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Orizzonti 1960-1978: Vado verso dove vengo. Omaggio a Nato Frascà
18 Aprile 2012 - 18 Aprile 2012
Entrato nel 1955 al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove ha frequentato il corso di Scenografia diretto da Virgilio Marchi, ha lavorato inizialmente come arredatore, costumista e scenografo, collaborando al contempo con le riviste «Bianco e Nero» e «Filmcritica»; in seguito è stato aiuto regista e regista cinematografico e televisivo. Ha collaborato, tra gli altri, con Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Roberto Rossellini, Nelo e Dino Risi, Fabio Carpi, Antonio Pietrangeli.
I materiali visivi che vengono proiettati, se possono apparire eterogenei tra loro, presentano al contrario delle linee di sviluppo comuni e, soprattutto, una concezione visiva, una attitudine mentale ed un rigore intellettuale che li unisce indissolubilmente. Cronologicamente percorrono un periodo che va dal 1965 al 1981; logicamente sono presentati secondo un graduale avvicinarsi al film Kappa (1965-66), prima opera cinematografica di Frascà, che non si pone però come una “opera prima”, ma come vera e propria icona dell’artista e di tutto il suo lungo percorso di ricerca. Alcuni di questi materiali, apparsi in programmi culturali televisivi oltre 40 anni fa, vengono per la prima volta riproposti; altri sono stati presentati nelle ultime edizioni della Mostra del Cinema di Venezia. Nell’Archivio Frascà, che ha collaborato all’iniziativa, rimangono molti metri di pellicola, non montati, girati anche’essi tra il 1965 e il 1980, che attendono di essere riscoperti, così come il suo autore.
Si ringrazia per la collaborazione Rai Teche – Giornata a ingresso gratuito
 
ore 17.30
L’informazione è ciò che conta (1968-1969)
Regia:  Nato Frascà; soggetto e sceneggiatura: N. Frascà; testi: Riccardo Felicioli, N. Frascà, Giovanni Giudici, Michele Pacifico, Alberto Projettis; fotografia: Maurizio Centini; musica: Nando De Luca; interpreti: Enzo Jannacci, Renata Lunati; origine: Italia; produzione: Olivetti durata: 23′
Nel 1968 Frascà viene invitato dalla Olivetti a ideare e realizzare un documentario sull’informazione; fra il 1968 e il 1969 si occupa della redazione del soggetto e della sceneggiatura e sceglie come protagonista Enzo Jannacci. Le riprese del documentario e una parte della colonna sonora sono realizzate a Milano, il montaggio a Roma. Il documentario racconta le peripezie di un disorientato e goffo Jannacci, che arrivato in treno nella metropoli milanese, gira per la città, subito colpito da segni, suoni, segnali, fantasmi, legati alla ambiguità, ma anche alla necessità dell’informazione; informazione che deve presentarsi come capacità di ordinamento razionale dei dati ed organizzazione della memoria. L’occhio di Jannacci, e della camera che lo segue, è alle prese però con una realtà, quella appunto dell’informazione, che in fondo non riesce a comprendere e con cui, alla fine non “comunica”, venendone invece invaso e scosso. L’azienda non accetta il filmato, vorrebbe eliminarne delle parti, la cui carica ironica e sottilmente destabilizzante non è in linea con l’utilizzo promozionale per il quale il prodotto era stato richiesto e concepito e che l’Olivetti infatti non utilizzerà. Frascà scrive: «L’IBM (o l’Olivetti che è lo stesso) vorrebbe sostituirsi a me? Allora le mie barricate: opporre l’oggetto indigesto». Il documentario, che sembrava perduto, è invece conservato nell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea, e, proiettato una prima volta nel 2004, ha il suo riconoscimento critico nel 2009 alla 66ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in una retrospettiva significativamente intitolata Questi fantasmi 2. Cinema italiano ritrovato (1946-1975).
Copia proveniente dall’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea
 
a seguire
Mondrian (L’occhio come coscienza) (1969)
Regia: Nato Frascà; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 28′
Girato in occasione della mostra tenutasi all’Orangerie des Tuileries di Parigi nel 1969, trasmesso in tv a luglio dello stesso anno. La macchina da presa qui non è solo uno strumento che, anticipando o seguendo il testo televisivo, illustra le opere presenti in mostra, traversandole nei dettagli, nelle linee compositive, nelle loro incorniciature; di più, essa segue e annota la visione che di quelle opere hanno i visitatori, attraverso le loro figure, i loro volti, le loro parole, fino ai particolari dei vestiti, delle gambe e dei piedi che percorrono le sale espositive. Sale che vediamo ora con il movimento dei visitatori, ora, vuote, col solo muoversi della macchina da presa; ora contenenti, ora viste dal loro esterno, contenute nella città. Osservando le opere anche nel loro essere guardate, il documentario ci parla delle condizioni di visibilità dell’opera d’arte e della sua concreta, pulsante, pratica fruizione, che è poi la sua stessa possibilità di vita. Il documentario si apre e richiude, significativamente, col medesimo frammento cromatico della pupilla dell’Autoritratto nel 1918.
Per gentile concessione di Rai Teche
 
a seguire                                                                       
Frammento de L’Eclisse di Michelangelo Antonioni (1962, 16′)
Hanno purtroppo trovato scarsissima documentazione le circostanze che hanno portato alla conclusione delle riprese de L’Eclisse di Antonioni, che ha girato per ultimi i primi 16′ del film. Le prime scene, ambientate in un appartamento di quella parte del quartiere romano dell’Eur terminato all’inizio degli anni Sessanta, sono fondamentali perché devono fornire i dati ambientali e psicologici su cui il film si snoderà. A causa di un’indisposizione dello scenografo Piero Poletto, Antonioni, dopo vari tentativi, si rivolge al giovane artista Frascà, che “vive” per alcuni giorni l’appartamento, proponendone la sistemazione, con cui oggi il film prende le mosse. Nell’arredamento si riconoscono due opere informali di Frascà. Un gesto di Monica Vitti ci rinvia a ciò che Frascà intende per “soglia” e al suo, simbolico, attraversamento.
                                                                                                         
ore 19.00
Incontro moderato da Stefano Romanelli (Archivio Frascà) con Grazia Corradini Schmid, Bruno Di Marino, Bruno Frascà, Ugo Leonzio
 
a seguire
Aldo Schmid. Destino di un ricercatore (1980-1981)
Regia: Nato Frascà; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 30′
Girato in due tempi, secondo le parole di Frascà, “ideato, girato, montato, in memoria dell’amico scomparso”. Frascà considerava Aldo Schmid un vero maestro del colore; il documentario, che si svolge come una riflessione e un dibattito tra artisti (tra cui Eros Bonamini e Antonio Scaccabarozzi) e critici (Toni Toniato, Ernesto L. Francalanci) che gli sono stati vicini, restituisce, oltre alle opere di Schmid, le difficoltà, le tecniche, gli affetti, la problematica fortuna critica di un rigoroso ricercatore precocemente scomparso. È esso stesso una dimostrazione dell’atteggiamento critico di Frascà verso le istituzioni (in questo caso un’Amministrazione Provinciale), quando queste si dimostrano o insensibili al lavoro degli artisti o lo vogliono ingabbiare, post-mortem, nelle retoriche “celebrative”. All’inizio del documentario alcune immagini si soffermano sul piccolo cimitero di Calceranica (Trento), nel luogo dove Schmid riposa, disegnato e realizzato da Frascà.
Per gentile concessione di Rai Teche
 
a seguire                                                                              
Soglie(1978)
Regia: Nato Frascà; montaggio: N. Frascà; durata: 11′
Quest’opera, frutto della combinazione e della sequenza di immagini temporalmente distanti tra loro, secondo la volontà dell’autore tradizionalmente proiettata assieme al film Kappa, ci porta in un luogo di riflessione (e poetico) di fondamentale importanza per Frascà. La soglia è quella figura fisica, mentale, di coscienza, che pone il problema dell’attraversamento: da un lato una realtà, conosciuta, consueta; dall’altra un altrove, da scoprire, da indagare. La indagine, la ricerca, è un viaggio, un salto, un rischio. Tutto il lavoro, artistico e di riflessione teorica, di Frascà sarà inteso a dimostrare come questo faticoso percorso debba giungere infine al suo punto di inizio, di partenza: “vado verso dove vengo” è stato il motto di Frascà, una espressione linguistica utilizzata per esprimere quella circolarità che ha trovato alcune delle sue rappresentazioni nel Mito, nella ricerca alchemica, nella figura dell’archetipo junghiano, così come in alcune esperienze artistiche illuminanti. Le immagini, i suoni, i silenzi di Soglie, i suoi frammenti spazio-temporali, sono un tentativo, più che di dimostrare, di mostrare questa realtà, sfuggente, ma profondissima. Ad aprire ciò che l’autore ha definito “reperti esistenziali” c’è Luchino Visconti, ripreso durante le prove de La traviata al Covent Garden di Londra nel 1967, dove Frascà aveva realizzato una rivoluzionaria scenografia in bianco e nero; a chiudere, o ricominciare il tutto, il suono del vento, sul nero.
 
a seguire                                                                               
Kappa (1965-66)
Regia: Nato Frascà; soggetto e sceneggiatura: N. Frascà; fotografia: Alberto      Grifi; costumi: Fiorella Mariani; montaggio: N. Frascà; organizzatore: Bruno Frascà; interpreti: Fabrizio Clerici, Mariella Lotti, Dina Sassoli, Marcella Mariani Rossellini, Giovannino; origine: Italia;  durata: 47′
Frascà ha così descritto Kappa: «Il viaggio senza categorie spaziali e temporali di ognuno di noi; che registra, provoca, immagina, reagisce e vive a vari livelli. Tanti quanti ne avrà messi in gioco, ossia scatenati… Ho registrato e utilizzato gli “ingredienti visivi e sonori” della nostra civiltà… affollando l’opera, non diversamente da come sono affollati quotidianamente i nostri condotti percettivi, di richiami e provocazioni negli spessori dei livelli sensoriali per tentare di costituire delle associazioni mentali al limite della saturazione, tentando di costringere lo spettatore a praticare la sua remota subliminalità e a dilatare il suo recipiente fruitivo a nuove capacità volumetriche». Il film, il cui montaggio, durato nove mesi, termina nel maggio del 1966, è inizialmente proposto in proiezioni private a Giulio Carlo Argan, Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti, Renzo Rossellini, Nelo Risi, Fabio Carpi, Fernando Birri, Dacia Maraini e Alberto Moravia. Direttore della fotografia e operatore è Alberto Grifi, forse il più completo e rappresentativo autore/sperimentatore del cinema indipendente e undergound, non solo italiano. Supervisore al sonoro è il musicista Aldo Clementi, tra i maggiori autori del Novecento; tra gli elementi che compongono la colonna sonora è inserita la prima incisione canora di Anna Clementi (allora bambina), che esegue vocalizzi in omaggio a John Cage.
Kappa dispiega e contiene l’intera dimensione dell’autore, dove precipitano e al contempo si anticipano tutti i temi fondanti del percorso di Frascà, che prenderanno via via forma pittorica, scultorea, teatrale, cinematografica, videografica, performativa e che si proietteranno nella docenza, nelle pratiche di laboratorio e nella redazione del volume L’Arte, all’ombra di un’altra luce, che ne rende ragione. Il film, costantemente presente nelle rassegne di cinema d’artista e d’avanguardia, è stato proiettato nel 2011 alla 68ª Mostra del Cinema di Venezia, nella retrospettiva sul cinema italiano di ricerca intitolata Orizzonti 1960-1978.

 

 

Date di programmazione