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Per il centenario De Santis, incontro con Marco Grossi, Stefano Masi, Gordana Miletic, Vito Zagarrio
18 Ottobre 2017 - 18 Ottobre 2017
mercoledì 18 ottobre
 
ore 16.30 Giorni d’amore di Giuseppe De Santis (1954, 102′)
«Due giovani contadini di Fondi, Angela e Pasquale, sono promessi sposi da alcuni anni. Per tradizione le nozze devono celebrarsi con tutta solennità e richiedono una notevole spesa economica, ma le famiglie dei fidanzati sono povere e il matrimonio viene rimandato di anno in anno. Un giorno Pasquale decide di ricorrere a un sotterfugio, con la complicità mascherata dei parenti di entrambi: fingerà di rapire Angela, in modo che il matrimonio diverrà inevitabile e le nozze saranno celebrate in fretta e con semplicità. Il piano concordato di nascosto tra le famiglie viene attuato» (Marco Grossi). «Tre anni dopo Due soldi di speranza (1952) di Renato Castellani – un capolavoro che pochi hanno voluto riconoscere come tale – e un anno dopo Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini – una simpatica commedia rusticana che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere anche aspra […]. Peppe De Santis, non riuscendo a condurre in porto progetti più ambiziosi, si inserì con molta autonomia nel filone che alcuni critici della sua parte vollero chiamare “neorealismo rosa”. Ne risultò un film spregiudicato e allegro, di una vitalità e di un colore raramente eguagliati nel nostro cinema. Un colore che non era solo quello del Ferraniacolor, che unicamente in questo caso, a mia memoria, fu usato in modo così controllato e personale, sperimentale e autoriale; e per averne conferma basta confrontarlo con gli altri prodotti di quegli anni, dal pioneristico Totò a colori (1952) di Steno a La nave delle donne maledette (1953) di Raffaello Matarazzo» (Fofi). Nastro d’Argento 1954-1955 a Marcello Mastroianni come miglior attore protagonista.
 
ore 18.30 Uomini e lupi di Giuseppe De Santis (1957, 104′)
«La minaccia dei lupi incombe come ogni inverno su un piccolo paese delle montagne abruzzesi, Vischio. Le belve feroci fanno strage di pecore e costituiscono una minaccia anche per gli animali rinchiusi nelle stalle. Attirati da un premio di ventimila lire per ogni belva uccisa, due lupari raggiungono il paese. Giovanni, uomo maturo, ha già ucciso molti lupi e ha necessità di guadagnare per mantenere la moglie Teresa e il figlio Pasqualino. Ricuccio, giovane simpatico e baldanzoso, sembra in realtà interessato solo a sfruttare la situazione e l’ospitalità per andare a caccia di donne» (Marco Grossi). «Il sale diUomini e lupi, il segreto della sua tenuta, sta proprio nell’essere fuori dal tempo, opus perfettamente preistorico. Del mito e dell’epos, prima del patto della legge e della moneta (che mai come qui prende la sua forma dalla caciotta: Pasqualino ci vorrebbe adescare pure il lupo). Non ci sono preti né sindaci, guardie né carabinieri. Solo magazzini e osterie, anche se Ricuccio non ha bisogno di vino per vaneggiare: gli basta la finestra d’un paese di fantasmi per lanciarsi in comizi d’amore» (Sanguineti).
Per gentile concessione della Titanus
 
ore 20.30 Incontro con Marco GrossiStefano MasiGordana MileticVito Zagarrio
Nel corso dell’incontro sarà presentato il libro Giuseppe De Santis. La trasfigurazione della realtà a cura di Marco Grossi (Centro Sperimentale di Cinematografia, Associazione Giuseppe De Santis, Edizioni Sabinae, 2017).
 
a seguire Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis (1950, 103′)
«Il pastore Francesco Dominici, tornato dalla guerra, cerca invano lavoro nella sua terra segnata dagli eventi bellici. Una notte, per vendicarsi di un furto di pecore subito dalla sua famiglia e perpetrato dal losco Agostino Bonfiglio, arricchitosi con la borsa nera e l’usura, va a riprendersi le sue pecore con l’aiuto della sua innamorata Lucia e della sorella Maria Grazia, ma viene denunciato e arrestato» (Marco Grossi). «Ogni inquadratura sarebbe da citare, per mettere in rilievo la scultoreità delle pose, il bloccaggio degli sguardi, la composizione in profondità di campo e in diagonali che correlano i personaggi fra loro, la figurazione in contrasti estremi fra bianchi e neri. Se ne potrebbe dedurre un’impressione di staticità complessiva; essa è tuttavia animata, anzi musicalmente ritmata sia dagli stacchi di montaggio, che sono sistematicamente oppositivi, anche se non necessariamente dissonanti, sia dai movimenti di macchina, sempre tesi non ad accompagnare un’azione ma, visibili come sono, a “coreografarla”. […] Tutto questo rende difficile se non impossibile parlare di neorealismo, anche se alcuni referenti di cui il film di De Santis è debitore vengono ascritti a tale scuola: La terra trema (1948) di Luchino Visconti e In nome della legge (1949) di Pietro Germi; ma, appunto, sono film come questi a farci capire che sotto l’etichetta neorealista si celano – accomunate certo da analoghi propositi di denuncia sociale – le più contrastanti tendenze formali. Ma De Santis guarda oltre frontiera: a Orson Welles (al quale potrebbe ascriversi l’uso anomalo della voice over), al messicano Emilio Fernàndez (all’epoca assai considerato in Italia, e maestro dei contrasti bianco-neri col suo direttore della fotografia Gabriel Figueroa, al quale non è escluso che Piero Portalupi si sia ispirato per le luci di questo film), nonché ai sovietici più formalisti, non solo Sergej Ejzenštejn […] ma anche a registi come Grigorij Aleksandrov. E presumibilmente il didattismo esibito di Non c’è pace tra gli ulivi deve molto a questi ultimi» (Aprà).

Il restauro del film è stato realizzato dalla Cineteca Nazionale a partire dai negativi scena e colonna messi a disposizione da Cristaldi Film di Zeudi Araya e Massimo Cristaldi. Le lavorazioni sono state eseguite presso il laboratorio Fotocinema di Roma. L’originario tono fotografico del film è stato ricostruito con la supervisione del direttore della fotografia Giuseppe Lanci.

Date di programmazione