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Alle 21.00 Marco Giallini introduce “Io, loro e Lara” di Carlo Verdone (2010)
31 Ottobre 2012 - 31 Ottobre 2012
ore 21.00
Presentazione di Marco Giallini
 
a seguire
Io, loro e Lara (2010)
Regia: CarloVerdone; soggetto e sceneggiatura: C. Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino; fotografia: Danilo Desideri; scenografia: Luigi Marchione; costumi: Tatiana Romanoff; musica: Fabio Liberatori; montaggio: Claudio Di Mauro; interpreti: C. Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini, Angela Finocchiaro; origine: Italia; produzione: Warner Bros. Italia; durata: 115′
«Carlo Mascolo, sacerdote missionario in Africa, viene assalito da una profonda crisi esistenziale e di fede. Tornato a Roma, dietro suggerimento dei suoi superiori, decide di prendersi una pausa di riflessione, ritrovare il calore della sua famiglia e cercare di superare il problema. Tuttavia, il suo ritorno gli riserverà amare sorprese, poiché si troverà intrappolato in una società schizofrenica assolutamente priva di rapporti umani, con i suoi familiari – il padre Alberto, il fratello Luigi e la sorella Beatrice – troppo concentrati su se stessi e che sembrano ignorare i suoi problemi» (www.cinematografo.it). Verdone ha cominciato la sua carriera all’Alberichino, producendosi in gustose incarnazioni ritagliate dalla realtà: dal bullo al borghese ipocrita all’imbroglione cinico. Un repertorio che poi ha travasato nei film, passando dallo sghiribizzo al disegno composito. Tuttavia il prete di Io, loro e Lara non è un personaggio parodico (Un sacco bello) o un impostore (Acqua e sapone); semmai ricorda (ma con tutt’altro spirito) il sacerdote Nanni Moretti di La messa è finita, che tornato in famiglia scopriva un mondo talmente privo di valori da indurlo a ripiegare nella fuga. […] Questo Don Carlo di Verdone non aspira a farsi maschera, piuttosto si mantiene incredulo e indignato sul limitare del teatrino di contemporanea decadenza che ha davanti. Salvo poi, spinto dalla generosità e dal candore, a cacciarsi in situazioni assurde che Verdone imbastisce in modo esilarante e di cui è protagonista sublime; mentre l’impalcatura architettonica del racconto soffre di qualche fragilità e gli altri caratteri, nonostante il buon (e ottimo) livello degli interpreti, non sono del tutto messi a fuoco. Ma a rendere comunque coerente la commedia, assicurandone la riuscita, provvede la sentita motivazione che la pervade. Da credente autentico seppur eterodosso, si direbbe che Verdone abbia voluto rivolgere un appello alla chiesa, sollecitandola a prendere posizioni meno teologiche e più pragmatiche. Come fa il suo onestissimo Don Carlo, sempre pronto a guardare (se non ad assolvere) il prossimo con l’affettuosa tolleranza di chi vive sulla propria pelle debolezze e disagi dell’umano vivere» (Levantesi).
 

 

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