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Quindici anni con (o senza) Nico D’Alessandria
23 Dicembre 2018 - 23 Dicembre 2018
Si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1967 con il bellissimo saggio d’esame Il canto d’amore di Alfred Prufrock, da una poesia di Eliot, con la voce di Carmelo Bene e le distorsioni sonore di Luciano Berio. Lavora come aiuto regista (La bambolona, Cuore di mamma, L’urlo…) e come documentarista televisivo, dedicandosi spesso e volentieri al cinema militante (Occupazione delle case a Decima e Cinegiornali ideati da Zavattini). La sua voglia di sperimentare non si ferma solamente al cinema e nel 1978 realizza un programma radiofonico Processi mentali dedicato alla follia che successivamente verrà “proiettato” in sala “a schermo bianco”. Il suo vero e proprio esordio alla regia avviene con Passaggi in 16mm sul problema degli anziani. Ma il suo capolavoro è L’imperatore di Roma (1988), al quale seguiranno L’amico immaginario (1994) e Regina Coeli (1999). «Sono nato/morto al cinema con Rebecca, la prima moglie (Rebecca, Alfred Hitchcock – 1940). Sono morto/rinato con il cinema-verità. Sono stato vicino al cinema sperimentale con Il canto d’amore di Alfred Prufrock (1967) e Carmelo Bene, e al cinema militante con Occupazione delle case a Decima (1973) e Zavattini nel bombardamento della cupola di San Pietro. Da morto, al cinema, ho cominciato a sognare di vivere in un film e tante volte la stessa sequenza finale. Per radio ho dato parola all’immagine della follia con “Processi Mentali”. Mi hanno costretto a essere imprenditore e ho soppresso il contabile. Ho pedinato la vecchiaia con Passaggi (1980). Ho visto camminare per Roma l’Imperatore. Ho fatto della mia vita un film, L’amico immaginario (1994). Ho incoronato la Gradisca con Regina Coeli (2000). La mia gaffe preferita è “questo cinema va distrutto!”» (D’Alessandria).
 
ore 17.00 Regina Coeli diNico D’Alessandria (1999, 88′)
«Una donna, non più giovane ma ancora piacente, è assistente volontaria nel celebre carcere romano. Soprannominata “Regina Coeli”, da un po’ di tempo dedica il suo tempo e le sue attenzioni ad un giovane detenuto sardo, accusato di sequestro di persona, che si proclama innocente» (Poppi). «500 milioni, completamente autoprodotto. Ho perfino dato in garanzia l’ipoteca sulla casa. Mi viene anche rimproverato che io l’ho potuto fare perché avevo la casa. Ma io ho la risposta: il 50% degli italiani lo possono fare perché hanno la casa di proprietà, per non parlare dei registi che sono il 100% a possederne anche più di una. Ma non lo farebbero mai. […] Ho voluto usare la bellezza della vecchiaia femminile che sa essere dolcissimamente spietata. Magali l’ho conosciuta nell”87, lei aveva 55 anni ed era bellissima, stupenda, sembrava una fata. La conobbi al festival di Annecy, praticamente mi innamorai e mi rimase nel cuore di fare un film con lei, come se fosse stata Marilyn Monroe» (D’Alessandria). Con Magali Noël, Luciano Curreli, Rossella Or, Victor Cavallo, Mario Cipriani, Gerardo Sperandini.
 
ore 18.30 L’amico immaginario diNico D’Alessandria (1994, 85′)
«Il cinquantenne Dino fa un bilancio della propria vita, dei suoi rapporti con il suo bambino, con le donne che ha amato, con il proprio lavoro e con gli amici intimi, uno dei quali, sacerdote, muore un giorno improvvisamente. Anche dall’al di là, però, l’amico continua ad essergli vicino, come un angelo custode, per sostenerlo nei momenti più angosciosi della sua esistenza» (Poppi). «C’è tutta una parte di cinema italiano che, se non proprio sommersa, è perlomeno emarginata, confinata negli angoli di uscite estive frettolose, fatte di poche sale d’essai e di cineclub. […] Anche se girato in un evidente stato di precarietà, con pochi mezzi a disposizione e con penuria di pellicola, anche se qua e là acerbo e stentato, L’amico immaginario – interpretato da quello straordinario attore colpevolmente trascurato dal cinema italiano che è Victor Cavallo – trae il suo vigore poetico dalla commossa sincerità con la quale Nico D’Alessandria va alla ricerca di quella strada smarrita che è la concezione religiosa della vita» (Natta). Con Victor Cavallo, Valeria D’Obici, Rocco Mortellitti.
 
ore 20.00 Evelina e Marcoaldo di Nico D’Alessandria (1966, 10′)
Marcoaldo, marito oppresso, si addormenta in poltrona e sogna una partita a carte con un individuo mefistofelico in cui la posta in gioco è sua moglie Evelina.
 
a seguire Il canto d’amore di Alfred Prufrock di Nico D’Alessandria (1967, 20′)
«Impressioni visive su uno splendido testo di Eliot, con centro nell’autore dello short. Faticata fusione tra poesia e immagini, perché la prima parla di una miseria sconfinata dell’esistere (e la dizione strascicata di Bene le si attaglia a pelle) e le seconde, invece, tendono ad esplodere – per la ricerca di plasticità corporee, per lambiccate congruenze simboliche di superficie, ecc – nell’autocompiacimento dell’autore-attore» (De Benedictis). Autentico cinema sperimentale, visionario, esperimento visivo originale… indimenticabile. Prendere o lasciare.
 
ore 20.45 L’imperatore di Roma diNico D’Alessandria (1988, 89′)
«Gerry vive a Roma, dormendo in squallide pensioni e camminando senza meta per la città. Vive in solitudine, per unica compagna la droga. Evitato dai “bravi” cittadini, poco considerato dagli amici, egli immagina la sua fine, come un moderno “Accattone” o con una siringa conficcata nel braccio» (Poppi). «Ricordate Accattone di Pasolini? Muore per un banale incidente di motocicletta alla curva del ponte del Mattatoio. In quella stessa curva cade l’imperatore di Roma ma si rialza imprecando, pronto a riprendere la strada a piedi. Il suo nome è Gerry ma forse è più giusto pensarlo Nerone o Commodo. Anche lui desidera trovare la morte nell’arena (magari per un buco di addio). Anche lui ama Roma, di un amore-odio e vorrebbe distruggere il Colosseo a picconate. Conosciuto il personaggio e scritta la sceneggiatura, mentre passavano gli anni in attesa di ottenere i finanziamenti dello stato, il povero Gerry finiva riconosciuto pericoloso socialmente e rinchiuso ad Aversa. Qui nasce il cult-movie. Nico D’Alessandria aspetta tre anni, scrive a Gerry 48 lettere e ne riceve 171. Si occupa di lui nel tentativo di ricucire il tessuto familiare strappato e rifiuta di realizzare il film con un attore diverso dal suo imperatore. Crede che la fatica di fare cinema possa ripagarsi meglio se aiuta un Gerry qualsiasi a riconoscere la strada per uscire dall’inferno. Raccontare un film o raccontare la vita? L’importante è raccontare… E Roma? Già … Roma! Roma in bianco e nero, per giocare con il chiaroscuro più che con i colori. Degradata e splendida. Roma Tevere e polvere, luogo di ogni delirio e set cinematografico. Protagonista e oggetto di sberleffo» (D’Alessandria).
 
 
 
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