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Alberto Grimaldi. L’arte di produrre. Tributo al produttore cui dobbiamo molte opere di Leone, Fellini, Pasolini, Bertolucci.
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Il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale rende omaggio al grande produttore Alberto Grimaldi. Dal 1° al 15 marzo si svolge, presso la sala Trevi, una retrospettiva del cinema che a lui tutti dobbiamo, un cinema che comincia dal western, attraverso il western arriva alla ricerca autoriale di Sergio Leone e di lì spicca il volo con le opere dei grandi del cinema italiano. Accanto alla retrospettiva, il Centro Sperimentale cura la pubblicazione di un volume a lui dedicato, Alberto Grimaldi. L’arte di produrre di Paola Savino, che ricostruisce minuziosamente, sulla base di documenti d’archivio, l’attività della PEA, la casa di produzione di Grimaldi, e raccoglie i contributi spagnoli sviluppati in occasione del tributo che nel 2007 la Semana Internacional de Cine di Vallodolid ha reso al produttore italiano che ha praticamente inventato la coproduzione con la Spagna. Il volume sarà presentato durante la retrospettiva, il 12 marzo alle ore 21.00.
Nella mitologia del cinema italiano la figura del produttore è stata spesso oggetto di leggende che hanno contribuito alla definizione di una maschera dai contorni talvolta pittoreschi. Accanto al Regista e all’Attore, ovvero il genio e il divo, il Produttore si materializzava all’orizzonte vestito di bianco, quasi a diffondere attorno a sé un alone di purezza, ma anche un’immagine di festa, che il cinema italiano in quei felici anni ’60 riusciva ancora a irradiare. Il fascino dell’effimero travolgeva ogni resistenza e la maschera contribuiva perfettamente al gioco, perché poi di un gioco, di un’enorme finzione spesso si trattava, un castello di cambiali e promesse, di produttori improvvisati e oscuri finanziatori, destinati a sparire nel nulla all’ennesima crisi, quella definitiva che travolgerà il cinema italiano negli anni ’60. Pochi produttori si sottraevano al cliché. Tra questi sicuramente Alberto Grimaldi, la cui storia personale non si presta a facili leggende. Nel suo caso di leggendario c’è solo la filmografia della PEA, testimonianza concreta della grandezza del cinema italiano: in essa i nomi di Fellini, Bertolucci, Pasolini, Monicelli, Petri, Rosi, Pontecorvo e Leone, sfilano accanto a quelli di Wilder, Lelouch, Malle, Vadim, fino al Martin Scorsese di Gangs of New York, punto di arrivo di una carriera votata al superamento dei confini (e dei limiti) italici, attraverso il meccanismo delle coproduzioni, di cui l’avvocato napoletano è stato uno dei grandi artefici. Grimaldi infatti è il produttore italiano che con maggior convinzione ha gettato le basi per la costruzione di un cinema e di un pubblico europei, quale mai più sarà realizzato, nemmeno nell’epoca dell’Unione Europea, e che invece, in quei fertili anni ’60, ha prosperato.
A Grimaldi siamo debitori delle opere più irriverenti del cinema italiano, Salò o le 120 giornate di Sodoma e Ultimo tango a Parigi, a lui e al suo coraggio dobbiamo una battaglia per la libertà espressiva che rappresenta una conquista per l’intera cultura del nostro Paese. L’omaggio del centro Sperimentale vuole essere, prima di tutto, un ringraziamento per la sua attività e per la dimostrazione che si può interpretare il mestiere di produttore come un’arte.
 
domenica 1
ore 17.00
Il Decameron (1971)
Regia: Pier Paolo Pasolini; soggetto: dal Decameron di Giovanni Boccaccio; sceneggiatura: P.P. Pasolini; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: P.P. Pasolini, con la collaborazione di Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli. Tatiana Morigi Casini; interpreti: Franco Citti, Ninetto Davoli, Jovan Jovanovic, Vincenzo Amato, Angela Luce, Giuseppe Zigaina; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés, Artemis Film; durata: 111′
«Al tempo del Vangelo secondo MatteoPier Paolo Pasolini spiegò che per l’interpretazione aveva voluto evitare le ipotesi particolari e aggiornate e tenersi invece al senso comune. Cosa intendeva Pasolini per senso comune? Evidentemente, la fruizione del testo, attraverso i secoli, “fuori della storia”, da parte di infiniti lettori, nei luoghi e nelle situazioni più diverse. Il senso comune: cioè il senso di tutto ciò che sfugge alla moda, alla storia, al tempo. […] Per il Decameron, Pasolini ha proceduto in maniera non dissimile che per il Vangelo. Ha accettato e fatta sua la visione del senso comune di tutti i tempi la quale considera il Decameroncome un libro non solo privo di tabù ma anche privo del compiacimento di non averne; un libro, cioè, in cui letteratura e realtà si identificano perfettamente per una rappresentazione totale dell’uomo. […] Per prima cosa ha notato che nel Decameronla rappresentazione realistica della civiltà contadina è chiusa in una cornice umanistica e raffinata. Indubbiamente questa cornice ha una grande importanza; essa crea quel rapporto tra gentilezza e rusticità, tra realismo e letteratura, tra immaginazione e verità che è uno degli aspetti più affascinanti del Decameron. Gettando via questa cornice illustre ed elegante, Pasolini sapeva di modificare profondamente il testo boccaccesco; ma dimostrava al tempo stesso di essere un regista irresistibilmente originale ossia fatalmente infedele. Pasolini non soltanto ha gettato via la cornice umanistica ma ha anche sostituito la “favella” toscana con il dialetto napoletano. […] Una volta distrutta la finzione della villa deliziosa in cui, in tempi di pestilenza, si ritira una brigata di gentiluomini e di gentildonne per godersi la vita e raccontarsi dilettose vicende immaginarie, alla rappresentazione del mondo boccaccesco conveniva meglio il napoletano ancora oggi vivo e aggressivo che il toscano così estenuato persino in bocca dei contadini e degli artigiani. L’operazione linguistica, diciamolo subito, è perfettamente riuscita ed è uno dei caratteri più originali del film. Ne è venuto fuori un Decameronin cui gli umidi e sordidi vicoli di Napoli sostituiscono le pulite rughe di Firenze e la rozza e rigogliosa campagna campana il pettinato contado toscano. Questa sostituzione topografica a ben guardare è resa visibile soprattutto dalla sostituzione linguistica. A conferma una volta di più dell’importanza della parola nel cinema. Altra soluzione felice è quella del problema dell’erotismo boccaccesco altrettanto proverbiale quanto, in fondo, incompreso. Pasolini ha eliminato ogni tentazione di scollacciatura e ha fuso arditamente la serenità rinascimentale con l’oggettualità fenomenologica moderna» (Moravia).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.00
Fellini-Satyricon (1969)
Regia: Federico Fellini; soggetto e sceneggiatura: F. Fellini, Bernardino Zapponi, liberamente tratto da Satyricon di Petronio Arbitro; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Martin Potter, Hiram Keller, Max Born, Fanfulla [Luigi Visconti], Salvo Randone, Il Moro [Mario Romagnoli]; origine: Italia; produzione: P.E.A.; durata: 127′
«Tutto il Satyricon è realizzato come una gigantesca caccia all’immagine che, a costo di bruciare i vecchi modi stilistici, dia il massimo d’evidenza figurativa alle fantasie di Fellini e le orchestri in un arcano gioco di luci e di ombre. Qui è la sua gloria, e qui il suo azzardo. Siamo, davvero, su un altro pianeta. Fin dall’inizio, alle Terme fumiganti, e poi, nel teatro di Vernacchio, s’avverte che Fellini ideando le scenografie (come ha tenuto a far sapere nei titoli di coda) ha sfrenato il proprio genio prospettico in una crescita di tensioni figurative. Dal lurido paesaggio dell’Isola Felice al luminoso sorriso della Pinacoteca, dalla corposa atmosfera della cena ai panorami marini popolati di navi fiabesche, dalla limpida, castissima cornice in cui si celebra il sacrificio della coppia all’ambiguità dell’antro dell’Ermafrodito, e ancora dal solare labirinto di Arianna alle malizie del Giardino fino all’ultima spiaggia che sublima nella levità del mito la gravezza della materia, e una serie pressoché ininterrotta di invenzioni, dominate dal desiderio di immergersi il più possibile in un irreale trapunto di lussuria e di tristezza» (Grazzini).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.15
Il Casanova di Federico Fellini (1976)
Regia: Federico Fellini; soggetto: liberamente basato su Storie della mia vita di Giacomo Casanova; sceneggiatura: Federico Fellini e Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Donald Sutherland, Tina Aumont, Cicely Browne, Carmen Scarpitta, Clara Algranti, Daniela [Angelica] Gatti; origine: Italia/ Usa; produzione:P.E.A., Fast Film Inc.; durata: 154′
Liberamente ispirato alle Memorie(1791-98) di Giacomo Casanova con inserimenti poetici presi da Andrea Zanzotto e Tonino Guerra, Il Casanova di Federico Fellini è «un emozionante esempio di arte onirica, non illustrativa di contenuti, cabalistica e avanguardistica» (Kezich) e al contempo il «tentativo di raccontare un personaggio che è un mito comune, Casanova, e un secolo figurativamente notissimo, sfruttato, esausto, il Settecento, dando alla gente la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo, sconosciuto: che non ricordi Goldoni, Streheler, Canaletto, Hogarth e compagnia» (Tornabuoni). Il Casanova di Federico Fellini, dunque, non ha preoccupazioni di fedeltà storica nei confronti di un personaggio realmente esistito, né del secolo che ha fatto da scenario alle sue imprese. Casanova ha interessato Fellini in quanto mitico seduttore, archetipo confuso e segreto del comportamento virile di tanti uomini. In un Settecento completamente reinventato in studio, Fellini “racconta” impietosamente l’ascesa e la decadenza del seduttore veneziano attraverso il corpo di Donald Sutherland ben doppiato da Gigi Proietti, il quale ha aggiunto un’ironia un po’ straniante rispetto alla pomposità del personaggio. Ciò che ne risulta è un Casanova che vorrebbe essere apprezzato più come letterato che come stallone, «un Don Giovanni cialtrone, disperato, ossessionato, teatralissimo […], atleta del sesso, così murato nella sua ottusa maschilità da essere mezzo uomo» (Morandini). Il restauro, intrapreso dalla Cineteca Nazionale nel 2001 con la supervisione costante di Giuseppe Rotunno, è stato condotto a partire dai negativi originari (scena e colonna) e dalla colonna sonora magnetica mixata italiana originaria, materiali resi accessibili dall’avente diritti, la Alberto Grimaldi Productions. Sono stati utilizzati anche i duplicati negativi della scena e della colonna consegnati nel 1980 dal produttore alla Cineteca Nazionale a seguito dell’assegnazione del “premio di qualità”.
Vietato ai minori di anni 18
 
lunedì 2
chiuso
 
martedì 3
ore 17.00
Histoires extraordinaries (Tre passi nel delirio, 1967)
Origine: Italia/Francia; produzione: Cocinor, Les Films Marceau, P.E.A.,; durata: 121′
Episodio Metzengerstein
Regia: Roger Vadim; soggetto: dal racconto omonimo de I racconti straordinari di Edgar Allan Poe; sceneggiatura: R. Vadim, Pascal Cousin; dialoghi: Daniel Boulanger; fotografia: Claude Renoir; musica: Jean Prodromides; montaggio: Hélèn Plemmiannikov; interpreti: Jane Fonda, Peter Fonda, Serge Marquand, Philippe Lemaire, Carla Marlier, Georges Douking.
Episodio William Wilson
Regia: Louis Malle; soggetto: dal racconto omonimo de I racconti straordinari di E.A. Poe; sceneggiatura: Clement Biddle Wood, L. Malle; dialoghi: Daniel Boulanger; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Diego Masson; montaggio: Franco Arcalli; interpreti: Alain Delon, Brigitte Bardot, Renzo Palmer, Marco Stefanelli, Massimo Ardù, Umberto D’Orsi.
Episodio Toby Dammit
Regia: Federico Fellini; soggetto: dal racconto Non scommettere la testa col diavolo de I racconti straordinari di E.A. Poe; sceneggiatura: F. Fellini, Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Terence Stamp, Salvo Randone, Antonia Pietrosi, Polidor, Marisa Traversi, Milena Vukotić.
«In Metzengerstein […] una contessa provoca con un incendio la morte del cugino che l’ha respinta, ma poi farà la stessa fine; in William Wilson […] un ufficiale decide di sfidare a duello il sosia che gli appare ogni volta che sta per compiere un’ azione disonesta; in Toby Dammit […] un attore alcolizzato accetta di girare un western all’italiana perché gli viene offerta una Ferrari […]. Trittico con autori di prestigio ma esiti qualitativi molto difformi: Vadim preme solo sull’erotismo estetizzante di Jane Fonda mentre un Malle piuttosto mediocre scava con accenti melodrammatici nel tema dello sdoppiamento e della lacerazione della personalità. Si difende solo Fellini che stravolge il racconto di Poe per conservarne soltanto il nome del protagonista, Toby Dammit, e il finale, in un incubo delirante dove i meccanismi alienanti del mondo dello spettacolo diventano premessa per uno sguardo terribile sull’orrore quotidiano» (Mereghetti). Nel 2008 la Cineteca Nazionale ha realizzato, con la supervisione di Giuseppe Rotunno, il recupero dell’episodio Toby Dammit. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con il Taormina Film Fest e con il contributo di Ornella Muti e KGC.
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 19.10
Viaggio con Anita (1979)
Regia: Mario Monicelli; soggetto: Tullio Pinelli; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, T. Pinelli, Paul Zimmermann, M. Monicelli; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Giancarlo Giannini, Goldie Hawn, Claudine Auger, Laura Betti, Aurore Clément, Renzo Montagnani; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés; durata: 119′
«Guido Massaccesi, dirigente bancario romano, informato dalla sorella Oriana che il padre Armando è gravemente infermo, lascia la moglie Elisa con il figlio e parte in macchina per raggiungere Rosignano Solvay, paese natale. Deciso a compiere il viaggio in dolce compagnia, Guido si reca nell’appartamento di Jennifer, amante che non vede da mesi. Il netto rifiuto della stessa a seguirlo lo induce a prendere con sé Anita Watson, una 26enne americana, occasionalmente e temporaneamente venuta a Roma per ritrovare un architetto italiano conosciuto a Chicago ove ella abitualmente lavora presso l’università» (www.cinematografo.it). «Viaggio con Anita riproduce anche geograficamente una parte del viaggio che è alla base di uno dei capisaldi della commedia all’italiana: Il sorpasso di Dino Risi. Da allora, dal boom e dalla “fine delle ideologie”, molte cose sono cambiate. Un “road movie” degli ultimi anni ’70 non potrà che avere una collocazione invernale: le spiagge non sono affollate di gioventù e di voglia di vivere, la malinconia prevale su ogni altro sentimento; il vitalismo rampante di Gassman è ridotto in Giannini a puro tentativo di evitare la morte; la morte stessa non è più una sorta di risveglio dopo l’ubriacatura, ma una tonalità che attraversa tutto il film» (Della Casa).
Vietato ai minori di anni 14
 
ore 21.20
Ginger e Fred (1985)
Regia: Federico Fellini; soggetto: F. Fellini, Tonino Guerra; sceneggiatura: F. Fellini, T. Guerra, Tullio Pinelli; fotografia: Tonino Delli Colli, Ennio Guarnieri, musica: Nicola Piovani; montaggio: Nino Baragli, Ugo De Rossi, Ruggero Mastroianni; interpreti: Giulietta Masina, Marcello Mastroianni, Franco Fabrizi, Frederick Ledebur, Augusto Poderosi, Claudio Botosso; origine: Italia/Francia/Germania Occidentale; produzione: P.E.A., Films Ariane, France 3, Revcom Films, Stella Film, Rai, Anthea Filmgesellschaft; durata: 127′
«Poco più di quaranta anni or sono, Amelia Bonetti e Pippo Botticella si erano fatti una certa fama, ballando il “tip tap” nei locali di avanspettacolo. Con il nome d’arte di “Ginger e Fred”, ripagavano, su scala ovviamente ben più modesta, le frenesie del pubblico per i due grandi ballerini d’oltre Oceano: Fred Astaire e Ginger Rogers. Sposatasi e rimasta vedova lei in una cittadina del Nord e vivacchiando lui alla meglio, essi si erano persi di vista, ma ora la TV nazionale li ha fortunosamente ripescati, proponendo ai due sessantenni soci di un tempo di inserirli in un nuovo, grandioso spettacolo televisivo, a testimonianza di una stagione e di un’atmosfera passate» (www.cinematografo.it). «Che cosa è Ginger e Fred opus n. 19 di Fellini? Tante cose. E’ il più semplice dei suoi ultimi film e, almeno per me, il più divertente e fluido, anche se la semplicità copre una complessa trama di temi e motivi e la piacevolezza sottende una sconsolata e disgustata amarezza. È un dilatato capitolo aggiunto al suo Roma del 1972, cioè un’ altra tappa del suo tenero, perplesso, nauseato rapporto con l’ odiosamata Città Eterna, Alma Mater e Gran Baldracca, in cui vive dal 1939. È – nel triplice senso della parola: rispecchiamento, considerazione attenta, operazione di autocoscienza – una riflessione selettiva e visionaria sulla società dello spettacolo in cui viviamo» (Morandini). David di Donatello (1986) a Marcello Mastroianni, miglior costumista, miglior musicista, premio René Clair a Federico Fellini.
 
mercoledì 4
ore 17.00
Touche pas la femme blanche (Non toccare la donna bianca, 1975)
Regia: Marco Ferreri; soggetto: M. Ferreri; sceneggiatura: M. Ferreri, Rafael Azcona; fotografia: Etienne Becker; musica: Philippe Sarde; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Alain Cuny; origine: Francia/Italia; produzione: Films 66, Mara Films, Laser Production, P.E.A.; durata: 91′
«Curioso, geniale, assurdo western ideologico comico di Marco Ferreri (e coprodotto dalla Pea di Grimaldi…), girato nel buco aperto delle Halles di Parigi in completa demolizione. È lì cheFerreri immagina il suo Little Big Horn, con un gruppo di attori star amici nei ruoli più impensabili, da Mastroianni come Custer, a Piccoli come Buffalo Bill e a Serge Reggiani come Cavallo Pazzo. “Perché Custer alle Halle, a Parigi, nel 1973?” si chiede il regista […]. “Perché secondo me noi viviamo in un clima western. Perché il western è sempre stato l’enorme trappola in cui siamo caduti fin da bambini. Il western esprime in maniera semplice ed elementare i concetti: Dio, Patria, famiglia. Io riprendo questi concetti e li faccio scoppiare dal ridere”. In questo contesto acquista un valore diverso il buco delle Halles. “L’immagine di questo buco in mezzo alla città mi ricorda l’immagine dei circhi di gladiatori, i deserti del Dakota, le piazze dove i poliziotti lanciano le bombe lacrimogene”. E acquista senso, come negli spaghetti western più politicizzati, anche l’immagine degli indiani. “Quando io penso ai pellerossa, io penso al proletariato e al sottoproletariato che si lascia schiacciare e umiliare”. […] Quasi tutti improvvisano. Il povero Mastroianni si ritrova una parrucca di capelli scuri quando notoriamente Custer era biondo al punto di essere chiamato Capelli Gialli, ma Ferreri ha trovato quella e gliela mette in testa. Michel Piccoli come Buffalo Bill è fantastico, Serge Reggiani come Cavallo Pazzo fin troppo preso nella parte, Ugo Tognazzi è l’unico che legge il film come una parodia vecchio stile di Giorgio Simonelli e si muove rapidissimo come in uno sketch con Raimondo Vianello» (Giusti).
 
ore 18.45
Scusi, facciamo l’amore? (1968)
Regia: Vittorio Caprioli; soggetto: V. Caprioli; sceneggiatura: V. Caprioli, Enrico Medioli, Franca Valeri; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Pierre Clementi, Claudine Augier, Beba Loncar, Tanya Lopert, Martine Malle, Massimo Girotti; origine: Italia/Francia; produzione: Pea, Les Productions Artistes Associés; durata: 92′
«Il film è diretto in modo tutt’altro che banale, con tocchi e tagli visivi rapidi e sapienti, con tecnica modernissima e senza fronzoli: il risultato è senz’altro positivo sul piano della cornice (una Milano intima e segreta, cui si contrappone una Cortina grigia e noiosa, antinaturalistica) e in complesso raggiunge gli effetti voluti come commedia satirico-sociale […]. La società milanese bersagliata dal regista ha naturalmente i tratti paradossali di tutti i quadri satirici e non pretende quindi di offrirci una realtà se non mediata; ma Caprioli ne ha avvicinato l’essenza con singolare intuito e, anche nel linguaggio (i “che bene!” e altri modi di dire), c’è un senso di genuina e originale interpretazione» (Solmi).
Vietato ai minori di anni 18
 
ore 20.30
Cadaveri eccellenti (1976)
Regia: Francesco Rosi; soggetto: dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia; sceneggiatura: F. Rosi, Tonino Guerra, Lino Jannuzzi; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Piero Piccioni; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Lino Ventura, Tino Carraro, Marcel Bozzuffi, Paolo Bonacelli, Max Von Sydow, Charles Vanel; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A., Productions Artistes Associés; durata: 120′
«Nei discorsi sui film di Francesco Rosi si commette spesso l’errore di privilegiare il contenuto, cioè di fermarsi alla considerazione del loro impatto sul terreno morale e civile. Ma l’opera del regista napoletano è importante e resiste nel tempo, […] proprio perché affida i suoi significati a una scrittura cinematografica di alto rigore. La ricerca della verità storica, nei grandi film meridionalistici di Rosi, si sviluppa attraverso un recupero di paesaggi, monumenti, facce, mimiche e suoni che conservano il loro carattere di reperto e tuttavia diventano elementi di uno stile. Tutto ciò si vede ancora meglio in Cadaveri eccellenti, dove l’autore abborda con il bagaglio di SalvatoreGiuliano un cinema di metafora. Sulla falsariga del dirompente romanzo di Leonardo Sciascia, Il contesto (pubblicato cinque anni fa e attaccato soprattutto dai comunisti, di cui avversava la vocazione al compromesso storico), il film di Rosi racconta l’amata vicenda di un povero Maigret nostrano che scopre, sulla pista del misterioso assassino di alcuni alti magistrati, la trama di un complotto eversivo in cui sono implicati tutti gli uomini di potere. Benissimo interpretato da Lino Ventura (che si doppia da sé in italiano), Cadaveri eccellenti è una discesa all’inferno attraverso un Sud di fantasia (ma non tanto: lo dicono i sacchi di immondizia abbandonati per la strada, lo scempio urbanistico di Agrigento) […]. La conclusione è amara, ma suggellata da un invito (all’ombra del pannello di Guttuso sui funerali di Togliatti) a cercare e proclamare la verità» (Kezich).
 
giovedì 5
ore 17.00
Oceano (1971)
Regia: Folco Quilici; soggetto: tratto dal libro omonimo di F. Quilici; sceneggiatura: Giorgio Arlorio, F. Quilici, Berto Pelosso; commento: Ruggero Orlando; fotografia subacquea: F. Quilici, Masino Manunza, Jean Bodini; fotografia aerea: Giovanni Scarpellini, Bruno Vespasiani, Riccardo Grassetti, Vittorio Dragonetti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Ettore Salvi; interpreti: W.M. Reno, Hubert Putigny, K. Imrie, E. Tepama, Nelson Mackendrick; origine: Italia; produzione: P.E.A.; durata: 96′
«Prodotto da Alberto Grimaldi (PEA), sceneggiato dal regista con Giorgio Arlorio e Berto Pelosso da un racconto del libro Giramare dello stesso F. Quilici, chiude la trilogia sull’Oceania dopo L’ultimo paradiso (1957) e Ti-Koyo e il suo pescecane (1961). Raccontata al ferrarese Quilici nel 1961 da un pescatore polinesiano, è una storia dove si mescolano verità, leggenda, cronaca, immaginazione in un passato – o presente? – indefinito. Tanai, giovane pescatore delle Tuamatù, isole coralline del Pacifico orientale, si mette in viaggio su una piroga a bilanciere per cercare nelle “isole alte” due sacchi di terra dove piantare una talea di “urù”, l’albero del pane. Nella sua traversata incontra mantas gigantesche, nubi di uccelli migratori, testuggini amiche, ma anche esseri umani: un barone olandese, naufrago e volontario Diogene fuggito dalla civiltà occidentale; le genti di Papua delle Trobriand; gli ultimi animisti del Pacifico che ancora credono nel dio Atuna che verrà dal mare a portare doni e felicità. To matou fenua te nei te moana, la nostra terra è l’oceano, dicono i pescatori delle Tuamutù. Sequenze notevoli: i delfini che saltano fuori a tempo secondo il battito ritmato dei sassi; il rapporto uomo/vulcano nelle Trobriand; la lotta con lo squalo del pescatore che cerca di soffocarlo con un sacco» (Morandini).
 
ore 18.45
Queimada (1969)
Regia: Gillo Pontecorvo; soggetto e sceneggiatura: Franco Solinas, Giorgio Arlorio; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Marcello Gatti; musica: Ennio Morricone; montaggio: Mario Morra; interpreti: Marlon Brando, Evaristo Marques, Renato Salvatori, Dana Ghia, Valeria Ferran Wanani, Giampiero Albertini; origine: Italia/Francia; produzione: P.E.A.; durata: 129′
William Walker è un agente inglese che viene inviato a Queimada, un’isola dei Caraibi, per fomentare una rivolta contro i portoghesi. L’azione di Walker non ha fini nobili, cioè rendere indipendente la popolazione locale, ma, al contrario, mira a rendere l’isola sotto il dominio dell’Inghilterra. «È il film delle contraddizioni, in grado di associare gli elementi più inconciliabili: la formula del grande spettacolo e una forte tensione intellettuale; i dollari dell’United Artists e la guerra agli interessi dell’United Fruit; l’alto snobismo recitativo di Marlon Brando e l’analfabetismo del negro Evaristo Marquez. Nonostante le sue apparenze di romanzo storico, Queimadasi inserisce nella corrente del film di metafora: rappresenta, infatti, un’ipotesi politica travestita da cronaca immaginaria della guerriglia di liberazione in un’isola delle Piccole Antille nella prima metà dell’ottocento. Per inquadrare la scena e il problema si dice Queimada e si pensa Vietnam; per parlare di un leader della rivolta contadina, si dice José Dolores e si pensa Che Guevara. In questo singolare campo magnetico il parafulmine è costituito dall’eroe negativo di Marlon Brando, il cattivo che sa di esserlo e recita con amarezza la sua parte di storia: un saggio di virtuosismo recitativo tenuto fuori da ogni compromissione psicologica e maturato in un duro confronto quotidiano fra interprete e regista» (Kezich).
 
ore 21.15
Avanti! (Cosa è successo fra mio padre e tua madre?, 1972)
Regia: Billy Wilder; soggetto: dalla commedia di Samuel Taylor; sceneggiatura: B. Wilder, I.A.L. Diamond, Luciano Vicenzoni; fotografia: Luigi Kuveiller; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Ralph E. Winters; interpreti: Jack Lemmon, Juliet Mills, Clive Revill, Edward Andrews, Gianfranco Barra, Franco Angrisano; origine: Usa/Italia; produzione: Mirisch Corporation of California,P.E.A.; durata: 144′
«Industriale americano e impiegata inglese s’incontrano a Ischia dove sono arrivati per recuperare le salme rispettivamente del padre e della madre morti insieme in un incidente. Commedia sottovalutata in Italia anche per motivi nazionalistici, e negli USA per miopia critica, questo 22°