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Visioni sociali: R-Esistenze[il tempo che ci rimane]
21 Aprile 2017 - 22 Aprile 2017
Da ottobre a giugno, otto appuntamenti con otto parole chiave: un “contenitore” di cinema che sappia attraversare i generi, i formati, le provenienze, per offrire una riflessione ad ampio raggio sul mondo che ci circonda, superando ogni tipo di definizione e di etichetta.
Rassegna a cura di Maria Coletti
 
sabato 22
ore 17.00 Jona che visse nella balena di Roberto Faenza (1993, 90′)
Il regista Roberto Faenza si impegna a rispecchiare la surreale semplicità delle pagine autobiografiche di Jona Oberski (classe 1938) nel suo libro straordinario e dolente Anni d’infanzia (editrice Giuntina). «La memoria salvata dai ragazzini. Ovvero: la tragedia del lager e la follia dell’antisemitismo nazista ricostruite attraverso lo sguardo candido e innocente di un bimbo ebreo olandese, rinchiuso nel campo di Bergenbelsen nel 1942. Strappato al suo mondo di giochi, pupazzi e carillon per essere gettato con violenza tra i reticolati concentrazionali del lager. Jona impara a vivere e a guardare (attenzione alle numerose scene in cui osserva il mondo dal vetro di una finestra, o al ricorrente tema del chiudere e riaprire gli occhi) con lo sgomento attonito di chi è stato costretto dalla vita a diventare grande troppo in fretta» (Canova).
 
ore 19.00 Pa-ra-da di Marco Pontecorvo (2008, 100′)
Miloud, un clown di strada franco-algerino, è arrivato a Bucarest tre anni dopo la fine della dittatura di Ceausescu. Qui Miloud è entrato in contatto con i “boskettari”, i bambini orfani o poverissimi che vivono ammassati nella rete dei canali dove passano i tubi del riscaldamento. Dopo aver vinto la diffidenza dei bambini, Miloud ha fondato il circo Parada, dando loro una via per sfuggire alla miseria e alla violenza della strada. «Pa-ra-da (è il nome dello show di Miloud & Co.) è tratto da una storia vera e nonostante sia un film nella migliore tradizione del cinema civile d’intrattenimento dove la durezza della cronaca perde rispetto alla catarsi finale, mantiene un fortissimo tasso di credibilità grazie allo sguardo neorealista di Pontecorvo e alle facce impossibili da non amare di Jalil Lespert (Miloud) e di tutti i “boskettari”, tra cui spiccano il vispo Cristi di Robert Valeanu e la vissuta Tea di Cristina Nita, mai stati attori prima del film. Film che vola alto. Grazie a un clown che non soffre di vertigini» (Alò).
 
ore 21.00 Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman (2009, 109′)
Una riflessione in quattro parti sulla storia degli arabi palestinesi a partire dal 1948, anno della proclamazione dello Stato di Israele, sino ai giorni nostri. Viene raccontata attraverso episodi comici o tragici della vita di tutti i giorni ed è ispirata ai racconti del padre del regista, che partecipò alla prima resistenza, alle lettere della madre e ai ricordi del regista stesso, che è in parte anche protagonista del film. Il tempo che ci rimane chiude un’ideale trilogia iniziata con Cronache di una sparizione, del 1996, e proseguita con Intervento divino, del 2002. «Ondate di applausi fino all’ultimo titolo di coda, in sala, per questo film su ciò che resta dei ricordi, di una Palestina che va oltre la dimensione politica, la cronaca, la storia, si espande e diventa mondo. Lo stato che non c’è, e che secondo il governo attuale israeliano di estrema destra non ci sarà mai, nel film di Suleiman sbaraglia ogni esercito e supera ogni muro, potente entità immaginaria che vince sul reale. […] Il cinema di Suleiman scarta la narrazione realistica e, come in Intervento divino (2002), arreda i ricordi con un tocco surreale, e l’umorismo incantato delle strisce dei fumetti, una situation comedy della catastrofe. Piccole cose ordinarie che compongono la partitura della nostalgia, “qualcosa di proustiano”, dice il regista […]. Contro lo sguardo feticista sulla Palestina, The Time That Remains è un film epico fuori genere, che avanza in linea verticale, non seguendo la superficie, ma sprofonda nell’intimità» (Ciotta).
 
domenica 23
ore 17.00 La terra degli uomini rossi – Birdwatchers di Marco Bechis (2008, 108′)
«Marco Bechis non inventa nulla, piuttosto trasforma in finzione una cronaca iniziata cinquecento anni fa, quando ebbe avvio il più grande genocidio della storia umana con la conquista dell’America. […] Bechis, al contrario di quanto avvenuto in filmoni alla Mission, utilizza i guarany non come comparse di un film bianco, ma da veri protagonisti. Sono loro gli attori di Birdwatchers, loro che ci raccontano la storia di questo piccolo gruppo di indios che scappa dalla riserva e decide di tornare a vivere lì dove anni prima sono stati seppelliti i loro antenati. […] Birdwatchers non vincerà probabilmente nessun premio. Troppo rigoroso – come è sempre nello stile del regista italo-cileno di Garage Olimpo e Hijos – e rigido per soddisfare pienamente i palati di pubblico e critici, compreso il nostro. Ma è comunque un film bello e pieno di meriti. Il suo premio lo ha già vinto portando qui, nella terra della dimenticanza e del menefreghismo, l’altra faccia del pianeta. Questa manciata di indios che con tolleranza ci guardano in faccia e ci dicono che quello che noi consumiamo con somma indifferenza, lo abbiamo rubato anche a loro» (Ronconi).
 
ore 19.00 La siciliana ribelle di Marco Amenta (2008, 106′)
«Dedicato e ispirato alla memoria di Rita Atria, costretta ad abbandonare la Sicilia e a vivere sotto falsa identità in un programma di protezione, La siciliana ribelle è il percorso di formazione (soprattutto morale) di un’adolescente allevata nei valori tribali e nel falso credo che padri e padrini hanno sempre ragione. Il punto di osservazione è quello di Rita, che percepisce in modo diretto l’ambiguità e la brutalità degli adulti. La fuga a Palermo non è soltanto da qualcosa e da qualcuno, è prima di tutto verso se stessa, per ritrovarsi e per negare quell’atteggiamento di viltà e di omertà materno. Marco Amenta conosce il mondo che ci racconta, ha delle preoccupazioni concrete, si fa delle domande e cerca delle risposte dentro un film fondato su un’idea pedagogica di cinema: rappresentare un nucleo narrativo che rivesta anche una funzione didascalica e di insegnamento sulla straziante solitudine di chi si rivolta contro il sistema (mafioso). La siciliana ribelle è una dichiarazione di libertà di un’adolescenza che chiede autonomia e di essere come dovrebbe, sollevata dai conflitti tra i “grandi” e dalla violenza della loro debolezza» (Gandolfi).
 
ore 21.00 Diaz di Daniele Vicari (2012, 127′)
«Diaz funziona in maniera eguale e contraria al bellissimo Cesare deve morire. Nel film di Paolo e Vittorio Taviani, infatti, la vera prigione abitata da veri carcerati diventa set di finzione e teatro shakespeariano, in un continuo raddoppiamento tra scena e cella. Qui un set dettagliatissimo, ma totalmente falso (per di più ricostruito in un’altra nazione), diviene veridico grazie alla installazione e ricostruzione drammatica dei gesti e delle micidiali violenze che si sono perpetrate all’interno dell’edificio. Genova 2001 è stata raccontata da mille videocamere professionali e non, bloccate tuttavia alle soglie di Diaz e Bolzaneto, castelli kafkiani dove è accaduto l’impensabile. Le immagini ora ci sono, basate su migliaia di pagine giudiziarie e di testimonianze oculari, e offrono finalmente una visione a quelli che altrimenti sarebbero rimasti solamente ricordi traumatici delle vittime. Gli avvenimenti della Diaz sono ora fissati una volta per tutte e consegnati all’agorà pubblica, secondo una funzione memoriale del cinema che, memore della lezione di Costa Gavras in particolare, sembrava un po’ tramontata in epoca di frantumazione dell’opinione pubblica» (Menarini).
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