Ritorniamo a ripercorrere il cinema di Florestano Vancini, al quale già abbiamo reso omaggio assieme a Pietrangeli e Zurlini, in un’ideale sconfinamento dalle traiettorie consolidate della nostra cinematografia. A cinque anni dalla scomparsa del regista, l’opera di rimozione si è realizzata e Vancini è ormai un nome inattuale, pronto ad essere snocciolato in una di quelle elencazioni che tanto piacciono ai compilatori del cinema italiano. Con un unico problema: dove collocarlo? Con Rosi, Petri e Damiani o con il solo Zurlini? In quale lista e posizione chiudere la pratica Vancini? Partendo, invece, dalla minuziosa esplorazione dell’universo vanciniano compiuta da Fabio Micolano per il documentario dal titolo emblematico Florestano Vancini: cronaca di un autore che i libri di cinema non hanno sufficientemente apprezzato, e attraverso la visione di due film che presentano una controlettura di fatti storici, si gettano qui, invece, le basi per un (ri)approfondimento, che necessariamente deve prendere le mosse dalla cinematografica Ferrara, dai documentari, dalla dialettica, sempre viva, con la Storia, dalla duttilità culturale di un regista che non ha mai smesso di essere, prima di tutto, un uomo.
