Antonio Pietrangeli (1919-1968), Valerio Zurlini (1926-1982) e il recentemente scomparso Florestano Vancini (1926-2008), tre registi di cui solo adesso si riesce a percepire pienamente la grandezza, lungo due direttrici, destinate a convergere: l’uomo (e la donna, soprattutto, vista come prospettiva privilegiata per registrare i cambiamenti sociali) e la Storia, con il peso della guerra che, esaurita la ricostruzione e iniziata l’era del boom, incombe sulle coscienze imponendo finalmente un esame, prima di tutto interiore. Lungo questi percorsi si è andati alla ricerca di ulteriori affinità elettive (le vite e le carriere dei tre registi si intrecciano) con film e registi guidati dalla medesima sensibilità, vera e propria cifra stilistica di uomini che alla macchina da presa chiedevano delle risposte alle loro ansie esistenziali. Nel programma di questo mese troverete quindi film, cortometraggi e documentari di registi come lo “zurliniano” Sergio Capogna (Plagio vs. La prima notte di quiete), Franco Indovina, Enzo Battaglia, Vincenzo Gamna, Eriprando Visconti, Gianni Vernuccio, Renato Dall’Ara, Bruno Paolinelli, Vittorio Armentano, Anna Lajolo e Guido Lombardi. Nomi da dizionari dei registi, dietro i quali si celano traiettorie imprevedibili. Tutte da approfondire.
Il film dal titolo Gli ultimi, su soggetto di Padre Turoldo, attuato per la regia di Pandolfi, presenta un bimbo. Dirò con pochissime frasi la mia commozione: è forte quanto quella provata alla lettura di Poil de carotte e di Moscardino. La suggestione cinematografica è, d’altra parte, questa volta solo paragonabile a quella da me provata guardando L’uomo di Aran [Robert Flaherty] o Vita di O-Haru donna galante [Kenji Mizoguchi]. Sarà la solitudine stupenda del Friuli nella quale ho vissuto nei primi due anni della prima guerra, alternandone il soggiorno con il Carso, sarà l’arte del bimbo incredibilmente spontanea e vera, sarà il modo semplice e assoluto di mostrare i terribili simboli della morte e della fame, so che si tratta di un film indimenticabile, infinitamente più bello dei pochi che quest’anno ho ammirato, si tratta dell’unico film di quest’anno unicamente dettato da schietta e alta poesia» (Ungaretti).
