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“Cineteca Nazionale. La programmazione al cinema Trevi ottobre 2015”
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1 ottobre L'ultima voce. Guido Notari di Enrico Menduni. Un capitolo di "storia del consenso" in Italia
2 ottobre Effetti speciali: Giulio Cuomo
3 ottobre Cinema e psicanalisi: Un mondo precario
4 ottobre Omaggio a Wes Craven
6-15 ottobre Tognazzi: di padre in figli
16-20 ottobre Festa del Cinema di Roma: Antonio Pietrangeli - Il regista che amava le donne
21-24 ottobre Festa del Cinema di Roma: Omaggi
24 ottobre Fatti e strafatti
25-31 ottobre Festival Tertio Millennio
 
giovedì 1
L'ultima voce. Guido Notari di Enrico Menduni. Un capitolo di "storia del consenso" in Italia
«La vicenda del consenso, lungo gli anni della storia italiana del '900, passa anche per la voce di Guido Notari, lo speaker cine radiofonico, prima dell'Italia fascista, e poi dell'Italia democristiana. La "voce del regime", si disse: di qualsiasi regime si tratti. Dal 1931, anno del suo debutto nel Giornale Radio dell'EIAR, al 1957, anno della sua morte, Guido Notari è entrato nelle case, nelle piazze, nei cinema, nelle orecchie degli italiani. Lo ha fatto con ore e ore di trasmissioni radio, con decine di documentari e cinegiornali Luce, con centinaia di Settimana Incom, come attore e doppiatore di tanti film.Il film documentario, e documentato, di Enrico Menduni, scava in questa direzione: la colonna sonora vocale di un'Italia, che passa dalla dittatura fascista alla repubblica democratica, e ha bisogno di essere rassicurata da una presenza sonora che garantisca la continuità affettiva sulla frattura istituzionale. La garanzia che l'istituzione, qualunque essa sia, dopo distruzioni e morte, comunque parli: e con i toni e i timbri radicali, che provengano dalle radici del sentire comune, percepibili nella voce di Guido Notari, riesca a scaldare la coscienza degli italiani. Ultima voce, quella di Notari, infatti, perché voce originaria dell'Italia che ha finalmente effettuato il lancio sul terreno della modernità (la radio, il cinema...) e così, in quanto origine, non più ripetibile. E tuttavia sempre presente, perché, come ha scritto Roberto Esposito, per la cultura italiana la figura dell'origine non è mai qualcosa di spettrale che ritorna e sconvolge il ritmo quotidiano delle cose: l'origine è invece un "luogo" che gli italiani sentono vicino, e potenzialmente in perpetuo, e garantito, funzionamento. Al di là dei rimandi alla tipica dottrina italica del "trasformismo", per cui Notari altro non sarebbe che uno speaker buono per tutte le stagioni, allora, l'ultima voce sta come la voce dell'origine, che rimane a permanente garanzia di un abisso, in questo caso l'abisso del Potere, e stende un pontile sospeso di suono su qualsivoglia frattura, o taglio, o spacco, che irrompono nella fossa del visibile» (De Bernardinis).
 
ore 16.30 L'assedio dell'Alcazar di Augusto Genina (1940, 105')
Durante la guerra civile spagnola, il presidio militare di Toledo, che ha aderito a Franco, resiste per oltre due mesi all'assedio da parte delle preponderanti forze repubblicane, sopportando bombardamenti di artiglierie e aerei, la fame e la sete. «Uno dei 5 film di finzione, e il più importante, prodotti nel periodo fascista, che fanno riferimento diretto o indiretto alla guerra civile spagnola. La sceneggiatura di A. De Stefani e Genina subì diversi ritocchi, intesi ad attenuarne la dimensione propagandistica, operazione accentuata nell'edizione postbellica. Il giovane Antonioni lo definì "scabro, robusto e niente affatto raffinato". Coppa Mussolini a Venezia» (Morandini).
 
ore 18.30 Giarabub di Goffredo Alessandrini (1942, 94')
Durante la seconda guerra mondiale, il piccolo presidio di Giarabub viene totalmente isolato dal nemico. L'ultima autocolonna che porta i rifornimenti viene distrutta e il pugno d'uomini rimane alla mercé dell'avversario. L'assedio dell'Alcazar e Giarabub sono i due film in cui Guido Notari compare come attore. «Dove la voce va a rivestire un corpo, di cui tuttavia rimane il visibile supporto. Portando lo spettatore, sull'immagine di Notari, quasi, a chiudere gli occhi, e comprimere per una volta la pasta visiva del cinema nel formicolio acustico della radio» (De Bernardinis).
 
ore 20.00 Incontro moderato da Flavio De Bernardinis con Steve Della Casa, Enrico Menduni, Emiliano Morreale, Vito Zagarrio
 
ore 21.00 L'ultima voce. Guido Notari di Enrico Menduni (2015, 63')
«Il film di Menduni indaga precisamente sul tessuto sonoro che garantisce, là dove il tessuto visivo si è lacerato. E Guido Notari quale figura di quello che, pur con un briciolo di ironia, è possibile chiamare l'ammortizzatore sociale del trauma politico. Il trauma del passaggio dal fascismo alla democrazia, all'interno della logica della modernità insaccata nei mezzi di comunicazione di massa, deve essere ammortizzato dalla continuità della voce, che raffigura pertanto la continuità dell'origine. Anche di qui, evidentemente, passano i nodi di una "storia del consenso", in Italia, che il lavoro di Enrico Menduni mette in rilievo, a fuoco, e comincia con piglio e passione a indagare» (De Bernardinis).
 
venerdì 2
Effetti speciali: Giulio Cuomo
«Il confronto fra critica cinematografica e direttori degli effetti speciali digitali nel cinema italiano, ad ogni stagione sempre più debitore di questa rivoluzionaria tecnologia, si arricchisce di un nuovo capitolo. L'incontro con Giulio Cuomo, anch'egli proveniente dalla stagione, feconda e contraddittoria al tempo stesso, di Proxima, società pioniera e "casa madre" di tutte le innovazioni nel settore, con il suo già consistente curriculum cinematografico e televisivo (tra cui Io, Don Giovanni di Carlos Saura, Il sole dentro di Paolo Bianchini e diverse serie Tv d'alto profilo quali Coco Chanel), offre l'occasione di affrontare anche i temi, oltre che della direzione, della produzione e della supervisione degli effetti digitali, nei quali Cuomo si è spesso esercitato. Un appuntamento per approfondire, al di là dell'aspetto creativo ed artistico, quello commerciale ed industriale di questa branca sempre più importante del cinema mondiale» (Claver Salizzato).
L'appuntamento con Giulio Cuomo, promosso dalla Cineteca Nazionale e ideato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, sarà coordinato dal critico cinematografico Luca Pellegrini.
 
ore 16.30 Io, Don Giovanni di Carlos Saura (2009, 127')
La vita di Lorenzo da Ponte, l'uomo che non rinuncia al suo animo libertino e alla sua amicizia con Giacomo Casanova, nonostante sia stato ordinato sacerdote. Esiliato da Venezia per 15 anni dalla Santa Inquisizione con l'accusa di appartenere alla Massoneria, da Ponte si rifugia a Vienna, dove, grazie ad una lettera di presentazione di Casanova, conosce Antonio Salieri e poi Mozart. Fotografato da Vittorio Storaro, prodotto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, il film è curato nei minimi particolari ed è confezionato benissimo: il tutto, infatti, in un'ambientazione d'epoca volutamente finta, ricostruita fra studio ed effetti speciali, in un trascolorare dagli azzurri freddi ai rossi infernali del finale.
 
ore 18.45 La polvere del tempo di Theo Angelopoulos (2008, 125')
«Angelopoulos, rimasto a discutere utopie e nel mezzo d'una trilogia che viaggia fra tempo e spazio, racconta la vita di un regista tra eventi politico-civili e privacy. Supercast europeo (Dafoe, Piccoli, Ganz, Jacob), fine secolo, piani sequenza da brivido. Non è che il maestro non ha più niente da dire, è che le cose sono ancora quelle, il mondo va adagio ma il suo cinema ritrova, con la lentezza poetica della memoria, passioni, ragioni ed emozioni di allora» (Porro).
 
ore 21.00 Incontro moderato da Luca Pellegrini con Giulio Cuomo
 
a seguire Il sole dentro di Paolo Bianchini (2011, 117')
«La regia e anche il testo sono di Paolo Bianchini che dopo molto cinema si è dedicato per anni alla televisione alternandovi anche film in alcune occasioni patrocinati dall'UNICEF per il loro impegno a favore dei bambini, specie africani. Anche questo di oggi rispecchia le stesse posizioni, con una gentilezza di approccio che […] ha elementi per convincere a sostegno delle buone cause cui tende. Fra gli interpreti si impone con le sue tante doti una attrice come Angela Finocchiaro che, con il suo abituale calore, è l'addetta all'aeroporto di Bruxelles cui tocca di scoprire i cadaveri dei due bambini, per farsi poi ritrovare in Guinea generosamente votata alle necessità dei locali compreso il loro svago coltivato, appunto, con quello stadio da lei ideato dove felicemente si concluderà la vicenda. I quattro bambini sono degli esordienti ma sanno far fronte ai loro compiti» (Rondi).
 
sabato 3
Cinema e psicanalisi: Un mondo precario
Cinema e Psicoanalisi hanno diversi punti in comune: nati e sviluppatisi nello stesso periodo storico, hanno continuato ad influenzare, con la propria ricerca, la cultura e l'arte da versanti diversi. Partendo da un incontro fecondo d'interessi, la Società Psicoanalitica Italiana e il Centro Sperimentale di Cinematografia hanno da alcuni anni avviato delle iniziative comuni, tra cui il ciclo "Cinema e psicoanalisi", articolato con delle proiezioni mensili al Cinema Trevi, giunto alla quinta edizione. Il tema della programmazione 2015 è un argomento di drammatica attualità: la precarietà. La psicoanalisi se, da un lato, si è sviluppata partendo dallo studio dei processi psichici che strutturano la nostra vita mentale, d'altra parte ci interroga anche su come certe condizioni di disagio, anche esterno, finiscono per interagire con i nostri livelli più profondi in un rimando tra realtà interna e mondo reale. Con tali presupposti il tema della precarietà verrà affrontato nei diversi terreni in cui emerge, come la vecchiaia, la sessualità, la malattia, l'adolescenza, ma anche nelle situazioni sociali legate alle difficoltà nel mondo del lavoro e in quello dei migranti. Parteciperanno agli incontri (introdotti e coordinati da Fabio Castriota, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana) registi, critici e psicoanalisti.
 
ore 17.00 Emigrantes di Aldo Fabrizi (1948, 105)
«Giuseppe Borbone, muratore trasteverino, decide di lasciare l'Italia per trasferirsi in Argentina insieme alla moglie Adele e alla figlia Maria. Giuseppe e la figlia sono pieni di entusiasmo mentre Adele, non più giovanissima e prossima a divenire madre, parte a malincuore. Durante il viaggio a bordo di un piroscafo argentino, Adele dà alla luce un bimbo il quale, benché battezzato con il nome di Italo, sarà un argentino. Giunto a destinazione, Giuseppe si mette subito al lavoro e per la famiglia trova presto una casetta, anche se non molto accogliente. Su sua proposta e con l'aiuto degli italiani d'Argentina si dà inizio alla costruzione di case per gli immigrati. Il giovane direttore del cantiere, un ingegnere argentino, che ama, riamato, la figlia di Giuseppe, favorisce l''iniziativa. Adele, però, soffrendo di nostalgia insiste per tornare a Roma» (www.cinematografo.it).
 
ore 19.00 La ragazza in vetrina di Luciano Emmer (1961, 92')
«La ragazza in vetrina reca i segni di una meditazione, di una ispirazione non occasionale, di un irrobustimento della vena narrativa. [...] Il prologo del film, nella miniera, è dotato di un vigore drammatico, di un vigore realistico insoliti per Emmer, e costituisce forse quanto di più intenso il cinema abbia dato sull'aspro lavoro dei minatori e sulla presenza incombente, assidua della morte nei cunicoli del sottosuolo. [...] Nella pittura della celebre strada delle vetrine - dietro le quali le prostitute stanno in offerta come una merce -, nello scorcio di certi locali (come quelli per uomini soli), nell'introduzione di talune antitesi (l'Esercito della Salvezza), nella definizione delle psicologie Emmer ha spiegato una lucidità di linguaggio resa più accattivante dalla discrezione, dal pudore di cui egli ha dato prova» (Castello). Con Lino Ventura e Marina Vlady.
 
ore 21.00 Incontro moderato da Fabio Castriota con David Emmer, Lidia Tarantini
 
a seguire Così ridevano di Gianni Amelio (1998, 128')
«Un film, diciamolo subito, con due anime. La prima, che chiameremo un po' rozzamente "sociale", è il grande affresco popolare sui giovani del Sud che affrontavano il viaggio al Nord in cerca di lavoro; un tema che racchiude in sé le principali contraddizioni del nostro dopoguerra, e per il quale Amelio confessa di avere avuto come Bibbia il saggio di Goffredo Fofi L'emigrazione meridionale a Torino. Il secondo, che è invece estremamente intimo, è il rapporto fra i due fratelli Scoria, Giovanni e Pietro: e qui, dall'affresco si passa al ritratto in primissimo piano, grazie al quale Amelio scava con maestria in un'atmosfera familiare dove i silenzi contano assai più delle parole. Quando si parla di emigrazione e di fratelli, non può non venire in mente un titolo: Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Ma se quello di Visconti era un grande romanzo, forse il grande romanzo che la letteratura italiana di quegli anni non ha avuto, Così ridevano di Amelio sembra una raccolta di sei novelle in cui la scrittura non si lascia andare, non si distende, ma semmai si prosciuga, in un esasperato lavoro di taglio in cui ogni parola, ogni gesto debbono essere essenziali. […] Alla fine, Così ridevano è un film sull'amore fraterno e sull'espropriazione culturale di un popolo: un seguito ideale di Lamerica, e paradossalmente un'anticipazione a posteriore di Il ladro di bambini. Perché è in quegli anni, e in quella Torino, che comincia a nascere l'Italia devastata di quel bellissimo film» (Crespi).
 
domenica 4
Omaggio a Wes Craven
Il 30 agosto si è spento il padre dei peggiori incubi, Wes Craven, autore di quel film, diventato presto un fenomeno, Nightmare, che rivoluzionò tutto l'horror degli anni Ottanta. Come ha scritto giustamente Giulia D'Agnolo Vallan, «creatore di due delle franchise orrorifiche più leggendarie e lucrative della storia - i Nightmare e gli Scream - Craven è passato da una laurea in psicologia a un master in filosofia a fare il produttore associato per Sean Cunningham in un porno soft con Marylin Chambers, Together (1972). […] Ed è la crudezza "realistica" del porno di quegli anni che portò al primo film firmato in qualità di regista, L'ultima casa a sinistra ('72), un'iperbrutale storia di stupro e tortura che sembrava strappata alle cronache degli omicidi Manson ma che lui aveva concepito come un remake di La fontana della vergine di Ingmar Bergman. […] Meccanismi oliati alla perfezione […], non importa quanto elaborati nella loro architettura (alcuni suoi dialoghi ricordano i barocchismi di Tarantino), i film di Craven colpiscono in modo viscerale, primario. Sono, al di sopra di ogni altra cosa, terrorizzanti. Il che ne fa uno dei registi contemporanei che hanno distillato in modo più puro gli effetti della violenza (fisica e psicologica) e il funzionamento della paura».
 
ore 17.00 Benedizione mortale di Wes Craven (1981, 102')
«Una giovane vedova (Jensen) vive in una casa di campagna che confina con la proprietà della setta degli Ittiti (tra cui vivono anche alcuni suoi parenti), contrari alla civiltà moderna. Quando due amiche (Buckner e Stone) la raggiungono, cominciano eventi inspiegabili e fioccano i cadaveri. Scritto dal regista con Glenn M. Benest e Matthew Barr, uno degli horror più misconosciuti di Craven, che riesce a creare un'atmosfera opprimente e morbosa con un ottimo uso delle location. Senza rifiutare il colpo basso (molte le sequenze shock, tra cui quella del ragno che scende nella bocca della vittima e quella del serpente nella vasca da bagno, poi ripresa in Nightmare - Dal profondo della notte). […]. Gli appassionati gradiranno di certo» (Mereghetti).
 
ore 19.00 Nightmare - Dal profondo della notte di Wes Craven (1984, 91')
«Freddy Krueger (Englund), un maniaco omicida vittima di un linciaggio, torna a uccidere in sogno i figli dei suoi carnefici. Uno dei più originali horror degli anni Ottanta, che ha rivoluzionato la grammatica dell'incubo cinematografico, creando uno stato di tensione continuo e avvolgente. Tra il fiabesco (la paura del Babau) e il surreale ( le sorprendenti alterazioni spaziotemporali), il film di Craven ha creato un personaggio, Krueger (con la sua faccia segnata dalla violenza e le mani sostituite da artigli taglienti), che è entrato nell'immaginario collettivo, e ha dato origine a vari sequel (e miniserie televisive) mai all'altezza dell'originale […]. Esordio cinematografico di Depp nella parte di Glen» (Mereghetti).
 
ore 21.00 Il serpente e l'arcobaleno di Wes Craven (1988, 98')
«Un antropologo (Pullman), alla ricerca del segreto della polvere che crea gli zombi, se la vedrà col capo (Mokae) dei tonton macoute di Haiti, che imprigiona le anime dei suoi nemici. Horror pieno d'atmosfera, terrificante senza calcare troppo la mano. Originale la chiave di lettura politica, secondo cui i mostri non sono zombi, ma chi detiene il potere. Tra i film migliori del regista, girato a Santo Domingo in un clima di tensione (lo sceneggiatore Richard Maxwell se ne dovette tornare a casa coi nervi scossi). La cantante d'avanguardia Diamanda Galás provvede alle voci dei morti» (Mereghetti).
 
6-15 ottobre
Tognazzi: di padre in figli
25 anni dalla morte di Ugo Tognazzi. Un quarto di secolo trascorso senza che la sua assenza sia mai stata percepita, perché il suo volto, la sua mimica, la sua esuberanza continuano a riempire i nostri schermi, pur nell'assenza di studi, cerimonie, riconoscimenti postumi.
Un oblio culturale è sceso sulla sua figura - come accaduto per Nino Manfredi - e nemmeno a distanza di anni è maturata una riflessione critica sulla sua poliedricità, che lo rendeva unico nel panorama del cinema italiano, totalmente diverso dai Sordi e dai Gassman, spesso portati a reiterare i loro personaggi. Tognazzi, invece, rischiava sempre, rimettendosi continuamente in gioco, quasi non avesse alcunché da difendere. Il suo modello rappresentativo non era certo l'italiano medio, a lui piacevano i personaggi sopra le righe, la cui quotidianità veniva scossa da eccessi imprevedibili, ad uso e consumo di una maschera facciale capace di cambiare toni ed espressioni in un attimo. La straordinaria duttilità di un attore sempre sottovalutato, ma impossibile da dimenticare o rimuovere. Tanto più oggi, che il suo nome viene portato avanti dai figli Ricky, Gianmarco e Maria Sole, sempre più lanciati e, anche loro, sempre pronti a calarsi in nuove avventure. Nel segno inconfondibile dei Tognazzi.
Le dichiarazioni di Ugo Tognazzi sono tratte dal sito www.ugotognazzi.com
 
martedì 6
ore 17.00 Piccoli equivoci di Ricky Tognazzi (1989, 84')
«Paolo, un giovane attore di discreto talento, solo e disperato nella casa di Francesca, la sua ex compagna, attrice anche lei, attualmente in tournée, vorrebbe andarsene ma non sa decidersi. Pertanto si sfoga con Enrico e Giuliano, suoi amici, più in crisi di lui per altri motivi: il primo perché da sei mesi non lavora, il secondo perché è convinto che la sua ragazza, Sophie, un'attricetta, lo tradisca. Paolo non trova pace ed inoltre teme che possa essere contagiato da un fungo della pelle che ha notato sulle spalle di Giuliano che si fa il bagno in casa di Francesca. Questa sta per arrivare e Paolo per farle una sorpresa organizza una cenetta a cui parteciperanno Francesca con il suo attuale compagno Piero, tecnico di scena, Sophie che al momento è disponibile in quanto Giuliano è partito. All'ultimo momento si aggiunge inaspettato anche Enrico. La cena si svolge tra equivoci e chiarificazioni, tra irritazione e voglia di rifare la pace» (www.cinematografo.it ). Con Sergio Castellitto, Lina Sastri, Nancy Brilli, Roberto Citran, Nicola Pistoia e Pino Quartullo.
 
ore 19.00 Passato prossimo di Maria Sole Tognazzi (2002, 86')
«Claudia, Andrea, Edoardo, Carola e Gianmaria, cinque ragazzi tra i venticinque e i trent'anni si incontrano in una villa di campagna in due momenti diversi delle loro vite. Un fine settimana invernale (il presente) ed uno estivo (il passato) sono per i cinque giovani l'occasione per confrontare i sogni e le aspettative con i ricordi delle giornate passate nella casa. Basato sull'esperienza e i ricordi della regista, alla sua opera d'esordio, nella villa paterna di Velletri» (www.cinematografo.it). Con Paola Cortellesi, Claudio Santamaria, Ignazio Oliva, Valentina Cervi, Claudio Gioè, Gianmarco Tognazzi e Pierfrancesco Favino.
 
ore 21.00 Ultrà di Ricky Tognazzi (1991, 96')
«Il venticinquenne Luca, soprannominato Principe, capo dei più scatenati ultrà romanisti, dopo due anni trascorsi in carcere per un fallito tentativo di rapina, torna in libertà alla vigilia della partita tra la Roma e la Juventus. Egli intuisce che molte cose, durante la sua assenza, sono cambiate, anche se Red, il suo migliore amico, e Cinzia, che era la sua ragazza, non trovano il coraggio di confessargli che si amano e che hanno progettato di trasferirsi insieme a Terni, dove sperano di trovare lavoro. Il gruppo degli ultrà parte per Torino, e Red accetta di portare con sé Fabio, il fratellino undicenne di Cinzia, tifoso scatenato. Durante la notte trascorsa in treno, affiorano spesso gli attriti latenti fra Principe e Red. Poiché Principe si vanta davanti all'amico degli infuocati rapporti amorosi che dice di aver avuto con Cinzia e alcuni amici alludono al probabile trasferimento di Red a Terni, questi trova finalmente il coraggio di confessare a Principe la verità. La mattina seguente, giungendo a Torino, gli ultrà romanisti sono accolti prima ancora di scendere dal treno da una sassaiola e trovano ad aspettarli alla stazione la polizia e gli ultrà avversari, coi quali scoppiano subito tafferugli » (www.cinematografo.it ). «Tognazzi ha scritto una sceneggiatura precisa e grandiosamente trucibalda, in cui la violenza del linguaggio è necessaria e scientifica» (Bignardi). Con Claudio Amendola, Ricky Memphis, Giuppy Izzo e Gianmarco Tognazzi. Orso d'argento al festival di Berlino.
 
mercoledì 7
ore 17.00 Le ultime 56 ore di Claudio Fragasso (2010, 107')
«Il Colonnello Moresco è a capo di un gruppo di militari impegnati sul fronte per restituire democrazia e libertà nei paesi occupati. Durante la campagna in Bosnia, un grave problema colpisce le sue pattuglie, prive della protezione adeguata, ma le autorità competenti e la perizia medica non riconoscono la gravità della situazione. L'inattività e la noncuranza dei pubblici poteri costringono Moresco e i suoi uomini a prendere una decisione drastica: occupare un ospedale prendendo in ostaggio il personale medico ed i pazienti. Per cercare di risolvere questa delicata situazione verrà chiamato a trattare con i militari Paolo Manfredi, Vice Questore della polizia di stato, particolarmente portato per l'arte della negoziazione. L'attività del poliziotto però verrà ostacolata irrimediabilmente quando scoprirà che la moglie e la figlia sono ricoverate nello stesso ospedale...» (www.cinematografo.it ). «Poliziotto democratico e indisciplinato (Luca Lionello), militare aristocratico e ribelle (Gianmarco Tognazzi): nette le polarità delle Ultime 56 ore che Claudio Fragasso - regista di psicologie schematiche e movimenti frenetici - confronta e infine coalizza. E questo è il dettaglio più interessante della sceneggiatura di Rossella Drudi, con l'auspicio implicito di fronte trasversale degli onesti per salvare un Paese corrotto. [...] Le ultime 56 ore si trascina il fardello dei luoghi comuni e delle incongruenze, talora anche della recitazione approssimata, da soap-opera (madre e figlia di cui si è detto), con una Barbora Bobulova - spesso brava - che qui tira via il personaggio della dottoressa. Eppure, sparse qui e là per l'ora e quaranta del film ci sono una decina di minuti che vanno visti, merito soprattutto di Gianmarco Tognazzi e dei suoi morituri»(Alò).
 
ore 19.00 La scorta di Ricky Tognazzi (1993, 96')
«In seguito all'uccisione del sostituto procuratore Rizzo e del maresciallo Virzì, giunge a Trapani il magistrato Michele de Francesco. La sua scorta si compone di Angelo, originario del luogo, amico del maresciallo ucciso e deciso a far giustizia; di Andrea, capo scorta trapanese; di Fabio, un romano che mal accetta il rischioso incarico, ed i due autisti, Raffaele e Nicola. Ben presto il magistrato, indagando sull'approvvigionamento idrico della città e sulla costruzione di una grande diga, scopre pericolose collusioni tra mafia, politica e forze dell'ordine» (www.cinematografo.it ).«Un film stringato ed efficace mai retorico, benissimo girato - se non suonasse male si potrebbe dire "all'americana" - fotografato splendidamente ma senza bellurie da Alessio Gelsini» (Bignardi). Con Claudio Amendola, Enrico Lo Verso, Carlo Cecchi, Ricky Memphis e Tony Sperandeo.
 
ore 21.00 L'uomo che ama di Maria Sole Tognazzi (2008, 102')
«Roberto, a quasi quarant'anni, non ha ancora capito il significato del vero amore. Nella sua vita ci sono state due donne importanti, Sara e Alba, ma nei due rapporti l'uomo ha tenuto un comportamento diametralmente opposto: tanto dolce con una, quanto crudele con l'altra. Attraverso le sue esperienze e analizzando la situazione sentimentale di amici e parenti Roberto cercherà di trovare le risposte e la verità, se davvero esiste, sull'amore» (www.cinematografo.it).  «Sarà merito della sensibilità registica di Maria Sole Tognazzi, sarà merito dello studio e dell'impegno, fatto sta che Monica Bellucci ne L'uomo che ama ha fatto dimenticare certi suoi passati sbandamenti recitativi. Baciata dalla Natura con una bellezza che nessuno mette in discussione, l'attrice non può certo vantare una voce particolarmente melodiosa. E infatti fino a ieri le sue prove migliori erano quelle in cui accentuava con ironia i suoi difetti (come la baronessa umbra di N-Io e Napoleone). Nel ruolo di Alba dimostra di aver lavorato molto sulla voce e sulla pronuncia, tanto da non stonare nelle scene - per niente facili - al fianco di Favino. La sceneggiatura le fa perdere la speranza di avere un figlio e l'amore dell'uomo con cui pensava di mettere su casa quasi nello stesso istante, obbligandola a giocare sulle emozioni e non sul fascino. E il risultato convince: Alba si comporta come fanno tutte le donne ferite e abbandonate, senza mai ricordare allo spettatore che a interpretarla c'è un sex symbol e non solo una brava attrice» (Mereghetti).
 
giovedì 8
ore 17.00 I laureati di Leonardo Pieraccioni (1995, 93')
«Leonardo Pieraccioni, ex cabarettista, ha fatto una commedia simpatica e fluttuante dove si colgono i debiti verso Amici miei, gli echi dell'umorismo sulfureo dei Giancattivi e le tracce del naturalismo sociale nel quale si muovono i film-maker toscani con il loro campione Giuseppe Ferlito. Prodotto e sostenuto da Cecchi Gori, fu il successo a sorpresa della stagione 1995-96» (Morandini). Con Leonardo Pieraccioni, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Gianmarco Tognazzi, Maria Grazia Cucinotta, Alessandro Haber.
 
ore 19.00 Vite strozzate di Ricky Tognazzi (1996, 109')
«Francesco è un imprenditore ridotto all'orlo del fallimento a causa delle speculazioni del suocero, ora in fin di vita, che hanno portato alla rovina l'impresa edile di famiglia. Spera di sanare le finanze disastrate dell'impresa grazie ad un appalto per la costruzione di un complesso scolastico e ricreativo in periferia, cui intende partecipare: gli servirebbero fondi e poiché le banche glieli rifiutano accetta le "intermediazioni" di un direttore di banca che gli presenta Claudio, un individuo alle dipendenze di Sergio, un commercialista in apparenza "normale", in realtà amico e amante della signora Sauro, la vedova di un camorrista e sua principale finanziatrice. Ai funerali per la morte del suocero, Francesco rivede Sergio, suo amico di un tempo e del quale ignora la sua losca attività di strozzino. Questi gli si presenta come amico leale, affezionato e vicino in ogni circostanza triste o lieta che lo riguardi. Francesco, sposato, è molto attaccato alla moglie Miriam e alla deliziosa bimba che è loro nata: non immagina davvero di essere caduto nelle reti di un'organizzazione dedita ad attività di usura» (www.cinematografo.it). «Commuove e ferisce, indigna e richiama: con dei casi umani, oltre a tutto, proposti sempre con senso saldo del cinema, tra vigore e rigore. Gli interpreti concorrono, soprattutto il cattivo, cui dà volto, dopo l'ottima prova nel Branco di Marco Risi, un Luca Zingaretti non dissimile dal Marlon Brando di Apocalypse Now, con la stessa maschera funebre e feroce; le vittime sono Vincent Lindon e Sabrina Ferilli, il sicario è Ricky Memphis: il primo è atono, la seconda è bella, il terzo ghigna come sempre» (Rondi).
 
ore 21.00 Canone inverso di Ricky Tognazzi (1999, 109')
«In una magica notte a Praga un violinista che entra suonando in una fumosa birreria incontra la giovane Costanza che "ha negli occhi la memoria del mondo". Per lei suona una musica struggente che le restituisce l'infanzia. È un "canone inverso" quella musica: una partitura che si può eseguire anche a ritroso e che fa tornare indietro anche il ricordo. Per questo in una notte d'agosto del '68, fatidica per la Cecoslovacchia, il violinista Jeno Varga racconta a Costanza la sua vita. Da quando, bambino, suonava il violino "a orecchio" consolando sua madre cui un uomo amato aveva lasciato oltre al figlio, solo quella musica e quel bellissimo violino. L'amore per la musica l'aveva allontanato dal povero luogo natio per entrare nel "Collegium Musicum" dove conosce il nobile e ricco David Blau di cui diventa il più caro amico, quasi un fratello.... A Praga si incroceranno e si divideranno i destini di David, Jeno e Sophie - celebre pianista ebrea» (www.cinematografo.it ). Dal romanzo omonimo di Paolo Maurensig. Con Hans Matheson, Mélanie Thierry, Lee Williams, Gabriel Byrne e Ricky Tognazzi.
 
venerdì 9
ore 17.00 Guido che sfidò le brigate rosse di Giuseppe Ferrara (2006, 106')
«La mattina del 24 gennaio 1979 in via Fracchia a Genova, il sindacalista Guido Rossa esce come ogni giorno per andare al suo lavoro di operaio all'Italsider. Tre mesi prima ha denunciato Francesco Berardi, un suo compagno di lavoro che all'interno della fabbrica ha diffuso volantini delle BR. Berardi è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere dopo essere stato arrestato e processato per direttissima. Ora il brigatista rosso Roberto Dura è appostato davanti al portone insieme a due compagni con la missione di gambizzare Rossa, come stabilito dal comitato esecutivo dei terroristi» (www.cinematografo.it ). Con Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Anna Galiena e Maria Rosaria Omaggio.
 
ore 19.00 Crack di Giulio Base (1991, 95')
«Mentre nella palestra di un quartiere di periferia d'una grande città si allenano alcuni giovanotti entusiasti della boxe assistiti da uno spacciatore di droga, il perfido Volfango, viene scoperto l'ennesimo furto commesso nello spogliatoio. Il giovane Michele, che sembra sia il nuovo campione del gruppo, usa la droga e la fa assaggiare al titubante Francesco, mentre lo strambo Sascia accarezza la piccola tartaruga, che porta sempre con sé. Egli è il fratello di Rodolfo, un ragazzo serio, considerato finora il miglior pugile della palestra, il quale è da tempo fidanzato con Roberta, che però ora, innamoratasi di Michele, con cui ha segretamente rapporti amorosi, per liberarsi di Rodolfo cerca pretesti per litigare con lui, e gli dà un ultimatum: o lei, o la boxe» (www.cinematografo.it ). «L'impresa soprattutto se si pensa che è un esordio si raccomanda ad una convinta attenzione: secondo quei modi del nuovo realismo che ormai sempre più si diffondono nel cinema italiano». (Rondi). Con Giulio Base, Gianmarco Tognazzi, Pietro Genuardi, Giuseppe Pianviti, Antonella Ponziani e Mario Brega.
 
ore 21.00 Io no di Ricky Tognazzi e Simona Izzo (2003, 89')
«Flavio e Francesco sono fratelli ed hanno caratteri completamente diversi. Il primogenito Flavio è un gran lavoratore sposato con Laura, ha già avuto due figlie e gestisce l'albergo sul mare della famiglia. Il fratello più piccolo, invece, vorrebbe fare il musicista e vive alla giornata tentando di scansare ogni tipo di responsabilità. La sua vita cambia, però, di colpo quando Laura, sua ex fiamma, gli presenta una sua amica, Elisa, insegnante di danza delle bambine ed amante segreta di Flavio. Mentre, scoperta la verità, Laura va via di casa con le bambine, Francesco fugge insieme ad Elisa a Cape Town dove si sposano ed hanno una bambina mentre Flavio intanto divorzia da Laura e comincia ad odiare il fratello per aver distrutto il suo mondo idilliaco. Ma un evento luttuoso finirà con il riavvicinarlo al fratello» (www.cinematografo.it ). "Io no, prima co-regia della coppia Ricky Tognazzi (6 pellicole da solo tra cui gli ottimi Ultrà e La scorta) e Simona Izzo (brava sceneggiatrice per Ricky e regista di due film) tratta dall'omonimo romanzo di Lorenzo Licalzi, è una pellicola bifronte. Prima parte divertita e divertente raccontata da quattro voci off (Francesco, Flavio, Laura, Elisa). Seconda parte micidiale. Un melodramma troppo strappalacrime per essere vero. Gian Marco Tognazzi vicino alla perfezione. Izzo-Tognazzi escono dalle camere da letto per affrontare grandi temi. È un azzardo, ma come sosteneva Orson Welles bisogna sempre brindare al carattere» (Alò).
 
sabato 10
ore 17.00 Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi (2010, 113')
«Se oggi esiste un film intitolato Il padre e lo straniero per la regia di Ricky Tognazzi è perché nel '97 l'allora giudice De Cataldo, non ancora scrittore famoso di Romanzo Criminale diede alle stampe un romanzo intenso e particolare, fors'anche personale, sull'amicizia di un italiano e un mediorientale, padri di ragazzi disabili in una Roma già criminale. A distanza di quindici anni, e dopo molti libri e successi, quel romanzo diventa film, forse anche per la fortuna del suo autore, ma senza dubbio per l'interesse di Ricky Tognazzi colpito illo tempore dalla forza di quella storia esemplare. [...] Ricky Tognazzi fa un film composto e lineare, certo non sovraccarico, in grado di lasciare tracce anche profonde, lasciando immaginare un romanzo intenso e importante, in grado di toccare tematiche molteplici e forti: il rapporto con la disabilità, la nascita di un "padre", il contatto con l'altro e il diverso, lo sprofondare dei pregiudizi... e poi un ritratto di Roma ancora sorprendente, per quanto questo sia ancora possibile al cinema.. A dar man forte è un cast d'attori capaci di calarsi nei panni di personaggi che si intuisce profondi e in trasformazione. Il Diego di Gassman ci ricorda il Francesco di Bagno Turco - Hamam, per quel tanto di esotismo e capacità di trasformazione radicale in qualcosa d'altro» (Zonta).
 
ore 19.00 Bella addormentata di Marco Bellocchio (2012, 110')
«Sullo sfondo della drammatica vicenda di Eluana Englaro - in coma vegetativo per 17 anni e morta il 9 febbraio 2009, per interruzione dei suoi supporti vitali - si snodano le storie di diversi personaggi collegati emozionalmente al caso. L'approvazione o meno di una legge manda in crisi un senatore, diviso tra la fedeltà al partito o alla sua coscienza; e, aggiunto a questo, la figlia Maria si batte strenuamente per la vita di Eluana protestando di fronte alla clinica in cui è ricoverata. Ma Maria, ironia della sorte, si innamorerà proprio del "nemico" Roberto, schierato dalla parte di chi è a favore della morte della ragazza. Parallelamente, scorre sia la vicenda di una grande attrice che, sostenuta dalla fede, spera vivamente nella guarigione della figlia, da anni in coma irreversibile; sia quella della disperata Rossa, che decisa a morire cerca di superare le obiezioni poste da un giovane medico, di nome Pallido» (www.cinematografo.it ). «Di fare "scandalo" a Marco Bellocchio non interessa e non è mai interessato, quello che invece conta per lui è fare un buon film. E Bella addormentata è un buon film, anzi è un film magnifico, anche se è diventato oggetto di polemiche feroci ancora prima di essere girato. […] Lo sguardo in Bellocchio è forte, e teso, mai dogmatico: non è lì per dirci cosa dobbiamo credere o cosa dobbiamo fare, i suoi film sono "politici" nella cifra del paradosso, dell'interrogazione, di una certezza che è progetto artistico e non banale ideologia» (Piccino). Con Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Isabelle Huppert, Michele Riondino, Maya Sansa, Gianmarco Tognazzi, Pier Giorgio Bellocchio e Roberto Herlitzka.
 
ore 21.00 Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi (2013, 82')
«Il bel film di Maria Sole Tognazzi, dopo Passato prossimo e L'uomo che ama, volutamente non risponde perché si impegna soprattutto nella costruzione di quel ritratto di donna così insolito nel cinema italiano, studiandolo in ogni dettaglio con una maturità di racconto e di linguaggio pronta a testimoniare un talento ineccepibile ormai da ogni punto di vista nel disegno sempre molto abile dei caratteri, nei ritmi spesso affannati in cui i personaggi vengono coinvolti, nelle immagini splendide (di Arnaldo Catinari) che, evocando quelle cornici di lusso (ho riconosciuto il Crillon a Parigi, l'Adlon a Berlino) riescono a conferir loro il sapore di scenografie preziose, sfondo degno di una storia che però, fra le pieghe, si svolge spesso in cifre amare. Ricrea queste cifre, con finezza e contatto, Margherita Buy nella pienezza dei suoi modi espressivi. Il migliore amico al suo fianco è Stefano Accorsi, con semplicità e con misura. Un duetto che fa molto piacere incontrare di nuovo dopo i successi caldi de Le fate ignoranti e di Saturno contro. Complimenti Maria Sole, ormai sei cresciuta!» (Rondi). Con Gianmarco Tognazzi.
 
domenica 11
ore 17.00 Il federale di Luciano Salce (1961, 100')
Durante l'occupazione tedesca di Roma, ad Arcovazzi, un graduato delle brigate nere, zelante ed ambizioso, viene affidato il compito di catturare il professor Bonafé, un eminente filosofo antifascista, per farne un forzato propagandista della pericolante repubblica sociale. Ma se l'arresto del mitissimo professor Bonafé è un'impresa facile, il viaggio di ritorno a Roma dal natale paesino abruzzese dov'egli s'era rifugiato presenta non poche difficoltà. «Sino ad allora io ero stato soprattutto un comico... Avevo debuttato come comico ai tempi in cui imperavano Totò, i De Rege, Fanfulla, Rascel e Chiari... Chiari era giovane, un bel giovane... Anch'io ero giovane, neppure male... Quindi ero parso sulla scia di Chiari... È con "Il federale" che qualcuno si è convinto che potevo essere realmente un attore, ovvero un comico nel vero senso della parola...» (Ugo Tognazzi). Accanto a Tognazzi un grande Georges Wilson.
 
ore 19.00 Una storia moderna: l'ape regina di Marco Ferreri (1963, 92')
Il matrimonio secondo Ferreri: tomba dell'amore e non solo... Un quarantenne si decide a compiere il grande passo portando all'altare una ragazza molto più giovane, illibata e di buona famiglia. Ma la coppia "scoppia" sotto il peso delle convenzioni. Primo film "italiano" del regista milanese, il quale sovverte l'ordine familiare scatenando la reazione della censura, che manomette il film e cambia il titolo (Una storia moderna: l'ape regina) per circoscrivere l'attacco del regista a una critica della modernità. Con tanto di dichiarazione in apertura, imposta a Ferreri, di difesa dei «solidi e immutabili principi della morale e della religione». Dichiarazione di principio che non resiste all'urto del film, che valse a Marina Vlady il premio a Cannes per la migliore interpretazione femminile. «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio» (Ugo Tognazzi).
 
ore 21.00 I mostri di Dino Risi (1963, 156')
Dino Risi costruisce in 22 episodi, di durate diverse, un ritratto crudele e graffiante dell'Italia del miracolo economico, tra vecchie e nuove manie, vizi e malcostumi. Tra i bersagli alcuni dei topoi della commedia all'italiana: il consumismo, la coppia, la spiaggia, l'automobile. Tutti gli episodi sono interpretati, insieme o alternativamente, da Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, impegnati in un tour de force di caratterizzazioni comiche. «Un altro film importante che metterei fra i cinque o sei della mia filmografia, che è I mostri, in cui c'è se non altro da ricordare l'episodio finale della boxe che secondo me sono dieci minuti proprio di cinema notevole, in tutti i sensi» (Gassman). «Ma più di Gassman [...] ci è piaciuto stavolta Tognazzi, davvero sempre più bravo e sorprendente, che riesce a ritagliare dallo scarso tessuto del testa qualche caratterizzazione acuta e ben risolta: quel suo pugile suonato, nell'ultimo episodio, vale forse da solo tutto il film».Imperdibile Ricky Tognazzi bambino nell'episodio L'educazione sentimentale
A seguire i ciak dei due episodi inediti Il cerbero domestico e L'attore (quest'ultimo privo di sonoro), che sono stati ritrovati su indicazione di Giuseppe Tornatore e Marco Risi.
 
martedì 13
ore 17.00 La vita agra di Carlo Lizzani (1964, 104')
Addetto ai servizi culturali di una grande miniera, Luciano Bianchi viene licenziato, Per vendicare se stesso e i minatori uccisi da una grave esplosione, Luciano si reca a Milano deciso a far saltare con la dinamite l'imponente grattacielo dove ha sede la società mineraria. Qui incontra Anna, giovane corrispondente di un giornale di sinistra, della quale si innamora. Per poter vivere Luciano si adatta a fare il traduttore per una casa editrice, ma troverà la sua fortuna inserendosi brillantemente nella produzione di slogan pubblicitari. La sua genialità in questo lavoro, che lui tuttavia disprezza, gli varrà un'assunzione presso la stessa società che lo aveva licenziato. «Questa "storia socialpsicologica post-miracolistica" riesce a ricostruire con acutezza e originalità il disagio diffuso che gli anni del boom avevano fatto crescere nelle coscienze più lucide» (Mereghetti). Con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli. Dal romanzo omonimo di Luciano Bianciardi.
 
ore 19.00 Porcile di Pier Paolo Pasolini (1969, 98')
«Due storie parallele, una arcaica e l'altra moderna. Nella prima un giovane che vive isolato alle falde di un vulcano, nutrendosi famelicamente di rettili, insetti e sterpi, incontra un soldato, lo uccide e lo mangia. Improvvisamente altri sbandati si uniscono a lui e insieme continuano a vivere da cannibali [...]. Nella seconda il giovane figlio di un ricco industriale tedesco disdegna le profferte amorose della fidanzata perché invischiato in rapporti con dei porci; inoltre rifiuta sia di aderire alla contestazione sia di interessarsi dell'azienda paterna» (www.cinematografo.it ). «Quella con Pasolini è stata una esperienza affascinante, non tanto per il film, non era certo la sua opera più riuscita. Vi ho interpretato un personaggio seguendo le indicazioni di Pasolini: e quel lavoro mi è piaciuto molto. Era strano, io stesso non capivo il significato delle parole che pronunciavo. Dovevo chiedergli perché dicevo certe cose, quali erano le allusioni più riposte, a che cosa si faceva riferimento. Quanto a me, io sono un autodidatta ignorante, questa è la mia base culturale: in confronto a Pasolini, io non so proprio niente, zero. Lui è un grande uomo di cultura, una enciclopedia, sa tutto. Perciò, in Porcile, non sono stati tanto il personaggio o il film a interessarmi, quanto la meravigliosa possibilità, attraverso il mio lavoro, di conoscere degli uomini intelligenti, dei poeti, dei pazzi geniali anche, dei personaggi poco comuni. Per me, nella vita, l'insegnamento viene prima di tutto dagli altri uomini; mi piace di più leggere un uomo piuttosto che un libro» (Ugo Tognazzi).Con Pierre Clémenti, Franco Citti, Jean-Pierre Léaud, Anne Wiazemsky, Alberto Lionello, Ugo Tognazzi e Marco Ferreri.
 
ore 21.00 Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli (1973, 100')
«Un deputato livornese dell'estrema destra, Giuseppe Tritoni, essendo in disaccordo con il partito riesce a convincere alcuni colonnelli ad aderire a un suo progetto di colpo di stato. Ma il golpe non si realizza così facilmente, anche perché il Ministro degli Interni Li Masi, messo al corrente del complotto, organizza un contro-colpo di stato. Quando poi Tritoni tenta di rapire il Presidente della Repubblica nella sua villa presidenziale, questi muore d'infarto» (www.cinematografo.it ). Con Ugo Tognazzi, Duilio Del Prete, François Périer, Pino Zac e Camillo Milli.
Versione restaurata presentata alla Mostra di Venezia 2015
 
mercoledì 14
ore 17.00 La proprietà non è più un furto di Elio Petri (1973, 126')
«Il giovane bancario Total (F. Bucci), marxista-mandrakista e allergico al denaro, si licenzia e decide di colpire un ricco macellaio (U. Tognazzi), prototipo del ladrocinio organizzato, in quel che ha di più caro: la proprietà che, oltre a essere un furto, è una malattia [...]. Storia di una persecuzione e apologo grottesco in chiave espressionista-brechtiana "sulla nascita della disperazione in seno alla sinistra" (E. Petri), il film segna il passaggio del regista, autore della sceneggiatura con Ugo Pirro, a quella fase catastrofica, apocalittica e quaresimale che sarà accentuata in Todo modo (1976). "... sfocia in un nullismo che sfiora l'onda scettica di uno Swift senza concederci il bene di una breve sponda non bagnata, non inquinata da un senso di impotenza e di vuoto" (Pietro Bianchi). Troppo cupo, piuttosto isterico nella constatazione di un fallimento, privo di ironia e di gioia nel gusto della trasgressione. Notevoli il contributo di Luigi Kuveiller con una fotografia livida e deformante e il concertato dagli interpreti» (Morandini). Con Ugo Tognazzi, Flavio Bucci e Daria Nicolodi.
 
ore 19.15 La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci (1981, 117') L'industriale parmense Primo Spaggiari assiste, impotente, al rapimento del figlio Giovanni. Dopo qualche giorno però apprende che suo figlio è morto. Incapace di dare la tragica notizia a sua moglie, decide di far finta di niente. Ma nel frattempo c'è un'indagine parallela dell'antiterrorismo che sospetta della veridicità della morte di Giovanni, essendo questi simpatizzante di certi gruppi radicali. Il sospetto è che Giovanni avrebbe potuto essere complice dei rapitori, al fine di colpire il proprio padre padrone. «Nel suo primo montaggio il film durava 3 ore e 15' […]; poi è diventato di 2 ore e 40'; adesso è di un'ora e 55'. In una di queste versioni, seguivamo [Tognazzi] mentre tornava a casa per prendere lo champagne; attraversava la strada e veniva investito da un camion. L'autista si fermava, scendeva dal camion per vedere che cosa era rimasto di Ugo, ma non c'era alcun cadavere; allora l'autista, assolutamente terrorizzato, risaliva sul camion e si dava alla fuga. A questo punto ritrovavamo [Ugo] in ufficio, che finiva di sognare - "Aaah!" -, prima di svegliarsi del tutto! Era un altro finale. I miei film, di solito li lascio andare da soli, ma qui ho pensato che dopo la sequenza della balera, dove l'emozione era così forte con la resurrezione di Giovanni, non c'era più bisogno di proseguire» (Bertolucci). Con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Ricky Tognazzi, Laura Morante e Victor Cavallo.
 
ore 21.30 Ultimo minuto di Pupi Avati (1987, 90')
«Ultimo minuto descrive con maturità e distacco i retroscena del mondo del calcio senza cadere nella ovvia trappola di mostrare il gioco giocato (che infatti non si vede se non, nelle scene finali, in un paio di indispensabili casi: l'azione del gol, ad esempio). Non era facile evitare questi passi falsi, eppure Avati percorre con sicurezza la sua strada delineando da un lato la crisi del protagonista, un uomo di mezza età che, dopo aver dato tutto alla squadra, apre gli occhi e si rende conto che la sua famiglia non c'è più, si è dissolta mentre lui non c'era (sbaglia persino la data di compleanno della figlia) e, dall'altro, il dolore della scoperta che esiste nella vita "un momento in cui si smette di vincere" come lo stesso Ferroni [il nome del protagonista, interpretato da Tognazzi, n.d.r.] ammette in uno dei momenti migliori del film» (Sarno). «Il fenomeno del calcio-scommesse è di qualche anno prima ma le conseguenze sono ancora ben presenti. Tra l'altro era un momento che vedeva da un lato l'ingresso dei grandi tycoon come Berlusconi, con la loro managerialità moderna, e dall'altro il dissolversi di un ambiente per certi versi ancora romantico, in cui la figura del factotum aveva avuto una grande importanza. Mi sembrava che il calcio assomigliasse metaforicamente alla società, e per certi versi anche al cinema, dove c'era ancora chi - ma stava scomparendo - organizzava produzioni ai tavoli dei bar, firmando pacchi di cambiali» (Avati). Con Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci, Massimo Bonetti, Diego Abatantuono, Lino Capolicchio e Nik Novecento.
 
giovedì 15
ore 17.00 Il mantenuto di Ugo Tognazzi (1961, 95')
Daniela è una provinciale che ogni sera va in città a prostituirsi. Ma a differenze delle sue colleghe, non ha un protettore. Una notte, per necessità, decide d'inventarsene uno, scegliendo un signore che sta portando a passeggio il cane. Costui, che crede d'aver fatto una conquista, si mette in disavventure d'ogni genere.
«Il mantenuto, sia pure in modo monco e stentato, sia pure disperdendosi ancora nel facile trucchetto strapparisata, qualcosa dice. E soprattutto ha il coraggio di concludere in modo serio e amaro, senza nulla concedere ai compromessi abituali. [...] Tognazzi [...] non perdona nessuno [...], non "carica" il suo film di messaggi o di intenzioni: si limita, una volta tanto, a dire fino in fondo la verità, a darci un'immagine precisa delia realtà. Che il suo film zoppichi a lungo prima di trovare il "passo" adatto, non toglie nulla al merito di aver avuto questo coraggio» (Valobra). «Purtroppo l'attore deve solo obbedire. Per tanti anni ho subito; è vero che tentavo di ribellarmi, di fare quello che volevo io, ma alla fine aveva sempre ragione il regista perché mi inquadrava a modo suo e poi mi tagliava al montaggio. Ora basta. Adesso mi giro come voglio io perché comando io» (Tognazzi). Con Ugo Tognazzi, Ilaria Occhini, Mario Carotenuto, Marisa Merlini e Margaret Robsham.
 
ore 19.00 Sissignore di Ugo Tognazzi (1968, 107')
Oscar è l'autista di un imprenditore che tutti chiamano l'Avvocato, che lo coinvolge nei suoi affari come prestanome in cambio di un trattamento di favore e di un lusso più apparente che realmente posseduto. Il cartello iniziale, composto da tante tessere con la scritta «sì», dipinte e progressivamente moltiplicate con la tecnica del collage in una caleidoscopica reiterazione dello stesso monosillabo, sintetizza emblematicamente il servilismo del protagonista , pronto a tutto pur di accedere al mondo della modernità e del leisure. Con Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Maria Grazia Buccella e Franco Fabrizi.
 
ore 21.00 Cattivi pensieri di Ugo Tognazzi (1976, 109')
«La chiusura dell'aeroporto causata dalla nebbia costringe l'avvocato milanese Mario Marani, marito della bella Francesca, a tornarsene a casa nel cuore della notte. Sua moglie sembra profondamente addormentata, senonché, in uno sgabuzzino, egli vede spuntare, da sotto a certi abiti, i piedi nudi di un uomo. L'avvocato fa finta di nulla, chiude il ripostiglio, ne intasca la chiave e il giorno dopo parte con Francesca per un viaggio d'affari e di svago, che li conduce prima a una partita di caccia e, poi, a Torino e a Cervinia. I due stanno una decina di giorni lontano da casa e Marani continua per tutto il tempo a cercare di indovinare quale, dei possibili amanti di sua moglie, sia quello chiuso a chiave: un giovane riccone venezuelano? un maestro di sci? L'avvocato Borderò? o, addirittura, il fratello scioperato dello stesso Marani?» (www.cinematografo.it ). Con Ugo Tognazzi, Edwige Fenech, Orazio Orlando, Paolo Bonacelli, Massimo Serato e Luc Merenda.
 
16-20 ottobre
Festa del Cinema di Roma: Antonio Pietrangeli - Il regista che amava le donne
«Tragitto esemplare, quello di Pietrangeli regista: prende avvio negli anni '50 e li attraversa tutti per arrivare poi a rappresentare, con grande acutezza, le tensioni sociali e individuali degli anni '60. Cardine espressivo di questo percorso diviene - programmaticamente - il "femminile". […] Ciò che fa unico il discorso di Pietrangeli - l'abbiamo visto - non è la centralità del tema femminile (già abbondantemente sperimentata dagli anni '50 in poi) né l'evidente partito preso: è, piuttosto, la capacità di fotografare un'epoca di disequilibrio nel rapporto tra i sessi, di transizione nella concezione del ruolo femminile, senza mai indulgere a risibili certezze, stemperando tutto al colore assopito della disillusione. Anzi, mano a mano che scivoliamo verso i fatidici anni '60 e, attorno, il mondo si emancipa davvero, ecco il tono del racconto di Pietrangeli si fa più amaro, i corpi delle ragazze più facili e inconsistenti, la disperazione sempre più aerea e demotivata e le apparizioni di Catherine Spaak (La parmigiana) o Stefania Sandrelli (Io la conoscevo bene) in fulgore adolescenziale, sulle spiagge d'Italia toccate dal boom, sottolineano ancora di più la sonnolenta malinconia suggerita dall'abuso della canzonetta.
In realtà è la lacerazione, appunto, e non l'emancipazione, ciò che interessa il regista. […]. E, benché lo sguardo che il regista posa sul mondo maschile sia assolutamente privo di strizzate d'occhio e comprensione - implacabile come raramente si è visto nel nostro cinema -, ciononostante parlare di "femminismo" sarebbe fuorviante.
Prima ancora della presa di coscienza (che arriva quasi sempre verso la fine del racconto, dopo un lungo calvario), la donna incarna, nel cinema di Antonio Pietrangeli, l'innocenza. Spesso declinata in inedia (Io la conoscevo bene), sfrontatezza indifferente (La parmigiana), ingenuità (Il sole negli occhi e La visita), sventatezza (il carattere marzolino e imprevedibile di Nata di marzo), ma pur sempre innocenza» (Piera Detassis, in P. Detassis, Tullio Masoni, Paolo Vecchi, a cura di, Il cinema di Antonio Pietrangeli, Marsilio, Venezia, 1987, pp. 43-47).
La retrospettiva è realizzata dalla Festa del Cinema di Roma in collaborazione con Luce Cinecittà e il MoMa di New York, che la riproporrà nel mese di novembre.
In occasione della retrospettiva, la Cineteca Nazionale e Edizione Sabinae pubblicano il volume, a cura di Piera Detassis, Emiliano Morreale, Mario Sesti, Antonio Pietrangeli - Il regista che amava le donne.
 
venerdì 16
ore 17.00 Il sole negli occhi di Antonio Pietrangeli (1953, 98')
Una contadina arriva a Roma per fare la domestica e la vita non le regala grandi soddisfazioni. Si innamora di un idraulico, ma la loro relazione non dura. Non le rimane che la luce del figlio che ha in grembo. «Un film di un giovane, e un film semplice, lineare, sentito, forse fin troppo semplice, per molti palati soliti a ben altro. Ma c'è una deliberata e decisa coerenza, in questo Pietrangeli che delinea un suo soggetto, ne sviluppa una sua sceneggiatura, e giunge alla regia di ogni inquadratura ben sapendo, istante per istante, che cosa dovrà trarne. Se il giovane regista avesse dedicato le sue molteplici fatiche a una vicenda più corposa e più appariscente, ne avrebbe forse composto un film di non minore valore, ma di un più vasto e sicuro successo. Si è imposto, invece, un tema di tutti i giorni, quasi in grigio, scegliendo a sua eroina una giovane servetta, in una modestia che si risolve in orgoglio. Forse non saranno molti, a riconoscere le sue orgogliose ambizioni sotto una veste, apparentemente, tanto modesta; ma quei non molti potranno apprezzare e gustare una regia meditata, coerente, sensibile. Ciò è talmente raro da doversi additare, soprattutto in un esordiente» (Gromo). Con Irene Galter e Gabriele Ferzetti.
 
ore 19.00 Lo scapolo di Antonio Pietrangeli (1955, 98')
Uno scapolo impenitente è sempre alla ricerca di nuove conquiste, ma non si fa mai tentare dal matrimonio, malgrado le insistenze della madre. «Pietrangeli e i suoi collaboratori hanno creato un film fresco, garbato e divertente, cogliendo umorismo e vivacità dall'osservazione della vita e dalle situazioni di tutti i giorni, rinunciando a creare attorno al personaggio una vicenda complicata e macchinosa per affidarlo, pienamente, a una realtà minuta e minuziosa, ma non per questo meno sincere e meno vera» (Valmarana). Con Alberto Sordi, Sandra Milo e Nino Manfredi.
 
ore 21.00 Souvenir d'Italie di Antonio Pietrangeli (1957, 100')
Le avventure sentimentali di tre ragazze straniere in giro per l'Italia in autostop. «Il film contiene, a giudizio mio, un capitoletto eccezionale, incisivamente buffo, sostenuto da un Alberto Sordi straordinariamente in vena. Dunque: Sordi e il mantenutello (Sergio) di una preziosa tardona (Cynthia [Isabel Jeans]) che lo ninna e lo vezzeggia in una culla d'oro. Tema arduo e antipatico se mai ve ne furono; ma guardate come lo svolge don Alberto, qui è veramente nelle sue corde, oppure baciato in fronte con la massima foga da Talia. È un Sordi, accidenti a lui, che sfido chiunque a descrivere. "Ma quale culla d'oro? Gabbia, cari miei, gabbia", sembra dirci. È infantile e decrepito, ingenuo e corrotto, saggio e scemo, tiranno e schiavo. […] Che veloce e nitido capolavoro di ipocrisia, di innocente bassezza, di piacevole trivialità, è il Sergio di Alberto Sordi. Vi rimarrà a lungo in mente. […] L'altro motivo che mi induce a suggerirvi di non perdere questo film, è l'Italia in technicolor e in technirama. Gesù. Dall'inizio alla fine, quale meraviglia, quale incanto, quale festa delle feste geologiche è il nostro paese. Che diavolo abbiamo fatto, sentiamo, per averlo noi, proprio noi?» (Marotta). Con June Laverick, Isabelle Corey, Ingeborg Schoener, Vittorio De Sica e Massimo Girotti.
 
sabato 17
ore 17.00 Nata di marzo di Antonio Pietrangeli (1958, 109')
«Pietrangeli raggiunge qui, nella descrizione dei difficili rapporti fra uomo e donna, una splendida crudele amarezza. L'indifferenza sorda di Sandro, tipico italiano altoborghese, che si diverte con la moglie giocattolo, ma si sente solo; la sofferenza oscura di Francesca, a cui neppure lei riesce a dare un nome, poiché non sa uscire dalla sua giuliva e anarchica adolescenza, turbolenta ma irresponsabile; la grettezza delle altre donne che, dopo avere approfittato della sua assenza da casa, le rimproverano di non essere una moglie intelligente e di non sapersi tenere ben stretto il marito, o quella ancora più pesante degli altri uomini che vedono solo il suo corpo; tutto concorre a disegnare un mondo di straordinaria povertà spirituale, che corrisponde all'Italia degli anni '50 e in particolare alla borghesia milanese del miracolo economico. Girato infatti a Milano, sullo sfondo della città in via di sviluppo, il film è anche una magnifica descrizione della nuova Italia, che forse è anche peggiore di quella vecchia. Un'Italia piena di commendatori grassi e volgari, di donne mediocri e rassegnate, di poveri che corrono dietro ai tram» (Bernardi). Con Gabriele Ferzetti e Jacqueline Sassard.
 
ore 19.00 Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli (1960, 106')
Entrata in vigore la legge Merlin, Adua e le compagne decidono di proseguire il "mestiere" clandestinamente, dietro la facciata di una trattoria fuori città. Costituiscono una società e rilevano una cascina di campagna, che puliscono e sistemano riscoprendo la semplicità di una vita "normale". Ma il passato non si può cancellare… «e per poter fare strada delle povere donne come loro non possono fare a meno di rivolgersi a protezioni e ad appoggi che in definitiva le conducono di nuovo alla rovina. Una tesi polemica, dunque, che la regia ha risolto spesso con mano ferma e sicura disegnandoci con buona intuizione psicologica i caratteri delle quattro protagoniste e risolvendo non di rado le situazioni drammatiche che le hanno al centro con piglio forte e risoluto, felice nell'evocare i climi affannosi e drammatici e felice, soprattutto, nell'alternarli, con tranquilla misura, a climi se non propriamente comici almeno amabilmente umoristici» (Rondi). Con Simone Signoret, Sandra Milo, Emanuelle Riva, Gina Rovere, Claudio Gora e Ivo Garrani.
 
ore 21.00 Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli (1961, 101')
Cinque fantasmi, già proprietari di un nobile palazzo, si alleano con un pittore-fantasma del Cinquecento per impedire la speculazione edilizia progettata dall'ultimo discendente. Traducendo in film una sceneggiatura brillante e spiritosa, Pietrangeli ha saputo narrare la sua favola surrealistica con un distacco e un'eleganza inconsueti alla commedia italiana. «L'irrisoria spregiativa nei confronti di una borghesia di nuovi ricchi arraffoni, contrapposta all'affettuoso rispetto per un'aristocrazia decaduta, in significativa sintonia con il proletariato urbano, testimonia la coerenza tematica di Pietrangeli, ma non bastò. La diffidenza per il fantastico e il fraintendimento della commedia, tenuta per un genere minore, connotano da sempre l'inamidata cultura italiana ufficiale. Questi due ore pregiudizi non permisero alla maggioranza dei critici di apprezzare, come meritavano, l'eleganza, il garbo, la scanzonata disinvoltura, la lucida superficialità di Fantasmi a Roma» (Morandini). Con Eduardo De Filippo, Marcello Mastroianni, Sandra Milo, Tino Buazzelli, Vittorio Gassman, Claudio Gora e Belinda Lee.
                                                                                                    
domenica 18
ore 17.00 La parmigiana di Antonio Pietrangeli (1963, 112')
«La giovane Dora (Spaak), dopo la prima esperienza con un seminarista, accumula avventure amorose: incapace di rinchiudersi nella mediocre normalità del matrimonio con il fidanzato questurino (Buzzanca) e delusa dall'altrettanto mediocre opportunismo dell'amato fotografo (Manfredi), sceglie una vita di rischiosa solitudine. Con un'efficace narrazione incastonata di flashback, Pietrangeli adatta il romanzo di Bruna Piatti e traccia, senza moralismi e con molta ironia, un quadro malinconico e graffiante della meschinità e degli egoismi piccolo-borghesi che impregnano la provincia: al centro spicca il personaggio emblematico di Dora, segnata da una spregiudicatezza che confina con l'indifferenza, ma che se accetta i compromessi fisici con l'universo maschile, riesce comunque a rispettare "un suo codice etico, più istintuale che morale" (Detassis)» (Mereghetti).
 
ore 19.00 Il magnifico cornuto di Antonio Pietrangeli (1964, 124')
Un uomo, dopo aver tradito la moglie con una donna sposata, si rende conto della facilità con la quale avvengono i tradimenti e incomincia a insospettirsi della moglie e a ossessionarla con la sua gelosia. Finché la moglie è costretta a confessargli un tradimento… «In realtà egli non tanto vuole che la moglie gli sia fedele: quanto di non soffrire più di gelosia» (Moravia). «Gli sceneggiatori si servono dell'ossessione del protagonista per indagare vizi e virtù di una borghesia provinciale, non assillata da problemi economici, tutta presa da pruriti sessuali, da relazioni extraconiugali da imbastire e da nascondere. Da una di tali relazioni nasce il meccanismo che farà scattare nel protagonista prima il dubbio e poi il tormento» (Maraldi). Con Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Salvo Randone, Bernard Blier e Lando Buzzanca.
 
ore 21.15 La visita di Antonio Pietrangeli (1964, 107')
«Era un decennio [… ] che Antonio Pietrangeli non imboccava un'operetta unitaria, graffiante, squisita, come questa Visita. [… ] Pochi, come lui, sanno tener conto del pubblico quando narrano una storia. A volte gli può accadere - come gli era infatti accaduto nel suo penultimo film, La parmigiana - di eccedere in qualche volgarità, naturalmente non necessaria [… ]. Ma nella Visita, ci sembra, Pietrangeli ha saputo reggere tutto - protagonisti, "favola" e cornice - con un perfetto equilibrio, e dimostrare che in lui un mestiere ormai magistrale si unisce a una sobria, gustosa e intelligente indagine umana. [… ] Pietrangeli ama dire di aver fatto questo film come una scommessa. In verità, egli ci ha messo davanti due esseri maturi, buffi, persino ripugnanti, due piccolo-borghesi tipici, in certo senso due "mostri", col compito di farci divertire a loro spese, ma soprattutto di farci vibrare, e addirittura commuovere, alla loro sconfitta. Ebbene, dato che tutte queste cose le ha ottenute, diciamo pure che la scommessa l'ha vinta» (Casiraghi). Con Sandra Milo, François Perier, Gastone Moschin, Mario Adorf e Didi Perego.
 
martedì 20
ore 18.15 Fata Marta di Antonio Pietrangeli (ep. de Le fate, 1966, 35')
Un cameriere-autista presta servizio per una serata da una contessa durante una festa. Sul finire della serata viene incaricato di portare una camomilla in una stanza da letto. Qui trova una donna ubriaca e seminuda sdraiata sul letto, che lo invita a fare l'amore. Il giorno dopo scoprirà che la donna è la moglie del professore, dal quale è stato chiamato a prestare servizio come autista, grazie all'interessamento della contessa… «In questo breve e gustoso racconto dall'impianto chapliniano (quando lei è ubriaca si rivolge a Giovanna come a un amante, quando è sobria lo tratta da persona di servizio), Pietrangeli si limita al ruolo di director, muovendosi con sicurezza e ironia negli ambienti dell'alta società» (Maraldi). Con Alberto Sordi, Capucine, Anthony Steel, Olga Villi, Gigi Ballista. Gli altri episodi sono diretti da Luciano Salce, Mario Monicelli, Mauro Bolognini.
 
ore 19.00 Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (1965, 125')
«Ecco Adriana, una bella ragazza scappata a Roma dal Pistoiese. Ha cominciato come domestica, e se sulle prime s'è dovuta difendere dal lattaio, presto le barriere del pudore contadino hanno ceduto di fronte al mito degli amori romanzeschi coltivato da fumetti e canzoni. A poco a poco Adriana scivola, diviene come un oggetto, passa da un uomo all'altro con la stessa indifferenza con cui cambia mestiere. Parrucchiera, maschera in un cinema, cassiera in un bowling, la sua vita è una collezione di cotte per tipi che le sembrano meravigliosi, di passive accettazioni di maneschi dongiovanni, di umiliazioni che appena ne scalfiscono la vergogna. Amica del sole e del neon, fanatica del giradischi, vive alla giornata senza nemmeno la tagliente ambizione dell'arrivista; ma ogniqualvolta le si schiude un orizzonte, si consegna tutta intera alla speranza d'un grande futuro. […] Probabilmente questo è il più bel film che ci abbia dato sinora Antonio Pietrangeli. Non è nato improvviso: oggi si vede, guardando a ritroso, che quasi tutti i suoi ritratti di donna (da Il sole negli occhi a Nata di marzo, da Adua e le compagne a La parmigiana e alla Visita) preludevano ad Adriana, e anticipavano qualche sua componente psicologica, prima fra tutte quella tensione a collocarsi in un paesaggio più largo. Ora soltanto, però, il personaggio è giunto a completa maturazione, e Pietrangeli (coadiuvato per il soggetto e la sceneggiatura da Maccari e Scola) è riuscito a proporcelo in tutta la sua ricchezza di motivi come amarissimo simbolo d'una moderna condizione morale e sociale» (Grazzini). Con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Robert Hoffmann, Jean-Claude Brialy, Joachin Fuchsberger e Mario Adorf.
 
ore 21.15 Come, quando, perché di Antonio Pietrangeli (1968, 103')
«Paola, moglie di Marco, conosce Alberto durante un ricevimento. Lui la corteggia senza risultati e lei per troncare quel rapporto che non vuole parte in anticipo per le vacanze. Raggiunta da Alberto la donna gli cede ed instaura con lui una relazione che si protrae anche dopo il ritorno in città» (Poppi/Pecorari). «Mentre sta girando il film, Pietrangeli affoga nel mare di Gaeta il 12 luglio 1968. Completato e montato da Valerio Zurlini, Come, quando, perché esce un anno dopo, senza la firma di Pietrangeli. Si possono fare alcune considerazioni. Al centro del racconto è ancora una figura femminile, Paola, signora della ricca borghesia torinese, sposata felicemente, che scopre il piacere di una sessualità vissuta senza inibizioni solo dopo una relazione extraconiugale. Le novità significative sono date dalla tonalità e dal linguaggio. Non è più la commedia a fornire l'intelaiatura. Il climax è quello tormentato di un dramma a sfondo sessuale. Il cambio di registro linguistico è notevole rispetto a Io la conoscevo bene [...]. Per la prima volta, dopo molti anni, la sceneggiatura non è scritta insieme a Maccari, ma con Tullio Pinelli. L'assenza di Maccari è temporanea [...]. La sceneggiatura prevedeva, tra l'altro, anche la partecipazione di Allen Ginsberg, nella parte di se stesso, che recita versi durante una serata di poesia» (Maraldi). Con Philippe Leroy, Danielle Gaubert, Horst Buchholz.
 
21-24 ottobre
Festa del Cinema di Roma: Omaggi
 
mercoledì 21
ore 18.00 Kaos di Paolo e Vittorio Taviani (1984, 157')
«Come forse si sarà capito, la Sicilia vista dai Taviani attraverso Pirandello non ha niente a che fare con le cartoline turistiche e nemmeno con i luoghi comuni espressi dal cinema, anche quello migliore, a proposito dell'isola. È, o piuttosto era, perché luoghi e tempi del film vivono nella storia del costume, che poi sarebbe quella di fine Ottocento. Cosa resta oggi di tutto questo in Sicilia non si saprebbe a chi chiederlo. Ed è per contrasto col presente che si apprezzano questi personaggi ancora ignoranti ma segnati dal divino del Caos, primitiva potenza anteriore agli dei, più di essi anarchica e ribollente, il Caos che tutto precede» (Frosali). Film in cinque episodi nella versione televisiva, quattro nella versione cinematografica, priva dell'episodio Requiem. Con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Margarita Lozano, Claudio Bigagli, Massimo Bonetti.
Versione restaurata
 
ore 20.45 La passione e l'utopia di Mario Canale (2015, 93')
Il cinema e la personalità dei fratelli Taviani in un viaggio attraverso i luoghi e le passioni che hanno contraddistinto la loro opera. Il paesaggio della Toscana e di San Miniato, da dove sono partiti, è anche l'inizio di questo racconto, un viaggio nei luoghi del loro cinema, uno sguardo in movimento capace di raccontare e raccordare un percorso di sessant'anni d'amore e di passione per il cinema. Un percorso che affronta i temi caratterizzanti del loro cinema, come episodi di un lungo romanzo: la passione, l'utopia, la rivolta, la musica, la memoria.
 
giovedì 22
ore 21.00 Siamo donne di Alfredo Guarini,Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti (1953, 100')
«Primo episodio: Prologo - 4 attrici, una speranza - È la cronaca di un concorso tra aspiranti attrici, delle quali il film descrive ansie, delusioni, speranze: il concorso si conclude con l'assegnazione del premio alle due migliori.
Secondo episodio: Alida Valli - Un'attrice, invitata dalla cameriera che festeggia il proprio fidanzamento, tenta di far innamorare di sé il fidanzato di questa ma, resasi conto della cattiveria che sta per commettere, tronca in tempo l'avventura.
Terzo episodio:
Ingrid Bergman - È la storia delle preoccupazioni suscitate dalla devastazione di un roseto provocata da un pollo e dei conseguenti tentativi per impedirgli di fare altri danni.
Quarto episodio: Isa Miranda - Un'attrice che, per amore della carriera ha rinunciato ad avere figli, racconta cdi aver capito di aver commesso un errore.
Quinto episodio: Anna Magnani - Un'attrice ha un violento litigio con un autista di piazza che le ha chiesto un supplemento per il trasporto del suo cane che, invece, secondo lei, è da grembo» («cinematografo.it»).
 
venerdì 23
ore 18.00 La terrazza di Ettore Scola (1980, 155')
«Per quanto lunghissimo, il film di Scola è questa volta solo l'introduzione di una analisi critica o di un dibattito autocritico. Sulla Terrazza romana, infatti, significativo e limitato crocicchio per massacri dialettici che tempo fa il Fellini aveva svolto in Via Veneto o in tutta Roma, ci sono soltanto dei personaggi tipici di una condizione borghese ricevuta o arraffata, delle figure tratte dai mezzi di comunicazione cinematografici o televisivi (con accanto gli addetti ad altri mass media, ma solo di pilotaggio, di propaganda o di critica), ci sono solo gli adulti (con la vagante ragazza, pressoché marziana, impossibilitata o non autorizzata a parlare in nome della gioventù), è rappresentata una sola tendenza politica (quella di sinistra, con qualche impennata dei solitari di una sinistra più accentuata, maschile o femminile che sia). Eppure, in due ore e mezza, dalle feroci accuse che si rivolgono gli "amici" oppure dalle non meno strillate confessioni emergono tematiche che dovrebbero scuotere la coscienza non solo dei così detti appartenenti alla "intelligenza borghese e impegnata" oppure dei politici, ma di gran parte dei cittadini italiani: quelli che hanno condotto la danza, a senso unico, e ora scoprono di essere al fondo di un vicolo cieco; quelli che si sono lasciati imbonire, e, mediante le votazioni politiche e amministrative, hanno permesso che i soliti "pochi" provocassero la situazione fallimentare dei "molti"; quelli che soffrono drammi esistenziali, familiari, economici, sociali: gli anziani che hanno creduto o sperato di "fare l'Italia nuova" e i giovani che avrebbero avuto il diritto di trovarla dopo tanti anni di promesse. Va da sé che, anche se non lo dice esplicitamente, un film che propone tali aperture e un così vasto quadro di indagine è da considerare come eccezione nella produzione italiana del momento e ancor di più nel genere della commedia» («Segnalazioni cinematografiche»).
Versione restaurata
 
ore 20.45 Ridendo e scherzando di Paola e Silvia Scola (2015, 82')
«La scommessa era raccontare nostro padre Ettore Scola - regista, sceneggiatore, disegnatore, umorista, intellettuale, militante - cercando di usare la chiave del suo cinema: parlare di cose serie facendo ridere. Abbiamo utilizzato solo le interviste che ha rilasciato nel tempo senza mai ricorrere a testimonianze di altri. Unico intruso è Pif, intervistatore sui generis, che seguendo il percorso che abbiamo tracciato compone i tasselli di questo ritratto" (Paola e Silvia Scola).
 
sabato 24
ore 17.00 Fantozzi di Luciano Salce (1975, 108')
«Salce dà volto e consistenza a personaggi e fatti caricaturali ed eccessivi, segnati, sulla pagina letteraria, da un gusto del grottesco surreale e iperbolico quasi impossibile da trasporre visivamente. Il regista [...] sposta personaggi, confonde i tipi, contamina gli episodi. Nelle due raccolte di racconti di Villaggio, il compagno di disavventure era Fracchia, l'organizzatore di divertimenti e gite aziendali: al cinema diventa l'occhialuto e magro Filini (l'attore Gigi Reder, divenuto proverbiale nel ruolo del personaggio semicieco, che porta "occhiali doppi tipo civetta"), che nei racconti era presentato così: "Quarantasei anni, 99 cm di statura [...] completamente calvo". Acquista consistenza il personaggio di Calboni [...]. La rielaborazione degli intrecci dei racconti procede con lo stesso sistema di contaminazione, smussando le iperboli letterarie e accentuando la fisicità farsesca delle situazioni» (Pergolari).
Versione restaurata
 
ore 19.00 Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce (1976, 110')
«Ripetere giova. E del resto, anche Paolo Villaggio, autore di una prima raccolta di novellette intitolata Fantozzi, gliene aveva fatta seguire un'altra intitolata Il secondotragico libro di Fantozzi. A tutte e due quelle raccolte si era ispirato il primo film, Fantozzi, scritto con Villaggio, da Benvenuti e De Bernardi e diretto da Luciano Salce. A quelle medesime raccolte si ispira anche il film di oggi, realizzato, ovviamente, dalla stessa équipe. Con una costruzione narrativa più robusta, questa volta, e, soprattutto, con una scelta più decisa e meditata nei confronti del tipo di comicità che, escludendo quasi del tutto la farsa (soprattutto quella "all'italiana"), punta adesso apertamente al paradosso surreale, in linea con i giochi stralunati dei più recenti entertainers americani, da Woody Allen, a Mel Brooks, a Gene Wilder.
La maggiore solidità di racconto deriva dal fatto che gli autori, pur rifacendosi alle novellette dei due testi, le hanno riunite qui secondo un piano che dà lo spazio giusto, e ragionato, alle gesta più tipiche del ragionier Ugo Fantozzi, campione altrettanto tipico di un sistema impiegatizio beffato in letteratura dai tempi di Kafka, di Courteline e di Bersezio e che ha raggiunto adesso, in una società stravolta dalle gerarchie e dai consumi, dimensioni davvero... galattiche» (Rondi).
 
Fatti e strafatti
«Immagino tutti ricordiate Sabrina di Billy Wilder, un capolavoro irripetibile. Nel 1995 ne fu fatta una nuova versione firmata Sydney Pollack con Harrison Ford nella parte che fu di Bogart. Con tutto l'amore che nutro per Pollack, non riuscii a terminarne la visione. Uscii dal cinema con le paturnie chiedendomi che senso ha rifare una cosa che è perfetta. Sarà inesorabilmente una brutta copia. In scultura vi sono molte rappresentazioni della Pietà, ma nessuno ha mai pensato di rifare quella di Michelangelo, mentre nel cinema è normale che i film riusciti siano soggetti a periodici tagliandi dove si sostituiscono per intero i "pezzi". Questa rassegna intende compiere una ricognizione nello "sfasciacarrozze" della settima arte rovistando tra i pezzi originali dei più acclamati modelli, quasi tutti "assemblati" durante l'era del Muto e, più che "rifatti", successivamente "strafatti". Diciamo che è una rassegna vagamente polemica, ma come sempre spinta dalla più appassionata e divertita curiosità. Buona visione e buon ascolto» (Antonio Coppola).
 
ore 21.00 L'inferno bianco di Ubaldo Maria Del Colle (ep. de I figli di nessuno, 1921, 64')
«Il popolare e commovente dramma di Rindi, ricco di intricate situazioni drammatiche, è stato egregiamente ridotto per lo schermo; anzi oseremmo dire che la riduzione, mitigando spesso l'esagerazione romanzesca, inverosimile e irreale, che il dramma tocca in certi momenti, e semplificando l'aggrovigliamento degli episodi, conferisce una linea di chiara semplicità, una linea quasi artistica, donde trae indiscutibile vantaggio. [...] L'esecuzione è generalmente buona e lodevole. Accade di rado di vedere un film di cotesto genere, messo in scena con molta proprietà, persino con eleganza e signorilità, e interpretato da un complesso veramente ottimo di attori. Leda Gys ha momenti in cui eccede nell'espressione, ed esagerando, guasta un po' la linea della sua interpretazione; ma, nell'insieme, la sua figura si compone di linee sobrie e semplici, di linee pure e belle» (Dioniso, «La Vita Cinematografica», 15 marzo 1921).
Accompagnamento musicale del M° Antonio Coppola
 
25-31 ottobre
Festival Tertio Millennio
Per il programma si rinvia al sito www.cinematografo.it
 
 
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