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Andrea Crisanti: la scenografia come arte
03 Giugno 2012 - 03 Giugno 2012
Il 7 maggio è scomparso Andrea Crisanti, preside (e per moltissimi anni docente) della Scuola Nazionale di Cinema. Un maestro della scenografia, al quale il Centro Sperimentale di Cinematografia ha reso omaggio nel 2011 con una bellissima pubblicazione, Andrea Crisanti viaggio nella scenografia, a cura di Sergio Toffetti e Antonio Fabio Familiari, dalla quale ricaviamo alcune istantanee che danno la misura della sua straordinaria opera nel mondo del cinema.
«Nel mio lavoro ho sempre cercato un’aderenza, anche minima, al realismo e con Andrea sapevo che anche da un punto di vista scenografico sarei potuto andare in questa direzione; mi piacciono le scenografie di Andrea perché forzano la realtà partendo però sempre da un apparente realismo» (Marco Bellocchio).
«Nella costruzione dell’elemento scenografico poggiato sulla realtà esistente Andrea è davvero molto bravo. Ha molto rispetto per la realtà dei luoghi, anche quando la deve piegare alle esigenze del racconto cinematografico» (Francesco Rosi).
«È un maestro sia nell’adattare ambienti dal vero sia nel ricostruire in teatro» (Giuseppe Tornatore).
«I maestri dicono tante cose, per cui ti formano, però sono sempre due o tre le cose che restano fondamentali. Una sua frase [di Mario Chiari] è rimasta indelebile nella mia memoria: “Quando arriverà il regista con l’operatore e gli altri assistenti su un set che hai realizzato, un ambiente, una piazza, una strada, e si muoveranno dappertutto per cercare l’inquadratura ottimale, e infine andranno proprio dove ti sei messo tu, e diranno: “Allora, mettiamo la macchina qui”, quel giorno potrai dire di essere diventato un vero scenografo» (Crisanti).
La Cineteca Nazionale – e tutto il Centro Sperimentale di Cinematografia – ricorda Andrea Crisanti con tre film fondamentali nella sua straordinaria filmografia, costellata di nomi, incontri, collaborazioni indimenticabili (oltre ai registi citati, Gianni Amelio, Theo Angelopoulos, Michelangelo Antonioni, Mario Bava, Damiano Damiani, Eduardo De Filippo, Riccardo Freda, Emidio Greco, Nanni Loy, Ferzan Ozpetek, Andrej Tarkovskij, Paolo e Vittorio Taviani, Franco Zeffirelli).
 
ore 17.00
Cuore sacro (2005)
Regia: Ferzan Ozpetek; soggetto e sceneggiatura: Gianni Romoli, F. Ozpetek; fotografia: Gian Filippo Corticelli; scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Catia Dottori; musica: Andrea Guerra; montaggio: Patrizio Marone; interpreti: Barbora Bobulova, Andrea Di Stefano, Lisa Gastoni, Massimo Poggio, Erika Blanc, Camille Dugay Comencini; origine: Italia; produzione: R&C Produzioni; durata: 119′
«Irene Ravelli ha ereditato dal padre non solo il patrimonio, ma anche uno spiccato senso degli affari. Ottenuto il dissequestro dell’antico Palazzetto di famiglia, Irene scopre che una delle stanze, abitate un tempo dalla madre, è rimasta intatta come se la donna ci abitasse ancora. Il fantasma della madre e l’incontro con una straordinaria bambina, Benny, generano in Irene un conflitto che la porta ad un totale cambiamento» (www.cinematografo.it). «Già queste scene fanno intuire quanto sia insolito, coraggioso e rischioso il nuovo film del regista della Finestra di fronte: un coraggio raro nel nostro cinema, di cui gli diamo atto con ammirazione. E tuttavia le immagini, impeccabili per grammatica e sintassi, non solo al livello di ambizioni così alte, non lasciano graffiti nella fantasia dello spettatore, stentano a dare forma al travaglio febbrile dell’imprenditrice senza scrupoli convertita in angelo della carità per vecchi e “nuovi poveri”. Qualcosa di simile accade con le citazioni disseminate lungo il film, dalla sequenza della piscina (Il bacio della pantera) al santo strip-tease d’Irene (Teorema di Pasolini, autore col quale Ozpetek condivide il bisogno di sacro); eleganti, ma più optional che necessarie. Ormai legata a filo doppio a ruoli di smarrimento interiore, Barbora Bobulova si offre in olocausto con l’opportuna dedizione» (Nepoti). «Costruii l’interno della casa di Irene, la protagonista, nel teatro 5 di Cinecittà. La costruzione, molto grande, rappresentava l’interno di un palazzo da molto tempo abbandonato, fatiscente, che nascondeva, tra le sue innumerevoli stanze e corridoi, la grande camera della madre che continuava a vivere nei ricordi. Ci ispirammo a un antico edificio romano in abbandono, usato per l’esterno del film. All’interno conservava ancora dei bellissimi affreschi, molto rovinati, nei quali apparivano, come fantasmi, figure spettrali e misteriose. Le decorazioni, anch’esse macerate dal tempo e dall’incuria, furono fonte di ispirazione per la costruzione in teatro di posa» (Crisanti). David di Donatello per la miglior scenografia.
 
ore 19.15
Una pura formalità (1994)
Regia: Giuseppe Tornatore; soggetto e sceneggiatura: G. Tornatore; fotografia: Blasco Giurato; scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Beatrice Bordone; musica: Ennio Morricone; montaggio: G. Tornatore, Massimo Quaglia; interpreti: Gérard Depardieu, Roman Polanski, Sergio Rubini, Nicola Di Pinto, Paolo Lombardi, Tano Cimarosa; origine: Italia/Francia; produzione: Cecchi Gori Group – Tiger Cinematografica, Film Par Film; durata: 111′
«Durante una pioggia torrenziale, un uomo infangato ed infreddolito, trovato dalla polizia senza documenti, viene condotto in un fatiscente commissariato dove l’orologio ha le lancette spezzate e dal soffitto gocciola l’acqua, che viene raccolta con recipienti vari. Un inserviente gli offre del latte caldo ma lui glielo getta in faccia e successivamente ha un diverbio con gli agenti. Al commissario sopraggiunto dice di essere Onoff, il celebre scrittore: l’altro gli cita allora la frase di un suo romanzo, ma egli non la ricorda. Lo scrittore si cita a sua volta ed il commissario si convince, ma si stupisce di vederlo senza la folta barba e anche lo scrittore non sa spiegarsi la cosa» (www.cinematografo.it). «Se si rinuncia alla smania dell’interpretazione c’è da dire che Una pura formalità inchioda alla poltrona durante l’intera sua durata per la sagacia energica della costruzione drammatica, l’alta tenuta figurativa che ha trovato un supporto nella funzionale fotografia di Blasco Giurato, l’ammirevole concertazione degli attori. Dopo averlo visto si comprende perché Tornatore abbia voluto Roman Polanski (doppiato da Leo Gullolta nell’edizione italiana) per la parte dell’innominato commissario: in questo allucinato dramma notturno di onirismo nordico, tutto giocato sulla corda pazza dell’assurdo, Polanski era l’antagonista ideale di un Depardieu (con la voce di Corrado Pani) la cui straripante fisicità attoriale raramente era stata messa in immagini e guidata con altrettanta violenza di segno espressionista» (Morandini). «Non era facile immaginare e poi realizzare un fatiscente e antinaturalistico commissariato, pervaso da un clima di mistero e di kafkiana natura, senza determinazioni nazionali né regionali, salvo alludere – ma restando sempre nell’indefinito – a una collocazione che più che “fuori città” si può definire meglio come “lontano dalla civiltà”. E salvo scoprire, a poco a poco, che potrebbe essere una sorta di anticamera dell’aldilà, un luogo da interrogatorio per anime dannate dal suicidio. […] Ho sempre pensato, infatti, che Una pura formalità sia il suo film migliore» (Crisanti). David di Donatello per la miglior scenografia.
 
ore 21.15
Giù la testa (1971)
Regia: Sergio Leone; soggetto: S. Leone, Sergio Donati; sceneggiatura: Luciano Vicenzoni, S. Leone, S. Donati; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Franco Delli Colli (per la seconda unità); scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Franco Carretti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: James Coburn, Romolo Valli, Rick Battaglia, Maria Monti, Franco Graziosi, Domingo Antoine; origine: Italia; produzione: Rafran Cinematografica, Euro International Films, Miura Cinematografica; durata: 157′
«L’ultimo western diretto da Sergio Leone, anzi, come diceva lo stesso regista “più correttamente è un avventuroso ambientato all’epoca della rivoluzione messicana”. Anche se non è il film più amato dai suoi fans, e neanche quello considerato generalmente più riuscito dalla critica, rimane un film controverso un po’ per tutti, a cominciare dal regista. “È un film che non so collocare bene. Lo amo immensamente, perché è quello che mi ha dato più angoscia, dubbi, disperazione. A un certo punto, ero quasi tentato di abbandonarlo, e devo a mia moglie se ho avuto la costanza di arrivare fino in fondo”. Apre una grande citazione di Mao, del resto i tempi sono quelli, del post ’68 non solo europeo […]. La storia si svolge durante la rivoluzione messicana del 1913. Sulla carrozza che trasporta ricchi borghesi, Juan Miranda, un bandito confusamente legato alla rivoluzione, li deruba visto che hanno parlato male dei messicani. Incrocia un terrorista dell’Ira […], Sean Mallory detto John, e tra i due nasce una specie di società rivoluzionaria fatta di vera amicizia e dinamite ancora più vera. Assieme decidono di assaltare la banca di Mesa Verde. Ma lì non c’è più una banca, ma una prigione per politici» (Giusti). «Lo scenografo di Sergio Leone è stato sempre Carlo Simi, fin dai tempi di Per un pugno di dollari. Quando Leone mise in cantiere Giù la testa, credo che pensasse di produrre il film senza farne necessariamente la regie, e che, proprio per questo, Simi si fece coinvolgere, in quello stesso periodo, da un grosso lavoro di architettura in Spagna. Così, quando Sergio decise di fare anche la regia del film, si trovò senza il suo scenografo, e scelse me» (Crisanti).
Copia restaurata dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Sergio Leone Productions

 

 

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