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Visioni Sociali:Oltre il muro
18 Marzo 2017 - 19 Marzo 2017
Da ottobre a giugno, otto appuntamenti con otto parole chiave: un “contenitore” di cinema che sappia attraversare i generi, i formati, le provenienze, per offrire una riflessione ad ampio raggio sul mondo che ci circonda, superando ogni tipo di definizione e di etichetta.
Rassegna a cura di Maria Coletti
 
sabato 18
ore 17.00 La pecora nera di Ascanio Celestini (2010, 93′)
Il film è la storia di Nicola, che per trentacinque anni ha vissuto in manicomio, a contatto con coloro che lui preferisce chiamare “santi” invece che matti. Ripercorrendo la storia del protagonista sin da bambino, il film mostra uno spaccato della condizione di vita dei malati mentali in Italia, a partire dai “favolosi” anni Sessanta, fino a giungere ai giorni nostri, nei quali il mondo interno dell’istituto nel quale vive Nicola non è poi così diverso da quello all’esterno. «C’è molto Brecht nello stile volutamente non naturalistico, e c’è molto Pasolini nell’occhio cinematografico che Celestini si inventa per questo suo primo film (non casuale, anzi decisivo l’apporto del direttore della fotografia Daniele Cipri, già partner di Franco Maresco in “Cinico Tv”). Ma l’apparente limpidezza del film nasconde una complessità che darà vita a polemiche e fraintendimenti. È facilissimo leggerlo come un film sulla pazzia, sulla 180, sulla Basaglia, e trovarlo poco realistico, poco di “denuncia”. La verità è che Celestini usa il manicomio per parlare d’altro. […] La pecora nera è la storia di un’Italia non cresciuta, rinchiusa nel mito dei “favolosi anni Sessanta”. È un film su di noi, anche se crediamo di non essere matti» (Crespi).
 
ore 19.00 L’intervallo di Leonardo Di Costanzo (2012, 86′)
Salvatore e Veronica: un ragazzo e una ragazza troppo cresciuti rinchiusi in un edificio abbandonato in veste, rispettivamente, di carceriere e prigioniera. Dapprima fanno fatica a relazionarsi l’uno all’altro, ma con il passare delle ore si ritrovano a parlare dei loro sogni e dei loro desideri di adolescenti, che per forza di cose hanno dovuto mettere da parte. Arrivano persino a pensare di organizzare una fuga prima che la banda da cui sono stati rinchiusi faccia ritorno… «Da una parte la forza della loro fantasia e della loro vitalità, capace di trasformare un ambiente fatiscente e abbandonato in una specie di regno delle favole, dove una cantina allagata diventa il mare e un giardino incolto quasi una foresta, mentre ogni sussurro si trasforma nell’eco di un fantasma. Dall’altra c’è il peso della realtà, con la logica delle guerre di quartiere, del potere territoriale, degli sgarri e delle offese, dove quella del più forte è l’unica legge accettata. Tra questi mondi che così male si conciliano tra loro, i due ragazzi devono trovare la propria strada, che potrebbe essere fatta di ribellioni o di compromessi, di libertà o di sottomissioni» (Mereghetti).
 
ore 21.00 L’uomo di vetro di Stefano Incerti (2007, 102′)
Il film, tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco, è ispirato alla storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia che pagò questa scelta con il carcere, il manicomio giudiziario e, infine, con la sua stessa vita. «Anche se nel Dna del regista cìè la lezione del cinema d’inchiesta e meridionalista di Rosi, L’uomo di vetro non è un film “giornalistico”. Piuttosto è interessato a scavare nella complessità di un’anima divisa in due […] Incerti ha trovato la chiave per raccontare “la lotta di un non eroe, in parte vittima e in parte colpevole”. Fuori dai cliché» (Paolo D’Agostini).
 
domenica 19
ore 17.00 Le rose blu di Emanuela Piovano, Anna Gasca, Tiziana Pellerano (1990, 94′)
«Le rose blu è il risultato elaborato dalle tre cineaste con una cinquantina di detenute in alcuni mesi di intenso lavoro collettivo, funestati da una terribile tragedia: l’incendio che il 3 giugno 1989 distrusse quella prigione facendo 11 vittime. Per raccontare cos’è questo film indipendente girato a 16 mm, gonfiato a 35 mm e distribuito da una coraggiosa piccola distribuzione, l’Airone, è forse meglio precisare quello che assolutamente non vuole essere. Né dramma carcerario all’americana, né documentario sulla condizione femminile nelle prigioni nostrane, Le rose blu è una voce del carcere espressa attraverso la metafora della poesia: in uno stile sperimentale a volte irrisolto, con modi sconcertanti ma sempre appassionati. Il titolo si riferisce ai versi della detenuta Livia, la più grintosa e compenetrata prima di rimanere uccisa nel fatale incidente, cui Laura Betti, in un’apparizione di pasoliniana memoria forse un po’ pleonastica, porta in omaggio l’azzurro fiore che non esiste in natura» (Levantesi).
 
ore 19.00 Come il vento di Marco S. Puccioni (2013, 118′)
Storia di una delle prime donne direttrici di carcere, Armida Miserere, chiamata a dirigere i penitenziari più “caldi” d’Italia a contatto con i peggiori criminali, terroristi e mafiosi del nostro tempo. «Trascorse la sua esistenza professionale e privata in perpetui spostamenti di case di reclusione da Lodi a Pianosa, dal palermitano Ucciardone a Sulmona, dove nel 2003 si tolse la vita. Impossibile le era diventato sopravvivere al dolore per aver perso il compagno Umberto, trucidato a sangue freddo nel 1990 vittima di un complotto. Con attenzione ai dettagli di una personalità complessa e contraddittoria, Puccioni ripercorre gli ultimi 13 anni della vita della Miserere, declinando il genere biopic su un dramma “sensoriale” ove la tragedia di una donna si apre all’empatia universale. Sullo sfondo di un’Italia sempre più decadente nella salvaguardia del sistema carcerario ma anche reattiva rispetto alla criminalità organizzata (Armida coopera all’arresto di Brusca), emerge un personaggio potente e fragile, mirabilmente ritratto da Valeria Golino in una delle sue migliori interpretazioni» (Passetti).
 
ore 21.00 Passannante di Sergio Colabona (2011, 82′)
Napoli, novembre 1878. Giovanni Passannante, giovane cuoco lucano, decide di attentare alla vita del Re d’Italia. In realtà, il suo attacco provoca al Re solo qualche graffio, ma lui viene prima condannato a morte, poi graziato, e in seguito sbattuto a marcire in una segreta sotto il livello del mare prima di essere imprigionato in un manicomio criminale. È qui che muore nel 1910, ma a causa del suo gesto gli viene negata la sepoltura e il suo cranio esposto nel Museo Criminologico di Roma. Da allora la sua storia viene dimenticata. Sarà grazie alla estenuante battaglia di tre uomini testardi, idealisti e un po’ incoscienti – un teatrante, un giornalista e un cantante – che i resti di Giovanni Passannante, nel 2007, troveranno finalmente riposo nel cimitero di Salvia di Lucania, il suo paese natale. «Com’è che una vicenda abbuiata nei libri di storia – una riga, un nome a stento tra le pagine -, chiusa per anni nella teca polverosa di un piccolo museo di Roma diventa una folgore? Perché quella di Giovanni Passannante è una storia che ti cattura l’anima, ti scuote furiosa a distanza di un secolo, e nei suoi terrificanti dettagli insegna – meglio di qualsiasi saggio – che per completare l’Unità d’Italia bisogna che siano uguali e con uguali diritti tutti gli italiani. […] Un patchwork sul filo conduttore delle musiche sottilmente struggenti dei Têtes des Bois, che ricuce frammenti di film in costume a spezzoni tv sui Savoia, sequenze dallo spettacolo di Ulderico e cronache di ordinaria burocrazia in cui i nostri piccoli eroi moderni (Sarta, Pesce e il giornalista) cercano di riportare quel che resta di Giovanni a casa» (Rossella Battisti).
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