Con la morte di Giulio Petroni il cinema e il mondo della cultura perdono un personaggio controcorrente, non allineato sulle posizioni dominanti, che negli ultimi anni della sua vita si è divertito a sparare invettive in ogni direzione, non preoccupandosi minimamente di inimicarsi qualcuno, tanto ormai non aveva più nulla da perdere. Sembrava aver perso tutto Petroni, tranne la lucidità e la voglia di denunciare con la sua penna affilata, con la quale firmava (e editava con la sua casa editrice, Dalia), arroventati pamphlet (Le ceneri del cinema italiano, Le ceneri del cinema italiano: tragico aggiornamento, Sgarbo a Sgarbi e la sua band, Trash), oltre a rinverdire la sua vena letteraria (aveva esordito con La città calda nel 1961 per Feltrinelli, seguito da Il rivale per Marsilio e da una serie di romanzi targati Dalia: Le speranze e gli inganni, Il rancore, La quadrupla verità, Lore Blum, La strega di Colobraro). Un cecchino, l’ha definito Giampiero Mughini, in un celebre articolo su «Panorama», dal titolo emblematico: Intellettuali, vi sparo a raffica. «Il fatto è che quasi tutti noi, quando scriviamo, qualche tabù lo abbiamo. Può essere l’amico di gioventù, o il fratello della fidanzata, o il sodale dell’avventura intellettuale di un tempo, o il coautore della casa editrice che ti versa i diritti. Ognuno di noi, anche se ben disposto a menare le mani, a qualcuno lo risparmia o di qualcuno tace. Petroni no». Non faceva sconti Petroni, a nessuno, nemmeno a se stesso.
