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Omaggio a Carlo Vanzina
08 Settembre 2018 - 08 Settembre 2018
È scomparso l’8 luglio Carlo Vanzina, regista amatissimo da generazioni di spettatori, l’unico capace di unire i ragazzi degli anni Ottanta e i loro figli, i paninari e le generazioni X-Y, le finte bionde e i millenials, come ne Il cielo in una stanza in cui padre e figlio viaggiano nel tempo ritrovandosi entrambi adolescenti negli anni Sessanta. Carlo era un uomo radicato nel suo tempo e nel suo spazio, un dedalo di vie e viette nel cuore dei Parioli, dove si respirava ancora il profumo del grande cinema italiano racchiuso come in un fortino, tra le residenze di mitici personaggi e gli uffici delle case di produzione. E quella Roma, piena di contraddizioni, si rifletteva nei suoi film, scritti insieme al fratello Enrico, che quel mondo ha raccontato nel suo ultimo romanzo, La sera a Roma, da rileggere oggi quasi come un commiato.
Con la morte di Carlo si chiude veramente un’era, che non comincia nel 1976, anno del suo esordio con Luna di miele in tre, ma inizia nel dopoguerra, con il padre Steno. Dal 1949 ad oggi, anno dopo anno, un film dei Vanzina ha sempre accompagnato l’Italia e gli italiani. Un filo ininterrotto che ha contribuito alla nostra identità.
 
ore 17.00 Sapore di mare di Carlo Vanzina (1983, 99′)
Ambientato nel ’64 il film racconta la vacanza di un gruppo di ragazzi. I protagonisti sono due fratelli napoletani, Paolo e Marina, che in Versilia si uniscono ad altri loro coetanei. Diventano tutti amici, anche se sono di ceti diversi, e comincia così l’avventura estiva. Assisteremo alle immagini di quell’epoca: il bowling, il surf, le gare in pineta tra vespe e lambrette, il mondo dei primi baci, dei locali notturni, dei Beatles. Per tutti nasce l’amore e anche per Paolo e Marina l’estate si riempie di illusioni che poi svaniscono con l’arrivo dell’autunno. Ci ritroviamo ai giorni nostri, 1982. I ragazzi sono invecchiati ma ancora lì alla Capannina. La musica suona lo stesso motivo di allora… lasciando un sapore di malinconia per quegli anni che nessuno aveva capito. David di Donatello e Nastro d’argento a Virna Lisi come miglior attrice non protagonista.
 
ore 19.00 Tre colonne in cronaca di Carlo Vanzina (1990, 99′)
«Carlo Vanzina (come sempre coadiuvato in fase di sceneggiatura dal fratello Enrico) sembra recuperare l’idea di un cinema poliziesco d’inchiesta praticata dal padre Stefano in La polizia ringrazia per raccontare intrighi d’alta finanza, ricatti e delitti funzionali alla scalata ad un grande quotidiano d’opposizione dietro al quale si legge in filigrana lo scontro tra la Fininvest e De Benedetti per il controllo de “L’Espresso” e “La Repubblica”, con tanto di guerra sorda tra un uomo di affari lombardo (Berlusconi) e un integerrimo direttore di giornale (Scalfari) interpretato da Gian Maria Volonté» (Uva). «Costruito secondo le regole del genere, il film ripaga della sua tetra visione dei rapporti fra il palazzo e Piazza Affari e del sarcastico ritratto di chi si finge uno stinco di santo con una messinscena molto colorita, fin troppo ricca di situazioni e di personaggi, e con un taglio narrativo felicemente ritmato dalla musica di Ennio Morricone» (Grazzini). Dal romanzo omonimo di Corrado Augias e Daniela Pasti, con Gian Maria Volonté, Massimo Dapporto, Joss Ackland, Senta Berger, Demetra Hampton, Sergio Castellitto.
 
ore 20.45 Il pranzo della domenica di Carlo Vanzina (2002, 101′)
«Nonostante il pullulare di omaggi disseminati lungo tutto il film, Il pranzo della domenica è il capolavoro di Carlo Vanzina. E di suo fratello Enrico, che da un quarto di secolo gli sta accanto come sceneggiatore e co-produttore. […] Il pranzo della domenica si abbandona alla suggestione evocatrice di pezzi di storia della commedia all’italiana, da Una vita difficile a C’eravamo tanto amati, da Speriamo che sia femmina a La famiglia, ma secondo un “impasto” di oggi e originale. […] Tutto a meraviglia? No. Vanzina ha paura di prendersi interi responsabilità e meriti. Sfiora la pienezza del risultato ma, per timidezza e autocensura, non lo afferra stretto. Il bicchiere è insomma mezzo pieno (o mezzo vuoto)» (D’Agostini).
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