Su quest’ultima così scrisse Tullio Kezich: «Pier Paolo Pasolini ne coglie acutamente il carattere di storia emblematica a cavallo di due civiltà: l’oriente favoloso, primitivo, animistico e l’occidente storico, progressista, razionalistico. Strappata alla Colchide dagli Argonauti, che ha aiutato a rapire il vello d’oro, la Medea pasoliniana non trova il suo bene a Corinto: più che il dramma del tradimento di Giasone, la straniera soffre quello dello sradicamento. Ci sentiamo autorizzati a leggere, fra le righe, che Medea per l’autore di Le ceneri di Gramsci è il Terzo mondo, cioè quella parte dell’umanità che si appresta a reagire con la violenza contro la violenza dell’oppressione bianca. Nella sua ineluttabile chiamata alla strage, Medea appare così come una specie di Malcolm X. Ancora un film di metafora, com’è nel gusto del momento, in cui l’autore esercita con grande finezza le sue attitudini al pastiche, mescolando istanze poetiche e curiosità etnografiche, esperienze emozionali e tensioni culturali». Non è forse un caso che da Euripide a Seneca, da Corneille a Grillparzer, il mito di Medea ha appassionato gli artisti attraverso i secoli.
