Da sempre si è dedicato alla vivisezione delle classe sociali, con particolare attenzione a quella borghese, ora da freddo entomologo, ora da attento e sensibile osservatore. «Lontano dalla vocazione iconoclasta di Jean-Luc Godard, assolutamente estraneo all'autobiografismo caro a François Truffaut, sicuramente meno rigoroso nelle scelte tematiche di Eric Rohmer e Jacques Rivette, ai quali pur si sente molto vicino», come scrive giustamente Aldo Viganò, «Chabrol è artefice di un cinema la cui dimensione autoriale non viene mai esibita, ma chiede di essere riconosciuta all'interno della struttura linguistica e narrativa dei singoli film. […] Assenza di conclusione, mancanza di messaggio, rifiuto di acquietarsi nella rappresentazione delle apparenze costituiscono le chiavi più specifiche per penetrare nell'universo etico ed estetico di Chabrol: tanto più difficile da individuare perché a fargli velo c'è quasi sempre la sua personalissima ironia, troppo spesso scambiata per cinismo. Regista colto ma mai spocchioso, formalista ma mai estetizzante, prolifico ma mai qualunquista, affascinato dalla realtà ma mai naturalista, Chabrol è artefice di un'avventura cinematografica caratterizzata da un eccentrico divenire ciclico». Per questo omaggio al cineasta francese, all'interno della sua sterminata filmografia, si è scelto faziosamente alcuni film che appartengono agli anni Sessanta e alla prima metà degli anni Settanta. Per Donne facili (1960) Chabrol «si serve del documentario impersonale, del "referto" naturalista presentato in uno stile neutro. Infatti, attraverso la descrizione oggettiva della giornata di quattro commesse», spiega Angelo Moscariello, «Chabrol si propone di analizzare la condizione, quella del proletariato urbano, e di denunciarne il profondo stato di alienazione di cui è vittima». Ma sono soprattutto con i film della fine degli anni Sessanta e quelli della prima metà degli anni Settanta che, come scrive Joël Magny, «sulla scia di Hitchcock, Chabrol concepisce un film come il luogo in cui viene messa alla prova la tendenza dell'essere ad una sorta di solipsismo ontologico, in cui non ci sarebbe per il soggetto pensante altra realtà se non egli stesso, messo alla prova tanto dei personaggi (che tendono spesso a sprofondare nel loro errore fondamentale fino alla follia o alla morte) quanto dello spettatore (il quale, quando il film è riuscito, si rapporta al dramma dei personaggi e non ritiene di seguirli nella loro esperienza tragica)». Le citazioni sono tratte dai volumi: Angelo Moscariello, Claude Chabrol, Il Castoro Cinema, La nuova Italia, Firenze, 1977; Roberto Zemignan (a cura di), Claude Chabrol, Circuito Cinema quaderno, Comune di Venezia, Venezia, 1988; Aldo Viganò, Claude Chabrol, Le Mani, Recco, 1997.

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