivieri) si intreccia con quello di tre operai che vogliono emigrare clandestinamente in Francia, il sognatore Gino (Vercellone), il disilluso Tembien (Germi) e il “tunisino” (Du Four), il più allegro e superficiale dei tre. […] Insolito e coraggioso thriller politico, […] costruito sapientemente su due dei grandi temi sociali di quegli anni: il fascismo non ancora rimosso e l’emigrazione come unica prospettiva concreta per trovare lavoro. Un’opera da rivalutare per il cinema italiano e una svolta personale per Soldati che, con uno stile a metà strada tra il neorealismo e l’espressionismo made in Usa (possibili le influenze di Welles), vivifica la sua eleganza compositiva con inquadrature dai tagli irregolari e dall’illuminazione contrastata, con riprese dal basso di primi piani e soffitti incombenti, legati tra loro da un montaggio carico di tensione drammatica. Folco Lulli giganteggia nel ruolo di un fascista senza rimorsi, cinico e crudele (che lo scenografo e costumista Piero Gherardi fa vestire sempre con un inquietante cappottone nero), vera anima dannata di un mondo che sembra ancora appartenergli, ma altrettanta bravura mette Pietro Germi nel disegnare il ritratto dolente del reduce Tembien […] e Soldati nel raccontare la figura del piccolo Fabrizio, a cui la giovanissima età non risparmierà un drammatico confronto con la crudezza della vita» (Mereghetti).
 
mercoledì 19
ore 17.00
Parigi è sempre Parigi (1951)
Regia: Luciano Emmer; soggetto: Sergio Amidei, Giulio Macchi; sceneggiatura: S. Amidei, L. Emmer, Ennio Flaiano, G. Macchi, Francesco Rosi, Jacques Rémy, Jean Ferry; fotografia: Henri Alekan; scenografia e costumi: Hugues Laurent; musica: Roman Vlad; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Aldo Fabrizi, Lucia Bosè, Ave Ninchi, Marcello Mastroianni, Franco Interlenghi, Paolo Panelli; origine: Italia-Francia; produzione: Fortezza Film, Omnium International du Film; durata: 104′
Le vacanze degli italiani all’estero, in trasferta a Parigi per vedere la partita di calcio: ognuno cerca di divertirsi come può, ma a farla da padrone è il solito provincialismo dei gustosi personaggi in scena. Un Emmer leggero ed effervescente come in Domenica d’agosto, da cui prende la struttura narrativa ad episodi: dopo la grande stagione del dopoguerra, questo film, scritto tra gli altri da Sergio Amidei, apre le porte alla fase del cosiddetto Neorealismo rosa. Tra gli attori, irresistibili Fabrizi e Panelli.
 
ore 19.00
Guardie e ladri (1951)
Regia: Mario Monicelli e Steno [Stefano Vanzina]; soggetto: Piero Tellini; sceneggiatura: M. Monicelli, Steno, Vitaliano Brancati, Aldo Fabrizi, Ennio Flaiano, Ruggero Maccari; fotografia: Mario Bava; scenografia: Flavio Mogherini; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Totò, Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Pina Piovani, Aldo Giuffré, Ernesto Almirante; origine: Italia; produzione: Golden Films, Ponti-De Laurentiis; durata: 106′
«Un ladro (più per necessità che per vocazione) truffa un americano ma è da questi riconosciuto durante una distribuzione di pacchi-dono. Inseguito da un grasso carabiniere sfugge alla cattura, ma da quel giorno il tutore della legge non gli dà tregua poiché rischia di essere radiato dall’Arma se entro tre mesi non riuscirà ad arrestarlo» (Chiti-Poppi). «La commedia degli anni ’50 era un’evoluzione della farsa, quella che io e Steno facevamo anche con Totò, che si è gradatamente tramutata in commedia di costume. Con Guardie e ladri già nonera più farsa e cominciava ad essere commedia di costume» (Monicelli).
 
ore 21.00
Il bidone (1955)
Regia: Federico Fellini; soggetto e sceneggiatura: F. Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano; fotografia: Otello Martelli; scenografia: Dario Cecchi; musica: Nino Rota; montaggio: Mario Serandrei, Giuseppe Vari; interpreti: Broderick Crawford, Giulietta Masina, Richard Basehart, Franco Fabrizi, Lorella De Luca, Giacomo Gabrielli; origine: Italia; produzione: Titanus; durata: 112′
Un anziano bidonista, stanco della sua vita di espedienti e piccole truffe, decide di mollare tutto, ma i suoi complici la pensano diversamente. «Non v’è l’arcana poesia de La strada data dal paesaggio indifferente e maestoso, dal passaggio lento delle stagioni estranee alla pena e alla solitudine dell’uomo. In compenso Il bidoneè più complesso, ha un’orchestrazione più elaborata. Il tema felliniano dei conti da rendere a qualcuno che ci trascende è meno univoco, più clamoroso, quasi gravido di presenze impalpabili ma certe perché meno metafisiche, più legate a ciò che risulta semplicemente umano» (Bianchi).
 
giovedì 20
ore 17.00
Peccato che sia una canaglia (1954)
Regia: Alessandro Blasetti; soggetto: dal racconto Il fanatico di Alberto Moravia; sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Ennio Flaiano, Alessandro Continenza; fotografia: Aldo Giordani; scenografia: Mario Chiari; costumi: Maria De Matteis; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Umberto Melnati, Margherita Bagni, Walter Bartoletti; origine: Italia; produzione: Documento Film; durata: 96′
Un tassista conosce una ragazza, figlia di un ladro di valigie e dedita anche lei al furto, insieme a due compari. I tre orchestrano un colpo ai danni del tassista sfruttando la bellezza e le doti di seduzione della ragazza, ma il tassista s’invaghisce veramente di lei. Blasetti lancia la coppia per eccellenza del cinema italiano, Loren-Mastroianni, optando per la commedia di caratteri: «Prima crea dei personaggi con un loro carattere, poi da questi caratteri fa dipendere l’azione; quindi stabilisce che a prendere l’iniziativa sia il personaggio femminile […]; infine sceglie l’happy end programmatico. È questo, detto in maniera assai schematica, il modello blasettiano di commedia» (Gori). «Il film si articola su un ritmo vivacissimo in cui l’assoluta pulizia formale, il gusto di molte situazioni narrative e la perizia della interpretazione concorrono a creare un equilibrio e una spigliatezza non comuni» (Ghelli).
 
ore 19.00
Le notti di Cabiria (1957)
Regia: Federico Fellini; soggetto e sceneggiatura: F. Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, da un’idea di F. Fellini; collaborazione ai dialoghi: Pier Paolo Pasolini; consulenza artistica: Brunello Rondi; fotografia: Aldo Tonti; fotografia sequenze aggiunte: Otello Martelli; scenografia e costumi: Piero Gherardi; musica: Nino Rota; montaggio: Leo Catozzo; interpreti: Giulietta Masina, François Perier, Amedeo Nazzari, Aldo Silvani, Dorian Gray, Franca Marzi; origine: Italia/Francia; produzione: Dino De Laurentiis Cinematografica, Les Films Marceau; durata: 111′
«Come già nella Strada, del 1954, Fellini pone la figura clownesca e innocente della moglie Giulietta Masina a diretto contatto con le brutture e le nefandezze della vita quotidiana: dall’accostamento nasce un film gentile e ironico, sorta di omaggio al cialtronesco mondo delle borgate romane, in cui il regista tiene a sottolineare l’esistenza della Grazia, cattolicamente intesa, qui incarnata in un gruppo di giovani che “ridestano alla vita” (e al sorriso) Cabiria dopo che un cliente l’aveva ingannata con una promessa di matrimonio e poi derubata. In un ruolo a lei estremamente congeniale, la Masina ottenne, grazie a questo film, un’enorme popolarità, anche all’estero e vinse la Palma d’oro a Cannes. Ma su tutti, svetta comunque Nazzari, strepitoso nella sua straordinaria presa in giro di un divo del cinema. Nastro d’argento e Oscar come miglior film straniero» (Mereghetti).
 
ore 21.00
La ragazza in vetrina (1961)
Regia: Luciano Emmer; soggetto: L. Emmer, Emanuele Cassuto, Rodolfo Sonego; sceneggiatura: L. Emmer, Vinicio Marinucci, Luciano Martino, Pier Paolo Pasolini; fotografia: Otello Martelli; scenografia: Alexandre Hinkis; musica: Roman Vlad; montaggio: Jolanda Benvenuti, Emma Le Chanois; interpreti: Lino Ventura, Marina Vlady, Magalì Noël, Bernard Fresson, Antonio Badas, Roger Bernard; origine: Italia/Francia; produzione: Nepi Film, Zodiaque Film; durata: 92′
«La ragazza in vetrina reca i segni di una meditazione, di una ispirazione non occasionale, di un irrobustimento della vena narrativa. […] Il prologo del film, nella miniera, è dotato di un vigore drammatico, di un vigore realistico insoliti per Emmer, e costituisce forse quanto di più intenso il cinema abbia dato sull’aspro lavoro dei minatori e sulla presenza incombente, assidua della morte nei cunicoli del sottosuolo. […] Nella pittura della celebre strada delle vetrine – dietro le quali le prostitute stanno in offerta come una merce -, nello scorcio di certi locali (come quelli per uomini soli), nell’introduzione di talune antitesi (l’Esercito della Salvezza), nella definizione delle psicologie Emmer ha spiegato una lucidità di linguaggio resa più accattivante dalla discrezione, dal pudore di cui egli ha dato prova» (Castello). «Uno dei più felici film di Emmer e non solo per agilità di racconto, intelligenza di notazioni e direzione di attori. C’è anche uno scavo psicologico più profondo. Il film ebbe gravi noie con la censura democristiana che impose tagli, modifiche al dialogo e il divieto ai minori di 16 anni, nonostante la castità della rappresentazione». (Morandini).
Copia restaurata e ricostruzione della versione originale a cura della Cineteca Nazionale
 
venerdì 21
ore 17.00
La romana (1954)
Regia: Luigi Zampa; soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; sceneggiatura: A. Moravia, Giorgio Bassani, L. Zampa, Ennio Flaiano; fotografia: Enzo Serafin; scenografia: Flavio Mogherini; costumi: Gaia Romanini; musica: Enzo Masetti; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Gina Lollobrigida, Daniel Gélin, Franco Fabrizi, Raymond Pellegrin, Renato Tontini, Pina Piovani; origine: Italia; produzione: Excelsa Film, Les Films du Centaure; durata: 94′
Nella Roma fascista si svolge la storia di Adriana, giovane e bella, che per assecondare le ambizioni della madre si ritrova tra le braccia di un pittore che avrebbe dovuto garantirle la gloria. Delusa e turbata si invaghisce di un autista che, nonostante le promesse di matrimonio, scopre essere in realtà sposato e padre di tre figli. Avviata alla prostituzione, viene salvata da Mino, un giovane partigiano che pare darle la felicità. Arrestato durante un rastrellamento, questi però rivela i nomi dei propri compagni cadendo successivamente in una fortissima depressione per i rimorsi che lo assalgono. Tratto da un romanzo di Alberto Moravia, il film si avvale di una delle migliori prestazioni di Lollobrigida e soprattutto della accurata ricostruzione di interni ed esterni d’epoca a cura di Flavio Mogherini, scenografo che diverrà poi regista.
Restauro a cura della Cineteca Nazionale in collaborazione con Sky Cinema
 
ore 19.00
Dov’è la libertà (1954)
Regia: Roberto Rossellini; soggetto: R. Rossellini; sceneggiatura: Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Antonio Pietrangeli, Vincenzo Talarico; fotografia: Aldo Tonti; scenografia: Flavio Mogherini; musica: Renzo Rossellini; montaggio: Jolanda Benvenuti; interpreti: Totò, Leopoldo Trieste, Vera Molnar, Nyta Dover, Franca Faldini, Giacomo Rondinella; origine: Italia; produzione: Lux Film, Golden Film; durata: 91′
Dopo vent’anni di prigione per aver ucciso un tale che egli riteneva avesse insediato la sua onestissima moglie, un barbiere torna in famiglia. Ma, scandalizzato dalla meschinità e ipocrisia dei parenti, preferisce ritornare in prigione. Rossellini abbandonò il set e alcune sequenze furono girate un anno dopo da Mario Monicelli, mentre le inquadrature finali sono di Fellini. «Quanto più spesso la rappresentazione è segnata da una stringente proprietà espressiva. Dov’è la libertà è un’opera originale, non indegna certo del fortissimo artista che l’ha firmata» (Clemente).
 
ore 21.00
Calabuig (1956)
Regia: Luis García Berlanga; soggetto: Leonardo Martín; sceneggiatura: L. Martín, Florentino Soria, Ennio Flaiano, L. G. Berlanga;fotografia: Francisco Sempere; musica: Guido Guerrini; montaggio: Pepita Orduna; interpreti: Edmund Gwenn, Valentina Cortese, Franco Fabrizi, Juan Calvo, Félix Fernández, José Isbert; origine: Spagna/Italia; produzione: Águila Films, Film Costellazione; durata: 97′
Uno scienziato atomico, George Hamilton, s’appresta a partire per una base segreta nel Mediterraneo, ma giunto a Barcellona, stanco e nauseato dal suo lavoro, rivolto alla produzione di mezzi di distruzione sempre più terribili, decide di sparire dalla circolazione. Per attuare il suo disegno, si reca a Calabuig, piccolo paese di mare sconosciuto a tutti. Lì l’uomo conosce una vita semplice, idilliaca e patriarcale, trascorrendo lietamente le sue giornate tra pacifiche, innocenti occupazioni e distrazioni. Luis García Berlanga è uno dei registi che ha segnato la rinascita del cinema spagnolo negli anni Cinquanta.
 
sabato 22
ore 17.00
Giulietta degli spiriti (1965)
Regia Federico Fellini; soggetto: F. Fellini, Tullio Pinelli da un’idea di F. Fellini; sceneggiatura: F. Fellini, T. Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia e costumi: Piero Gherardi; musica: Nino Rota, diretta da Carlo Savina; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Giulietta Masina, Sandra Milo, Mario Pisu, Sylva Koscina, Valentina Cortese, José Luis De Villalonga; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film, Francoriz; durata: 144′
Giulietta e Giorgio festeggiano l’anniversario di matrimonio con i loro amici, benché il loro legame non sia più saldo come in passato. Mentre Giorgio, asserragliato dietro una cortesia distratta, culla l’illusione di un nuovo amore, Giulietta vede dolorosamente il suo universo crollare. In piena crisi, Giulietta cerca una via di scampo partecipando a sedute spiritiche o nel conforto di un veggente indiano. Consigliata da sua madre, assume un investigatore privato perché segua Giorgio e le fornisca le prove del suo tradimento. «Con Giulietta degli Spiriti, grazie a un colore che accentua la ricerca simbolica e antinaturalistica, Fellini non pone più alcun freno ai suoi istinti immaginativi. Tra tutti i viaggi nella memoria effettuati nel corso della sua attività questo è l’unico che cerca di esplorare il mondo della controparte femminile vedendolo animato e coabitato da una folla di presenze uscite direttamente dall’iconografia della religione cattolica e da figure di sacerdotesse del sesso, che invitano alla liberazione del corpo e alla trasgressione dei comandamenti e dei tabù. Giulietta degli spiriti mette in scena riti e comportamenti in via di sparizione, quasi frammenti residuali di civiltà che stanno scomparendo, stabilisce un ulteriore punto d’orientamento per l’opera del regista» (Brunetta).
 
ore 19.30
La dolce vita (1960)
Regia: Federico Fellini; soggetto: F. Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli; sceneggiatura: F. Fellini, E. Flaiano, T. Pinelli, Brunello Rondi; fotografia: Otello Martelli; scenografia e costumi: Piero Gherardi; musica: Nino Rota; montaggio: Leo Catozzo; interpreti: Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, Yvonne Furneaux, Alain Cuny, Annibale Ninchi; origine: Italia/Francia; durata: 175′
Film emblema del cinema italiano, incursione felliniana nel mito in decomposizione della Roma by night, immortalata dai paparazzi e dagli sguardi del protagonista. «Il film – uno dei film più terribili, più alti e a modo suo più tragici che ci sia accaduto di vedere su uno schermo – è la sagra di tutte le falsità, le mistificazioni, le corruzioni della nostra epoca, e il ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana che, come nei dipinti medioevali, balla con la Morte e non la vede, è la “commedia umana” di una crisi che, come nei disegni di Goya o nei racconti di Kafka, sta mutando gli uomini in “mostri” senza che gli uomini facciano in tempo ad accorgersene» (Rondi).
Copia restaurata a cura della Cineteca di Bologna in associazione con The Film Foundation, Cineteca Nazionale, Pathé, Fondation Jérôme Seydoux – Pathé, Medusa, Paramount Pictures e Cinecittà Luce. Il restauro è stato sostenuto da Gucci e The Film Foundation.
 
a seguire
 Le tentazioni del dottor Antonio di Federico Fellini (ep. di Boccaccio 70, 1962)
Regia: Federico Fellini; soggetto e sceneggiatura: F. Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli; collaborazione alla sceneggiatura: Brunello Rondi, Goffredo Parise; fotografia: Otello Martelli; scenografia: Piero Zuffi; musica: Nino Rota; montaggio: Leo Catozzo; interpreti: Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Mario Passante, Silvio Bagolini, Polidor, Alfredo Rizzo; origine: Italia/Francia; produzione: Concordia Compagnia Cinematografica, Cineriz, Francinex, Gray Films; durata: 60′
Il dottor Antonio Mazzuolo è un moralista: fa parte di una commissione di censura del Ministero dello Spettacolo; vive, scapolo, con la madre e le sorelle. Un giorno, montano davanti a casa sua un cartellone per la pubblicità del latte, che raffigura una donna provocante e gigantesca. Sconvolto, Antonio si prodiga inutilmente per la sua rimozione. Immagina che la donna scenda dal cartellone e lo conduca nel suo mondo gigantesco. Si innamora di questa donna mitica, ma lei lo deride e lo sfugge. Antonio finisce per impazzire. «”Le tentazioni del Dottor Antonio – dice Fellini – è solo uno scherzo. Non parlatene come di una cosa seria”. Ma poi, subito dopo, si confessa. In fondo il suo sketch ha una storia, anche se breve. Erano i tempi, quando Ponti e Cervi gli parlarono di Boccaccio ’70, di Trombi e Spagnuolo. Ma soprattutto era da poco finita la ventata polemica e talvolta astiosa e velenosa contro “l’immoralità” de La dolce vita. Ci fa capire insomma che Le tentazioni del Dottor Antonio non è casuale. C’era il pungolo, per Fellini, ed era la reazione contro la censura. Il pretesto per superare una situazione amara e spiacevole di cui ancora conserva le tracce, in se stesso. Lo sketch è servito un po’ come da liberazione. Alla radice di tutto questo c’è l’ultimo articolo su La dolce vita che P. Baragli scrisse su “La civiltà cattolica”. Accusò lui e Rizzoli di aver realizzato il film per soldi; disse tra l’altro che il film pretendeva di essere un “giudizio”, un giudizio però di persone che erano immerse nel vizio fino al collo. Un’offesa insomma anche ai gesuiti genovesi e milanesi che lo avevano aiutato. […] Ecco quindi la reazione, con Le tentazioni del Dottor Antonio. Si trattava di inventare una storia (ne parlò con Flaiano e Pinelli) sul moralismo più deteriore, su un personaggio divorato dalla sua naturalezza inespressa, per reagire contro la censura, contro quelle persone che avevano avuto il coraggio di imprigionare persino Chagall. Nacque così in brevissimo tempo, in quindici giorni appena, la storia del Dottor Antonio, questa “girandola” sul nostro tempo che – sottolinea Fellini – ha una dimensione clownesca» (Di Carlo, Frattini (a cura di), Boccaccio ’70, Cappelli, Bologna, 1962).
 
domenica 23
ore 17.00
Un amore a Roma (1960)
Regia: Dino Risi; soggetto: dal romanzo omonimo di Ercole Patti; sceneggiatura: Ennio Flaviano, E. Patti; fotografia: Mario Montuori; scenografia: Piero Filippone; costumi: Piero Tosi; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Otello Colangeli; interpreti: Mylène Demongeot, Peter Baldwin, Elsa Martinelli, Claudio Gora, Maria Perschy, Jacques Sernas; origine: Italia/Francia; produzione: Fair Film, Cei Incom, Laetitia Film, Les Films Cocinor; durata: 108′
Marcello, un giovane con ambizioni letterarie di nobile ma decaduta famiglia romana, si invaghisce di Anna, attricetta incontrata per caso, e ne fa la sua amante. La ragazza, pur amandolo, ha un comportamento molto libero e non disdegna di incontrare altri uomini. Marcello vive un perenne stato di gelosia che gli rende insopportabile la relazione. «Questo “schiavo d’amore” è a tratti […] autenticamente delineato […]. Peter Baldwin si porta complessivamente bene […] Mylène Demongeot ne ha tolto la sua più bella interpretazione. Si imbruttisce persino per darle vita e verità» (Pestelli).
 
ore 19.00
Colpo rovente (1970)
Regia: Piero Zuffi; soggetto e sceneggiatura: P. Zuffi, con la collaborazione di Ennio Flaiano; fotografia: Pasqualino De Santis; scenografia: Piero Zuffi; musica: Piero Piccioni; montaggio: Olga Pedrini; interpreti: Michael Reardon, Barbara Bouchet, Carmelo Bene, Susanna Martinkova, Isa Miranda, Edward Ciannelli; origine: Italia; produzione: R.Loyola Cinematografica; durata: 115′
L’industriale Brown, dedito al traffico di droga, viene ucciso a New York. Sull’omicidio indaga Frank Berin, che si infiltra nell’organizzazione criminale. «Colpo rovente pesca nel torbido con varie crudezze […] che mostrano […] il destino dei drogati e molte ambiguità sia di contenuto che di intreccio. […] Grande sfoggio di paesaggi e preziosismi fotografici» (Meccoli). Bel colpo per un primo film. Scenografo, pittore, esperto del melodramma, il romagnolo Piero Zuffi, dopo aver collaborato a qualche film, ha sentito il solletico. Aveva a disposizione un buon soggetto, elaborato, probabilmente, durante le visite in USA: nella quale nazione, come sappiamo, dilaga la moda, presso grandi e piccini, dell'”erba”, delle varie droghe che procurano paradisi artificiali. […] Il difetto di Colpo rovente è uno solo: lo spirito d’avventura è superiore allo spirito d’indagine psicologica. Il racconto è più pittoresco che reale. Le qualità sono molte: la sveltezza espositiva, la varietà dei caratteri e lo splendore della fotografia di Pasqualino De Santis. Il regista ha poi avuto la mano particolarmente felice scegliendo Carmelo Bene per la parte del “killer”» (Bianchi).
 
ore 21.00
Tempo di uccidere (1989)
Regia: Giuliano Montaldo; collaborazione alla regia: Vera Pescarolo; soggetto: dal romanzo omonimo di Ennio Flaiano; sceneggiatura: Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli, Paolo Virzì, G. Montaldo; fotografia: Blasco Giurato; scenografia: Davide Bassan; costumi: Elisabetta Montaldo; musica: Ennio Morricone; montaggio: Alfredo Muschietti; interpreti: Nicolas Cage, Giancarlo Giannini, Ricky Tognazzi, Patrice Flora Praxo, Robert Liensol; origine: Italia/Francia; produzione: Ellepi Film, Dania Film, Surf Film, DMV, Italafrance; durata: 112′
«Avevo letto il romanzo di Flaiano a diciassette-diciotto anni. Quando poi mi avvicinai al cinema, rimase sempre un sogno nel cassetto. Tanti anni dopo, completato il mio percorso in quella che definirei “sofferenza per l’intolleranza”, Tempo di uccidere rispuntò nel cassetto da cui era chiuso. Rilessi tutto quello che aveva scritto Flaiano, […] e poi scrissi il film assieme a Furio e a Giacomo Scarpelli, e a un giovanissimo Paolo Virzì. Gli italiani – raccontava – erano partiti per l’avventura coloniale con l’illusione di andare a vivere in un film in bianco e nero della Paramount, con i palmeti, le donne velate, i turbanti, le spade ricurve; e si trovarono in un paese inospitale, con questi signori eleganti vestiti di bianco, i veri padroni dell’Africa, che li osservavano come alieni» (Montaldo).
 

 

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