Psicoanalisi e Cinema hanno molto in comune: sono nate nello stesso periodo, hanno avuto nel secolo appena finito un enorme sviluppo e diffusione continuando ad influenzare, con la loro ricerca sull’uomo e le sue dinamiche profonde, il mondo della cultura, della scienza e dell’arte. Anche se il cinema non ha alcun presupposto terapeutico, alcuni aspetti della sua indagine e la sua capacità di stimolare e portare alla coscienza, all’interno di un contenitore artistico, dei nuclei attivi nel profondo della psiche fanno sì che sviluppare un confronto su alcuni temi può essere utile e stimolante. I film hanno d’altronde modalità espressive affini a quelle dei sogni e dell’immaginario, utilizzando quel registro iconico su cui la Psicoanalisi indaga come livello di simbolizzazione sulla strada della rappresentazione e della pensabilità. Partendo da questo interesse, il Centro Sperimentale di Cinematografia organizza, col patrocinio della SPI (Società Psicoanalitica Italiana) una serie d’incontri mensili, nella giornata di sabato, centrati sul rapporto tra il Cinema e la Psicoanalisi e sugli aspetti che la visione di un film può approfondire. In queste serate di volta in volta uno psicoanalista proporrà una breve relazione, dopo la proiezione dell’ultimo film selezionato, aperta alla discussione con autori/attori/critici cinematografici e col pubblico. Nel 2010 i film presentati e gli spunti di riflessione proposti vertono intorno ad un percorso che attraversa il tema della femminilità, sia sul versante cinematografico che su quello psicoanalitico e, più in generale, culturale.
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Incontratisi casualmente dallo psicanalista cui hanno fatto ricorso per vincere un’ansia congenita aggravata da pene d’amore (l’uomo non sa darsi pace per essere stato abbandonato dalla giornalista con cui conviveva, la donna si è perdutamente innamorata del medico), i due chiedono sostegno agli psicofarmaci più diversi e vicendevolmente si sottopongono a prove che dovrebbero aiutarli a vincere il panico con l’amicizia. La labilità emotiva li spinge però ad alternare la complicità degli infelici e l’odio furibondo di chi non sopporta nemmeno la vista dell’altro. […] Verdone si conferma osservatore intelligentemente autoironico della sua generazione, che orchestra l’analisi dei sentimenti e nel contempo affida al cinema un ruolo terapeutico nei confronti delle proprie depressioni» (Grazzini). Alexis Meneloff interpreta lo psicanalista Altieri.
