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Visioni Sociali: Sconfinamenti
19 Maggio 2017 - 20 Maggio 2017
Da ottobre a giugno, otto appuntamenti con otto parole chiave: un “contenitore” di cinema che sappia attraversare i generi, i formati, le provenienze, per offrire una riflessione ad ampio raggio sul mondo che ci circonda, superando ogni tipo di definizione e di etichetta.
Rassegna a cura di Maria Coletti
 
sabato 20
ore 17.00 La spettatrice di Paolo Franchi (2003, 102′)
Valeria, una giovane interprete simultanea, è innamorata del suo dirimpettaio, Massimo, che non conosce, ma che vede sempre dalla finestra. Da Torino lo segue a Roma e qui, per entrare in contatto con lui, stringe amicizia con la sua compagna, Flavia. Il rapporto di coppia tra Massimo e Flavia fallisce e per Valeria si schiude la possibilità di coronare il suo sogno. «L’eclisse dei sentimenti in un racconto di una classe molto europea e poco italiana, in cui nessuna immagine è inutile, nessuno sguardo va perso e i raccordi psicologici sono precisi e la mano della regìa è invisibile ma presente nel raccontare un incrocio di solitudini, ma senza angoscia. Per esempio nella direzione di tre attori straordinariamente sintonizzati: Barbara Bobulova, la spettatrice della vita che insegue un sogno d’amore, l’amica-complice Brigitte Catillon e il bravissimo Andrea Renzi, che viene dal teatro di Martone e fa il discreto oggetto del desiderio» (Porro).
 
ore 19.00 Corpo celeste di Alice Rohrwacher (2011, 100′)
Marta ha tredici anni e, dopo averne passati dieci con la famiglia in Svizzera, è tornata a vivere a Reggio Calabria, la città dov’è nata. Subito si confronta con un mondo sconosciuto diviso tra ansia di consumismo moderno e resti arcaici. Inizia, così, a frequentare il corso di preparazione alla cresima, cercando nella parrocchia le risposte alla sua inquietudine. «Corpo celeste (il titolo viene da Anna Maria Ortese) non è un j’accuse o un banale referto sociologico; la prima dote della neoregista è lo sguardo partecipe che posa sui suoi personaggi, dalla spaesata Marta a sua madre (Anita Caprioli), l’unica che sa amarla e capirla, all’ingenua Santa (l’efficacissima non attrice Pasqualina Scuncia), la catechista che prepara i ragazzi con lo zelo e la goffa innocenza di chi è troppo parte di un mondo per coglierne l’assurdo. Ma del film restano negli occhi soprattutto gli spazi: gli osceni cavalcavia della città moderna; la fiumara-terra di nessuno, unico luogo in cui sembra pulsare un po’ di vita vera, paradossalmente; i tornanti che portano al paesino fantasma dove il parroco va a prelevare il famoso crocifisso e Marta capirà di colpo molte cose, del mondo e di sé (fulminante apparizione di Renato Carpentieri, prete semicieco, che parla a Marta del vero Gesù)» (Ferzetti).
 
ore 21.00 Io sono Li di Andrea Segre (2011, 96′)
Shun Li lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere i documenti e riuscire a far venire in Italia suo figlio di otto anni. All’improvviso viene trasferita a Chioggia, una piccola città-isola della laguna veneta, per lavorare come barista in un’osteria. Bepi, pescatore di origini slave, soprannominato dagli amici “il Poeta”, da anni frequenta quella piccola osteria. Il loro incontro è una fuga poetica dalla solitudine, un dialogo silenzioso tra culture diverse, ma non più lontane. È un viaggio nel cuore profondo di una laguna, che sa essere madre e culla di identità mai immobili. «Cambiare Paese è anche sperimentare letteralmente questo spaesamento, fare esperienza di morte e (forse) rinascita, è la quotidianità purgatoriale – in certi momenti infernale – del viaggio: andare concretamente al di là (ma il bar dove la donna serve si chiama Paradiso…). E Segre, già abituato a documentare questo trapasso nella sua attività di film maker, qui riesce a non ridurre il dramma alla mera cronaca, a trascendere una denuncia per quanto necessaria del reale, e con sensibilità misurata e visione personale – di cui la par condicio dialettica (veneto e cinese come lingue ugualmente straniere) è soltanto un indizio rivelatore – descrive la potenza incandescente dell’incontro, la forza scandalosa dello sguardo, la poesia come materia che arde» (Matteo Columbo).
 
domenica 21
ore 17.00 Brucio nel vento di Silvio Soldini (2001, 119′)
Tobias vive in Svizzera e lavora come operaio in una fabbrica di orologi. Si è trasferito qui lasciando il suo paese natale convinto di aver ucciso l’amante di sua madre, padre illegittimo dello stesso Tobias e padre naturale di Line, della quale il giovane è ossessivamente innamorato e che non vede da più di vent’anni. Un giorno Line compare alla catena di montaggio della fabbrica, trasferitasi anche lei in Svizzera con il marito e una figlia. «Il film letterario, percorso dal vento dell’inquietudine, fotografato meravigliosamente da Luca Bigazzi e ben recitato da due attori di Praga, più ancora che nella narrazione della storia d’amore è straordinario nel racconto dell’esistenza quotidiana dei protagonisti, delle loro giornate faticose e sempre uguali fatte di gesti e percorsi sempre identici, delle luci nebbiose dell’alba, degli autobus ove si viene folgorati dal sonno, della “corsa idiota” della vita riscattabile soltanto dalla passione e dall’arte» (Tornabuoni).
 
ore 19.00 Le quattro volte di Michelangelo Frammartino (2010, 88′)
Sullo sfondo panoramico della Calabria Jonica si intrecciano quattro episodi, frammenti in realtà di un’unica storia. Quella di un’anima che attraversa in successione quattro vite: un vecchio pastore che vive i suoi ultimi giorni; la nascita e le prime settimane di vita di un capretto fino al primo pascolo; la vita di un abete nel corso delle stagioni; la trasformazione del vecchio abete in carbone attraverso il mestiere dei carbonai. «Tra momenti strazianti (l’ultimo fotogramma del capretto), emozionanti (la sua nascita), persino comici (la foga del gregge a causa di un cane monello), sentiamo quest’opera prendere forma con una grazia e una forza sorprendenti e intensi, con un bel lavoro alla macchina da presa – si veda il piano sequenza centrale – e in scrittura. Sarà anche difficile entrare nel film, svestirsi delle abitudini visive e narrative che abbiamo, seguire un tipo di cinema a cui lo spettatore non è abituato e che impone un livello alto di attenzione e disponibilità. Ma poi ti lascia dentro qualcosa di profondo, inspiegabile, dolce. Una presa di contatto con qualcosa che ormai abbiamo dimenticato, il senso profondo ed elementare della vita, forse. Frammartino è un ottimo regista, ma qui cìè qualcosa in più: un fascino inevitabile, racchiuso in quell’invisibile che il cineasta cerca con ostinazione» (Sollazzo).
 
ore 21.00 La bocca del lupo di Pietro Marcello (2009, 76′)
Enzo torna a Genova dopo tanti anni di assenza, di cui molti trascorsi in carcere. Ad aspettarlo nella piccola casa di famiglia nel ghetto c’è Mary, la compagna di una vita rimasta a aspettare il suo ritorno. La Genova della sua infanzia e dei racconti di suo padre, che l’aveva sempre descritta come una città ideale, sembra svanita nel nulla. Del resto, i ricordi di Enzo sono confusi e i luoghi del suo passato sono stati intaccati in modo profondo dallo scorrere del tempo. «Non del tutto documentario né del tutto finzione. Un insieme che ricorre in abbondanza alla risorsa del repertorio storico e al patrimonio dei filmini amatoriali. […] I suoi strumenti […] non sono quelli della narrazione lineare, della trama descrittiva e tantomeno della spiegazione, ma quelli di un impasto visivo-sonoro evocativo, dell’atmosfera suggeritrice e della suggestione allusiva. La sua cifra è austeramente aristocratica, poetica e fieramente minoritaria: nel produrre una sorta di elitarismo popolare (se si può dire) attinge a Pasolini e De André ma del tutto a modo suo. I suoi Enzo e Mary sono due naufraghi. Reietti ma anche angeli. Il raffinato populismo del film […] comunque prezioso per asciuttezza e assenza di sbavature retoriche è nell’indicare nella loro ruvida tenerezza, nella loro elementare pulizia, il riscatto da un panorama di macerie» (Paolo D’Agostini).

 
 
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