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Cinema Trevi: Jean-Luc Godard: compositore di cinema
07 Aprile 2010 - 14 Aprile 2010
Il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale collabora alla realizzazione della grande rassegna su Godard voluta da un insieme di organismi cinetecari per gli 80 anni del regista. La retrospettiva nasce come progetto della Cineteca del Comune di Bologna e ha visto la collaborazione anche di Regione Emilia-Romagna, Angelica Festival, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Cinémathèque Suisse e Lo Sguardo dei Maestri (Udine), e il sostegno di Ambasciata di Francia, Alliance Française di Bologna, Gaumont Archives, Studio Canal, Tamasa Distribution, Cinémathèque de Toulouse, Ministère des Affaires Étrangères, Cine Classics, Cinemateca Portuguesa e Suomen Elokuva Arkisto. Il cinema Trevi propone parte della rassegna, gli anni Cinquanta e Sessanta.
Ecco la presentazione di Jean Douchet, curatore del progetto, relativa al periodo da noi preso in considerazione: «Inizia dunque il secondo periodo, all’epoca terribilmente innovatore, e accolto quasi come classico, oggi: una successione d’opere e di capolavori che parte da À Bout de souffle (1959) per concludersi con Week end (1967). À Bout de souffle non ha certo il fiato corto. Con allegria ed entusiasmo Godard spazza via quasi tutte le regole sclerotizzate imposte dalle convenzioni accademiche del cinema considerato di qualità. Pur rispettandone alcuni aspetti. Spetta allo spettatore il compito di riconoscere lo schema di ciò che potrebbe essere un film poliziesco, solo che quest’ultimo si sottomette al film d’amore. Per lo spettatore così come per il protagonista, importa solo come andrà a finire il rapporto passionale. Il tono romantico che accompagna il nuovo sguardo della gioventù degli anni ’60 scatena un vero successo di pubblico e pone Godard accanto ai professionisti del settore. Lungi dall’accontentarsi di questo, egli si permette qualunque audacia. Il suo secondo film osa trattare negli anni ’60 della guerra in Algeria, della lotta terrorista tra OAS (Organisation armée secrète) et FLN (Front de libération nationale), così come della tortura, filmata con realismo da reportage. Cinema e Politica, dunque, ma trattate globalmente, non solo come soggetto, ma prima di tutto come oggetto. In particolare per il cinema. Questo film è forse quello che ci introduce nel migliore dei modi al pensiero cinematografico di Godard. In particolar modo, nella sequenza delle foto tra l’eroe dell’OAS e la ragazza del FLN. La sequenza ha inizio con una panoramica filata dall’alto su un palazzo, di modo che si abbia l’impressione di osservare un pezzo di pellicola tenuta immobile dal basso all’alto, che una macchina da presa descrive rapidamente. In poche parole, la mossa della macchina a presa dona movimento alla successione di immagini fisse che ci vengono (rap)presentate. È un tranello. La verità è che tra ogni fotogramma fisso giace una rottura. E che il tempo che crediamo di veder scorrere non è che una successione di quantità temporale fossilizzata. E che dunque l’occhio è bombardato da molteplici particelle quasi istantanee. Questa intuizione annuncia uno degli elementi più sconcertanti per lo spettatore: il fatto che Godard filmi sempre più l’universo secondo una concezione atomica. Da qui la frase che giunge nella scena tra la ragazza e l’eroe. Egli afferma: “la fotografia fissa la verità. Il cinema filma la verità 24 volte al secondo”. Facendogli dire questa frase, il nostro cineasta sembra perpetuare il punto di vista dei suoi maestri (i fratelli Lumière, Renoir, Rossellini, André Bazin). Ma due o tre anni più tardi egli rettificherà quest’affermazione in maniera definitiva, grazie a questa nuova riflessione: “questa non è un’immagine giusta, è giusto un’immagine”» (traduzione di Rinaldo Censi).
Ai film di Godard sono abbinati 5 film italiani che profumano di Nouvelle Vague.
 
mercoledì 7
ore 17.00
I delfini (1960)
Regia: Francesco Maselli; soggetto e sceneggiatura: Ennio De Concini, F. Maselli, Aggeo Savioli, con la collaborazione di Alberto Moravia; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Enzo Bulgarelli; costumi: Dario Cecchi; musica: Giovanna Fusco; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Claudia Cardinale, Gérard Blain, Sergio Fantoni, Tomas Milian, Betsy Blair; origine: Italia; produzione: Vides Cinematografica, Lux Film; durata: 110′
«I “delfini” sono giunti ricchi e annoiati di una sonnolenta provincia italiana, in rivolta contro le convenzioni. Partecipano alle festicciole un po’ spinte della contessina Cherè in attesa di qualche evento nuovo» (Poppi-Pecorari). «Il film vuole essere, oltre a uno studio di caratteri e una descrizione ambientale, una chiara denuncia dell’involuzione morale, sociale e politica d’una intera generazione, rappresentata dalla jeunesse dorée attuale» (Rondolino).
Vietato ai minori di anni 16
 
ore 19.00
Le Petit soldat (1960)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Maurice Leroux; montaggio: Agnès Guillemot, Nadine Marquand, Lila Herman; interpreti: Michel Subor, Anna Karina, Henry-Jacques Huet, Paul Beauvais, Laszlo Szabo, Georges de Beauregard; origine: Francia; produzione: Société Nouvelle de Cinéma; durata: 88′
«Il fotografo Bruno (Subor), agente di un’organizzazione segreta di destra, riceve l’incarico di uccidere, in Svizzera, un giornalista filoalgerino: tentenna, viene sospettato di fare il doppio gioco» (Mereghetti). «Il film vuol essere una testimonianza sul periodo in cui è stato realizzato. Vi si parla di politica, ma non è orientato in una direzione politica determinata. La mia maniera di essermi impegnato è stata di dirmi: si rimprovera alla Nouvelle vague di mostrare solo gente a letto; voglio mostrare adesso gente che fa politica e che non ha tempo di andare a letto. La politica in quel momento era l’Algeria» (Godard).
Copia proveniente da Tamasa Distribution. Si ringrazia Laurence Berbon
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 20.45
À Bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1959)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto: François Truffaut; sceneggiatura: J.-L. Godard; supervisione tecnica: Claude Chabrol; fotografia: Raoul Coutard; montaggio: Cècile Decugis, Lila Herman; musica: Martial Solal, Wolfgang Amadeus Mozart; interpreti: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville, Liliane David, Henry-Jacques Huet; origine: Francia; produzione: Société Nouvelle de Cinéma; durata: 90′
«À bout de souffle appartiene per sua natura al genere di film in cui tutto è permesso. Qualsiasi cosa facessero i personaggi poteva essere integrata al film. […] À bout de souffle è una storia, non un soggetto. Il soggetto è qualcosa di semplice e vasto che si può riassumere in venti secondi, la vendetta, il piacere… La storia la si può riassumere solo in venti minuti» (Godard). Mereghetti sintetizza così: «Breve e burrascosa storia d’amore, a Parigi, fra l’omicida di un poliziotto (Belmondo) e una studentessa americana (Seberg) […]. Il film-bandiera della Nouvelle Vague, il manifesto del cinema che piaceva ai giovani redattori dei Cahiers du cinèma: budget ridotto, pochi giorni di lavorazione, riprese effettuate lontano dagli studi e nelle strade, in mezzo alla gente, tanto amore per il poliziesco americano e per un linguaggio visivo lontano dai moduli classici».
Copia proveniente da Tamasa Distribution. Si ringrazia Laurence Berbon
 
giovedì 8
ore 17.15
I basilischi (1962)
Regia: Lina Wertmüller; soggetto e sceneggiatura: L. Wertmüller; fotografia: Gianni Di Venanzo; scenografia: Antonio Visone; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Antonio Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferranino, Enrica Chiaromonte, Rosanna Santoro, Luigi Barbieri; origine: Italia; produzione: Galatea, 22 Dicembre Cinematografica; durata: 82′
«I basilischi sono dei vitelloni in chiave meridionale: figli in genere di gente abbastanza agiata, studiano tutti per avere una laurea, ma, confinati come sono nella loro modesta cittadina rurale, non si fanno grandi illusioni per l’avvenire; passano il loro tempo in strada, cercando di abbondare qualcuna delle difficili ragazze del luogo, oppure vanno ad oziare in una specie di circolo culturale che, come vero scopo, ha soprattutto quello di distinguere i suoi soci dal resto dei loro concittadini, favorendo fino all’esasperazione il senso delle differenze di abitudini e di classe» (Rondi). «Io e Tullio Kezich, che era lì per scrivere un libro sulla lavorazione di Salvatore Giuliano, ci sistemammo nella buca dov’era piazzata la quinta macchina. […] Mentre si aspettava che cominciasse la scena, raccontai a Tullio come mi avessero impressionato i miei cugini e la vita di Palazzo San Gervasio, quel paese del profondo Sud, al confine tra Puglia e Basilicata. E gli descrissi quelle terre aspre e antiche e la vita che nei paesi si conduceva. Tullio mi disse: “Perché non scrivi questa storia? Se ne potrebbe fare un film insolito sul Sud, che mostri la vita dei paesi fuori dalle normali rotte di chi viaggia in Italia, e questo loro profondo oblomovismo”. “La scrivo”, dissi subito io. E a Roma la scrissi» (Wertmüller).
 
ore 19.00
Vivre sa vie (Questa è la mia vita) (1962)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, dall’inchiesta giornalistica Où en est avec la prostitution? di Marcel Sacotte; fotografia: Raoul Coutard; musica: Michel Legrand; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakshmanan; interpreti: Anna Karina, Sady Rebbot, André S. Labarthe, Guylaine Schlumberger, Brice Parain, Peter Kassovitz; origine: Francia; produzione: Les Films de la Pléiade; durata: 85′
«Godard affronta un tema che è stato fino ad ora presente in tutti i suoi film ma in forme sempre oblique, episodiche o allusive e che ora diventa centrale e totalizzante: la prostituzione. E lo spunto è, almeno in partenza, quello sociologico di un’inchiesta giornalistica, usata però allo stesso modo dei romanzetti da stazione degli altri film. Poiché le domande e le risposte vere vengono da più lontano, come rivela la citazione da Montaigne che apre il film: «Bisogna prestarsi agli altri e donarsi a se stessi» (Farassino). «Il film è una serie di blocchi. Basta prendere le pietre e metterle una accanto all’altra. Tutto sta nel prendere al primo colpo la pietra giusta» (Godard).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 20.45
Une Femme est une femme (La donna è donna, 1962)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto: da un idea di Geneviève Cluny; sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Michel Legrand; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Herman; interpreti: Anna Karina, Jean-Claude Brialy, Jean-Paul Belmondo, Marie Dubois, Nicole Paquin, Jeanne Moreau; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films; durata: 84′
Angela, ballerina in un locale di strip, vuole un figlio, ma suo marito non è d’accordo. Un ammiratore della ragazza potrebbe fare al caso suo, ma le cose si complicano… «Per me il film rappresenta anche la scoperta del colore e del suono in presa diretta: gli altri miei film erano doppiati. Il soggetto, come quello degli altri miei due film, racconta come un personaggio esce da una certa situazione. Ma questo soggetto l’ho concepito all’interno di un neorealismo musicale. […] Il film però non è una commedia musicale. È l’idea della commedia musicale. Ho esitato molto prima di fare scene veramente musicali. Alla fine ho preferito suggerire l’idea che i personaggi cantino, utilizzando la musica ma continuando a farli parlare normalmente. Del resto la commedia musicale è morta» (Godard).
Copia proveniente da Ministère des Affaires Étrangères. Si ringrazia Christine Houard
Vietato ai minori di anni 16
 
venerdì 9
ore 17.00
I pugni in tasca (1965)
Regia: Marco Bellocchio; soggetto e sceneggiatura: M. Bellocchio; collaborazione artistica: Elda Tattoli; fotografia: Alberto Marrama; scenografia: Gisella Longo; costumi: Rosa Sala; musica: Ennio Morricone; montaggio: Aurelio Mangiarotti [Silvano Agosti]; interpreti: Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masè, Liliana Gerace, Pierluigi Troglio, Jennie Mac Neil; origine: Italia; produzione: Doria Cinematografica; durata: 107′
Alessandro, un giovane epilettico, vive rapporti conflittuali con la realtà che lo circonda, in particolare con la sua famiglia. Folgorante esordio del ventiseienne Marco Bellocchio, Vela d’argento per la miglior regia al Festival di Locarno: «Appena il racconto parte, non c’è più niente che lo ferma: come una lucida, inflessibile macchina, la carica demoniaco porta il folle protagonista, attraverso la distruzione degli altri, alla propria distruzione. È un impressionante personaggio che Bellocchio ha estrinsecato, per mezzo di un inedito e intelligente tipo di interprete, Lou Castel, con rara potenza registica. E, nella figura succube, pervertita e patetica della sorella, particolarmente brava e sensibile Paola Pitagora» (Sacchi).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.00
Les Carabiniers (1963)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, Jean Gruault, Roberto Rossellini, dalla commedia I carabinieri di Beniamino Joppolo; fotografia: Raoul Coutard; musica: Philippe Arthuys; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakshmanan; interpreti: Marino Masè, Albert Juross, Geneviève Galéa, Catherine Ribeiro, Geerard Poirot, Jean Brassat; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Laetitia Film; durata: 80′
Due carabinieri comunicano a due fratelli, che vivono in una baracca, che il re ha scritto una lettera per chiedere loro il favore di andare in guerra. I due carabinieri illustrano i vantaggi della proposta: potranno razziare, saccheggiare, compiere violenze, tutto impunemente. «Non bisogna infatti dimenticare che il cinema deve oggi più che mai osservare come regola di condotta questo pensiero di Bertold Brecht: “Il realismo non consiste in come sono le cose vere, ma in come sono veramente le cose”» (Godard). «Da Brecht viene a Godard una nuovo nozione, post-baziniana, di realismo, che fa di Les carabiniers, come Godard dice, contemporaneamente una favola (un “racconto di fate”) e un “racconto di fatti”. Una storia ingenua di poveri sprovveduti e una riflessione di grande respiro sulla violenza della civiltà occidentale» (Farassino).
Copia proveniente da Ciné Classic. Si ringrazia di Laurence Bierme
 
a seguire
La pigrizia (ep. I sette peccati capitali, 1961)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Henri Decae; musica: Michel Legrand; montaggio: Jacques Gaillard; interpreti: Eddie Constantine, Nicole Mirel; origine: Francia/Italia; produzione: Films, Franco London Films, Titanus; durata: 15′
Un regista accompagna a casa un’attricetta, che spera di poter lavorare nel suo film. L’atavica pigrizia dell’uomo gli impedirà cogliere le occasioni che la ragazza le offrirà. «Volevo usare un attore famoso, ben noto, con una forte personalità. Ho potuto farlo con Constantine perché egli è un blocco solido, un blocco d’intelligenza e precisione, ma appunto un blocco sempre uguale» (Godard).
Vietato ai minori di anni 16
 
a seguire
Il mondo nuovo (ep. di Ro.Go.Pa.G., 1962)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Jean Rabier; musica: Ludwig van Beethoven; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakshmanan; interpreti: Alexandra Stewart, Jean-Marc Bory, Jean-André Fieschi, Michel Delahaye, J.-L. Godard; origine: Italia/Francia; produzione: Arco Film, Cineriz, Lyre Film; durata: 20′
«Sto per fare uno sketch su un uomo che esce sulla strada. Sembra tutto normale, ma due o tre piccoli particolari gli rivelano che nessuno, neanche la sua fidanzata, pensa e ragiona più normalmente. Scopre per esempio che i caffè non si chiamano più caffè. E quando la sua fidanzata lo pianta non è perché non lo ama più, ma solo perché pensa al tempo in modo differente: essi non partecipano della medesima logica» (Godard). «Un film di fantascienza intellettuale, dunque, interpretato da intellettuali e con un intellettuale per protagonista, che riflette continuamente sull’irrazionalità che lo circonda» (Farassino).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 21.15
Le Mépris (1963)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, dal romanzo Il disprezzo di Alberto Moravia; fotografia: Raoul Coutard; musica: Georges Delerue; montaggio: Agnès Guillemot, Lila Lakhsmanan; interpreti: Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang, Georgia Moll, J.-L. Godard; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Film Concordia, Compagnia Cinematografica Champion; durata: 103′
«Nella Roma anni Sessanta uno sceneggiatore (Piccoli) viene ingaggiato per rendere più commerciale un film sull’Odissea diretto da Fritz Lang (nella parte di se stesso). L’uomo dapprima tollera le avances del produttore (Palance) nei confronti di sua moglie (Bardot), suscitando il disprezzo della consorte, poi si ribella. […] Dal romanzo omonimo di Moravia, un film “tragico e disperato” che riflette sulla purezza del cinema (simbolizzato da uno degli autori amati dal Godard critico e da tutti i Cahiers du cinéma, Fritz Lang) e il mercantilismo della produzione, i compromessi cui costringe la vita e il rigore delle scelte morali» (Mereghetti). L’edizione italiana del film fu sottoposta a tagli e manipolazioni per volere di Carlo Ponti. «Il soggetto di Le Mépris sono persone che si guardano e si giudicano, per poi essere a loro volta guardate e giudicate dal cinema, rappresentato da Fritz Lang che interpreta se stesso: insomma la coscienza del film e la sua onestà» (Godard).
Copia proveniente da National Audiovisual Archive di Helsinki. Si ringrazia Juha Kindberg
Vietato ai minori di anni 14
 
sabato 10
ore 17.00
Bande a part (1964)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard, dal romanzo Fool’s Gold; fotografia: Raoul Coutard; musica: Michel Legrand; montaggio: Agnès Guillemot, François Collin; interpreti: Anna Karina, Claude Brasseur, Sami Frey, Luisa Colpeyn, Danièle Girard, Ernest Menzer; origine: Francia; produzione: Anouchka Films, Orsay Films; durata: 95′
Due amici si innamorano di una stessa ragazza e la coinvolgono in un furto. «Si è trattato di fare un film come agli inizi del cinema, cioè un film da poco, a basso costo e girato in poco tempo, che accordasse importanza così al personaggio come alla maniera in cui lo si fa agire. Un film che corrispondesse ai film di serie B che amo nel cinema americano» (Godard). «Beffardo e malinconico, è un dramma risolto in cadenze di commedia burlesca, e un tipico esempio del disinvolto menefreghismo di moda tra i giovani francesi negli anni ’60. Simpatiche canaglie, cugini suburbani del Belmondo di À bout de souffle, i due amiconi danzano, mimano la morte di Billy the Kid, attraversano di corsa il Louvre in poco più di 7 minuti, impacciati quando delinquono e quando cercano di nascondere i loro veri sentimenti» (Morandini).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringraziano Olivia Colbeau-Justin e Ripley’s Film
 
ore 19.00
Una Femme mariée (Una donna sposata, 1964)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Ludwig van Beethoven, Claude Nougaro; montaggio: Agnès Guillemot, Françoise Collin; interpreti: Macha Méril, Bernard Noël, Philippe Leroy, Roger Leenhardt, Rita Maiden, Chris Tophe; origine: Francia; produzione: Anouchka Films, Orsay Films; durata: 98′
«Ventiquattr’ore della vita di Charlotte (Méril), una signora borghese che si divide fra marito (Leroy), amante (Noël) e vari appuntamenti (dal medico, in piscina). Un film-saggio sull’alienazione femminile, freddo e dolente, strutturato in tre scene d’amore e sette monologhi tipo cinema-verità (tra i quali quello del critico e regista Roger Leenhardt). Procedimenti stranianti, didascalie, giochi (godardiani) di parole, un’analisi sociologica sull’industria culturale (la pubblicità, le riviste femminile) compiuta con il distacco, la lucidità e l’ironia del miglior Godard» (Mereghetti). «Questo film è una specie di “depliant” sulla donna. Io non invento niente, compilo dei prospetti. Dico: ecco come si compone una donna e la mostro in “pezzi staccati”» (Godard).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringraziano Olivia Colbeau-Justin e Ripley’s Film
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 20.45
Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (Agente Lemmy Caution, missione Alphaville, 1965)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Paul Misraki; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Eddie Constantine, Anna Karina, Akim Tamiroff, Howard Vernon, Laszlo Szabo, Michel Delahaye; origine: Francia; produzione: Chaumiane Productions, Filmstudio; durata: 98′
«Uno scienziato di nome Von Braun soggioga gli abitanti della futuristica Alphaville per mezzo di un cervellone elettronico. A risolvere la situazione interviene l’agente segreto Lemmy Caution (Constantine). Provocatoria incursione in una fantascienza che diventa riflessione sul presente (così come la scenografia futurista è fatta con gli edifici della Parigi moderna), dove si muove un personaggio uscito dai gialli anni Quaranta di Peter Cheyney […] e che sottolinea, per contrasto, l’opposizione su cui è costruito il film: istinto e programmazione, immaginazione e logica, tradizione culturale e morte della poesia. In origine il film doveva chiamarsi Tarzan contro l’IBM» (Mereghetti).
Copia proveniente da Ministère des Affaires Étrangères. Si ringrazia Christine Houard

domenica 11
ore 17.00
Deux ou troix choses que je sais d’elle (Due o tre cose che so di lei, 1966)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard da un’inchiesta giornalistica di Catherine Vimonet; fotografia: Raoul Coutard; musica: Ludwig van Beethoven; montaggio: Françoise Collin, Chantal Delattre; interpreti: Marina Vlady, Roger Montsoret, Annie Duperey, Jean Narboni, Christopher Bourseiller, Marianne Boursellier; origine: Francia; produzione: Anouchka Film, Argos Film, Les Films du Carrosse, Parc Film; durata: 95′

«Il regista ha ripetuto spesso che il personaggio centrale del suo film non è la donna, come il titolo potrebbe far supporre, ma la città, Parigi, la “ristrutturazione” dei grandi quartieri popolari voluta dal governo gollista. E infatti uno dei motivi più pungenti e inquietanti del film è costituito dai ripetuti inserti di questa città sventrata, sconvolta, ricostruita da operai, tecnici, ingegneri […]. Il punto di partenza di Due o tre cose che so di lei sarà dunque un’indagine del “Nouvel Observateur” su certi aspetti sconcertanti della prostituzione parigina e un’attrice, Marina Vlady, sarà, e dichiaratamente fin dall’inizio (con esplicito rimando a Brecht), il tramite di un discorso che parte da un’inchiesta ma non si risolve certamente in essa. Perché ciò che interessa Godard non è tanto l’estensione del fenomeno quanto lo stretto rapporto di questo con le norme e le consuetudini di un comportamento generalizzato. Infatti Juliette Janson si prostituisce, col tacito consenso del marito, non per fame o per vizio ma per arrotondare il bilancio familiare e, soprattutto, per avere certe cose che lei stessa ritiene superflue» (Ferrero).
Copia proveniente da Tamasa Distribution. Si ringrazia Laurence Berbon
 
ore 18.45
La Chinoise (La cinese, 1967)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Karl-Heinz Stockhausen; montaggio: Agnès Guillemot, Delphine Desfons; interpreti: Anne Wiazemsky, Jean-Pierre Léaud, Michel Semeniako, Lex de Bruijn, Juliet Berto, Omar Diop; origine: Francia; produzione: Productions de la Guéville, Parc Films, Athos Films, Simar Films, Anouchka Films; durata: 90′
«Dopo Il bandito delle 11, ormai s’è capito: per Godard il cinema è un bar. Ci si mette a sedere, s’ordina l’aperitivo, e si comincia a chiacchierare sui fatti del giorno, prendendo spunto da rotocalchi e fumetti, dalla gente che passa e dalle idee correnti. La conversazione è leggera, brillante, anche se tocca i massimi sistemi, perché la battuta spiritosa e i puntini di sospensione sfilacciano il discorso. Sul tavolino è previsto un microfono, e davanti la macchina da presa. […] Il film esiste proprio come opera a sé, e sebbene sembri soltanto un nastro registratore audio-visivo, ha un suo inconfondibile timbro di invenzione. Allora si capisce che quel microfono, quella macchina da presa, erano guidati da una mano intelligente, la quale li volgeva sull’uno o sull’altro nella speranza di captare i modi più freschi, di afferrare sotto la crosta delle chiacchiere gli umori più autentici dell’uomo di oggi. Allora quel bar è il teatro del mondo. Ne dà puntuale riprovaLa cinese, in cui l’occhio e l’orecchio di Godard si fermano sui giovani francesi, studenti e artisti, che cercano in Mao la terra promessa alle loro inquietudini d’adolescenti piccolo borghesi. Sono in cinque, e vivono in un appartamento che delle amiche hanno loro ceduto per le vacanze» (Grazzini).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringrazia Olivia Colbeau-Justin
 
a seguire
L’amore (ep. di Amore e rabbia (Vangelo ’70), 1969)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Alain Levert; interpreti: Christine Guého, Nino Castelnuovo, Catherine Jourdan, Paolo Pozzesi; origine: Italia/Francia; produzione: Castoro Film, Italnoleggio Cinematografico, Anouchka Films; durata: 26′
«L’episodio di Godard si intitola L’amore, ma il suo vero titolo doveva essere, come per una parabola di un Vangelo in coproduzione, L’aller et retour andata e ritorno des enfants prodigues dei figli prodighi. I due figli prodighi sono Nino Castelnuovo, con baffi e sigaro e che parla come un rivoluzionario guevarista, e una Christine Guého deliziosamente parigina, che parla poeticamente e rappresenta la democrazia borghese. Devono sposarsi […]. Una parabola sulle classi sociali, un faccia a faccia impossibile fra Parigi e il terzo mondo, ma anche un gioco o uno sberleffo, con quel titolo e quel cast bilingui, sulle co-produzioni e le loro confusioni linguistiche e ideologiche. Entrambe le coppie, quella dei futuri sposi e quella dei testimoni, sono bilingui e i loro discorsi sono in parte personali ma in parte commenti e traduzioni dei discorsi degli altri» (Farassino).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 21.00
Pierrot le fou (Il bandito delle undici, 1965)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard dal romanzo Obsession di Lionel White; fotografia: Raoul Coutard; musica: Antoine Duhamel; montaggio: Françoise Collin; interpreti: Jean-Paul Belmondo, Anna Karina, Dirk Sanders, Raymond Devos, Graziella Galvani, Roger Dutoit; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Dino De Laurentiis Cinematografica; durata: 110′
«Accennare alla “trama” del film è quasi insensato, perché non è da essa che dovremo giudicarlo, ma da come lo stile di Godard amalgama la vicenda, il suo sottofondo psicologico, il paesaggio e i modi del loro manifestarsi. I protagonisti, comunque, sono Ferdinando, un giovane intellettuale che ha lavorato sinora alla TV, legge libri d’arte e fumetti, e Marianne, una ragazzina sentimentale, con la quale Ferdinando ha avuto, anni fa, un’avventura. Quando casualmente si ritrovano, l’uomo stufo della moglie e dei miti contemporanei, la donna invischiata nei maneggi d’una banda criminale, senza tanti discorsi si rimettono insieme. […] Melagrana di idee, di spunti ironici, di giochi di specchi fra vero e fittizio, di svolte sardoniche nella polemica fra cultura e vitalismo, Il bandito delle 11 imbastisce un disegno vivace e sconcertante su un tessuto sostanzialmente romantico e inclinato verso il patetico. Per rappresentare la mancanza d’unità dell’uomo contemporaneo, Godard inventa una Marianne dalla doppia, tripla vita, e un Ferdinando nauseato dalla putredine della società ma irretito dall’estetismo» (Grazzini).
Vietato ai minori di anni 18
 
lunedì 12
chiuso
 
martedì 13
ore 17.00
La calda vita (1963)
Regia: Florestano Vancini; soggetto: dal romanzo omonimo di Pier Antonio Quarantotti Gambini; sceneggiatura: Marcello Fondato, Elio Bartolini, F. Vancini; fotografia: Roberto Gerardi; scenografia: Flavio Mogherini; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Roberto Cinquini; interpreti: Catherine Spaak, Jacques Perrin, Gabriele Ferzetti, Fabrizio Capucci, Daniele Vargas, Alina Zalewska; origine: Italia/Francia; produzione: Jolly Film, Les Films Agiman; durata: 110′
Un’adolescente trascorre una vacanza al mare con due coetanei, uno ingenuo, l’altro nevrotico, entrambi, a modo loro, innamorati di lei. Ma la ragazza preferirà concedersi a un uomo maturo, il proprietario della villa nella quale soggiornano. «Tutta la narrativa di Gambini è ambientata sulla costa istriana, non lontano da Trieste, in epoche legate al ricordo delle generazioni di ieri e alla nostalgia per una terra perduta. Sono storie che hanno al centro, per lo più, personaggi giovani o addirittura adolescenti, alle prese con l’erompente e disordinato risveglio dell’Eros. […] Nel film non c’è più l’Istria, né il 1939, né l’affresco di costume. Siamo in Sardegna, tra la costa ancora selvaggia e Cagliari, cioè in un mondo che per cultura e mentalità è agli antipodi del romanzo» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 19.00
Made in Usa (Una storia americana, 1966)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard dal romanzo The Jugger di Richard Stark; fotografia: Raoul Coutard; musica: Ludwig van Beethoven, Robert Schumann; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Anna Karina, Laszlo Szabo, Jean-Pierre Léaud, Yves Alfonso, Ernest Menzer, Jean-Claude Bouillon; origine: Francia/Italia; produzione: Rome-Paris Films, Anouchka Films, Sepic; durata: 110′
«Una giornalista francese (Karina) è in Usa per indagare sulla morte di un suo amico comunista. Film di proposito non raccontabile, dove Godard usa l’universo del noir americano (i personaggi si chiamano David Goodis, Richard Widmark, Donald Siegel) per svolgere un discorso politico sul neocolonialismo culturale americano e sulla crisi della sinistra […]. Dialoghi nonsense, barzellette, proclami politici interminabili, sangue finto, scenografie pop alla Tim Wesselmann, Marianne Faithfull che canticchia in un bar: non è invecchiato molto bene, ma lo spirito di quei tempi c’è tutto» (Mereghetti). «Ho per la prima volta rispettato il filo conduttore di una storia, ma nello stesso tempo non ho potuto fare a meno di situarla in un quadro sociologico. Il quadro è dato dal fatto che in questo momento tutto, assolutamente tutto, è influenzato dagli Stati Uniti. Di qui il titolo Made in USA» (Godard).
Copia proveniente da Ciné Classic. Si ringrazia di Laurence Bierme
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.00
Masculin femminin (Il maschio e la femmina, 1966)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard dai racconti La femme de Paul e Le signe di Guy de Maupassant; fotografia: Willy Kurant; musica: Francis Lai; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Jean-Pierre Léaud, Chantal Goya, Catherine-Isabelle Duport, Marlène Jobert, Michel Debord, Brigitte Bardot; origine: Francia/Svezia; produzione: Anouchka Films, Argos Films, Svenk Filmindustri, Sandrews; durata: 110′
«Diviso in 15 capitoli, ma narrativamente destrutturato, è un film sui giovani, “i figli di Marx e della Coca-Cola”: Paul (J.-P. Léaud) cerca lavoro, ha interessi sociopolitici ma non è militante come il suo amico Robert (M. Debord). Conosce Madeleine (C. Goya) che vorrebbe diventare una cantante e le sue amiche Catherine (C.-I. Duport) ed Elizabeth (M. Jobert). Intessuto di gag spesso buffe, ma anche tragiche o allucinanti, coglie dei giovani la solitudine o l’alienazione, soprattutto femminile, nella società dei consumi. Non hanno scelte se non condizionate o condizionanti (altrimenti c’è il solito “atto gratuito”), crescono in un mondo di chiacchiere che non dicono verità. Il ruolo della menzogna nella società pesa su tutti, specialmente su Paul (un Léaud nella sua prima parte adulta), l’ultimo solitario romantico dei film di J.-L. Godard di cui è l’alter ego» (Morandini).
Copia proveniente da Ministère des Affaires Étrangères. Si ringrazia Christine Houard
Vietato ai minori di anni 18
 
mercoledì 14
ore 17.15
Un mondo nuovo (1966)
Regia: Vittorio De Sica; soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini, con la collaborazione di Riccardo Aragno; fotografia: Jean Boffety; scenografia: Max Douy; costumi: Tanine Autre; musica: Michel Colombier; montaggio: Paul Cayatte; interpreti: Nino Castelnuovo, Christine Delaroche, Madeleine Robinson, Georges Wilson, Pierre Brasseur, Isa Miranda; origine: Francia/Italia; produzione: Terra Film, Les Productions Artistes Associés, Sol Produzione, Compagnia Cinematografia Montoro; durata: 77′
«Un mondo nuovo è un bel film? Meglio ancora: è un film fresco, aggressivo, dove anche gli errori hanno qualcosa di giovanile. Ci propone un De Sica consapevole dei problemi attuali, attirato stilisticamente dagli esempi della nouvelle vague. Al suo fianco Cesare Zavattini trova quasi sempre nei dialoghi un perfetto equilibrio tra impegno letterario e funzionalità drammatica. Se per esempio il protagonista, un fotoreporter che va matto per i ritratti, dice: “C’è tutto nelle facce della gente, anche la guerra che ci sarà”, la battuta può apparire forzata; ma impeccabile, davvero zavattiniana, è la replica di un amico: “Allora bisogna prenderle a sberle, quelle facce, non fotografarle”. Siamo a Parigi, nell’ambiente studentesco della facoltà di medicina. Al ballo annuale della Salle Wagram, sfrenato come vuole la tradizione goliardica e perfino animato da qualche donnina nuda che la censura non intende tollerare, il giovane fotoreporter Carlo incontra Anne, una ragazza di Clermont-Ferrand che frequenta il primo anno. Senza quasi dirsi una parola si amano dietro una tenda, poi nella confusione si perdono di vista. È il primo film dove una vera storia d’amore comincia in questo modo, contro il pregiudizio italico che la cosiddetta “prova” sia piuttosto un motivo di separazione fra gli innamorati» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 19.00
Week-end (Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica, 1967)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Raoul Coutard; musica: Wolfgang Amadeus Mozart, Antoine Duhamel; montaggio: Agnès Guillemot; interpreti: Jean Yanne, Mireille Darc, Jean-Pierre Lèaud, Jean-Pierre Kalfon, Valérie Lagrange, Yves Beneyton; origine: Francia/Italia; produzione: Films Copernic, Ascot Cineraid; durata: 96′
«Vorremmo consigliare il pubblico di pazientare, di sforzarsi di comprendere che se ci troviamo di fronte a un’opera dall’apparenza dissennata è perché un moralista rancoroso, un artista bizzarro, caricando le tinte, vi rappresenta un mondo, il nostro, esso stesso dissennato, fondato sull’oro e sul sangue, dove ogni sentimento è sostituito con istinti da giungla. Poiché il disordine inizia nella famiglia, ecco a protagonisti una coppia di sposi, Roland e Corinne, ambedue con amanti (la musica copre il racconto d’un’esperienza tripartita), ma tuttora insieme perché in attesa di ereditare una fortuna dal padre di lei che vive in campagna. Decisi a ucciderlo, i due si mettono in viaggio un venerdì sera, in automobile. E qui il cinismo di Roland e Corinne si rivela la condizione permanente di tutta la società, simbolizzato da una serie di scene di violenza cui la coppia è partecipe e testimone lungo la strada: gli ingorghi si alternano alle risse, gli incidenti mortali ai roghi di autovetture. Mai, in nessun luogo, un gesto di pietà. […] Certi affreschi del Tre e Quattrocento che rappresentano l’Inferno e il Giudizio Finale, certe allegorie di Bosch, non devono aver suscitato a loro tempo minori perplessità» (Grazzini).
Il film termina con un cartello che annuncia la “fine del cinema”.
Copia proveniente da La Cinémathèque de Toulouse. Si ringrazia Christophe Gauthier
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 20.45
Le Gai savoir (La gaia scienza, 1968)
Regia: Jean-Luc Godard; soggetto e sceneggiatura: J.-L. Godard; fotografia: Jean Leclerc; montaggio: Germaine Cohen; interpreti: Juliet Berto, Jean-Pierre Léaud; origine: Francia/Germania Ovest; produzione: ORTF, Anouchka Films, Bavaria Atelier; durata: 95′
«Lui, Émile Rousseau, studente, è stato colpito al petto da un proiettile sparato da un reparto di paracadutisti, ma salvato da una copia dei Cahiers du Cinéma che teneva sotto la giacca e gli ha fatto da scudo; lei, Patricia, operaia e nipote del leader congolese Patrice Lumumba, ha fatto visita alle officine della Citroën, ma ne è stata cacciata. La loro storia d’amore è anche la storia di una ricerca e di un apprendimento, e dura tre anni. S’incontrano ogni sera e, in piedi o seduti ma sempre fermi, parlano di politica, società, sesso, solitudine, lavoro, periferia, coscienza, funzionamento dell’ideologia borghese e soprattutto di immagini e di cinema di cui analizzano generi e modelli: film didascalico, amatoriale, guerrigliero, antimperialista. Girato nell’inverno 1967-68 per la TV (O.R.T.F.) francese che non lo mandò in onda. Apre la fase del cinema “militante” di J.-L. Godard che dura fino al 1972 (Crepa padrone, tutto va bene): taglio gauchiste, colorazione maoista, processo distruttivo del linguaggio con reinvenzione del suono, flagellazione dell’autocritica, terrorismo del discorso apodittico, sincerità che sconfina nell’esibizionismo e nello sberleffo» (Morandini).
Copia proveniente da Gaumont. Si ringrazia Olivia Colbeau-Justin

 

 

Date di programmazione