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Piccolo schermo, grande scherno. Come il cinema italiano ha raccontato la televisione
03 Febbraio 2017 - 07 Febbraio 2017
«La televisione nasce come diretta concorrente del cinema e sin dai suoi primi vagiti numerosi registi non hanno perso tempo nel condannarla come strumento di manipolazione e istupidimento delle masse al servizio del potere politico. La rassegna getta uno sguardo su questo particolare sottogenere, nato addirittura in epoca fascista con i film Mille lire al mese e Batticuore – che anticipano la commistione patologica tra politica e spettacolo – e arriva agli ultimi anni con il de profundis firmato da Matteo Garrone, il quale con Reality racconta la voglia di protagonismo di quegli italiani senza arte né parte in perenne gara per lasciare qualche traccia di sé nell’etere» (Martera).
Programma a cura di Luca Martera in collaborazione con la Cineteca Nazionale
 
venerdì 3
ore 16.30 Il caimano di Nanni Moretti (2006, 112′)
«Un film sul cinema, un film d’amore e un film sull’Italia di oggi. Mi stupisce che molte persone s’aspettassero da me un film di propaganda […]. Il personaggio che dà il titolo al mio film alla fine lascia dietro di sé macerie. Queste macerie sono culturali, politiche, istituzionali, costituzionali, etiche, psicologiche anche. Vent’anni fa, trent’anni fa, un elettore comunista e un elettore democristiano comunicavano, sentivano di avere alle loro spalle un patrimonio comune. In altri paesi c’è un patrimonio comune di valori che fonda quel paese, quella democrazia, quella repubblica. E dopo ci si divide, sulle linee politiche: la destra, la sinistra, il centro, i progressisti, i conservatori. In Italia sembra che da molti anni non ci sia più un patrimonio comune di valori» (Moretti).
 
ore 18.30 Ladri di saponette di Maurizio Nichetti (1989, 85′)
«Con tenerezza e umorismo, Nichetti riassume i nostri ultimi quarant’anni, il loro radicale mutamento di costume: dalla retorica pauperista e “cinematografica” degli anni ’40 alla retorica opulenta e “televisiva” degli anni ’80» (Escobar). «Mi piaceva giocare con i tre livelli di realtà diversi. Il primo è quello del neorealismo, che per noi non corrisponde alla realtà ma a quel particolare tipo di film in bianco e nero, […]. Poi c’è il livello dell’iperrealismo pubblicitario, cioè di una realtà che non è tale ma che la pubblicità ci presenta come reale: un mondo dove tutto è bello, colorato […]. Infine c’è la realtà della famiglia di telespettatori, che si trova di fronte all’iperrealismo e al neorealismo e non li distingue più, se non perché uno è a colori e l’altro in bianco e nero. Quindi, nel momento in cui i personaggi cambiano status e passano da un livello all’altro, i telespettatori non capiscono più niente…» (Nichetti).
 
ore 20.00 Incontro moderato da Luca Martera con Fausto Brizzi, Linda Brunetta, Roberto Faenza, Enrico Vaime
 
a seguire Signore e Signori, buonanotte di Aa.Vv. (1976, 117′)
Durante il telegiornale giornaliero, vengono mandati in onda quattordici servizi di cronaca e malcostume, che mettono in risalto i più grandi problemi della società italiana. «Allora non piacque molto. Fracassone, pesante, goliardico. Invece il suo culto è cresciuto negli anni. È un delirante, vivissimo ritratto dell’Italia degli anni ’70 e di quella che sarebbe diventata negli anni ’80, a cominciare proprio dalla sua voce patronale, la tv» (Giusti).
 
sabato 4
ore 17.00 Ginger e Fred di Federico Fellini (1985, 127′)
«Fellini ha fatto un film della maturità alla maniera dei grandi comici: prevale la malinconia, ma il carattere visionario non s’è perso (se il protagonista è come il Calvero di Chaplin, il quadro è un grottesco 1984 visto a posteriori col presentatore al posto del Grande fratello, il 1985 di Fellini). Si vedrà se la prima parte non sia troppo sottotono e prosaica rispetto allo splendore dell’esplorazione dentro il palazzo TV; ma va detto subito che Mastroianni è superbo, irripetibile (lo sguardo profondo di un disperato qualunque, ma anche di un alter ego poetico) e assai brava la Masina, opponendo all’omologazione televisiva la forza più antica della rispettabilità, della banalità più generosa. Forse, in un momento di buio ci daremo la mano» (Reggiani).
 
ore 19.20 Switch di Giuseppe Colizzi (1978, 98′)
«Si tratta […] di una storia pretestuale, nel senso che parte dal dato concreto del diffondersi del fenomeno delle Tv private per fare un discorso più vasto, attraverso le vicende di un gruppo di giovani che, come qualche anno fa, potevano creare un giornalino, oggi mettono in cantiere una televisione. È un modo come un altro di entrare in certi ambienti, di parlare dei giovani e dei loro problemi. E certo […] quello delle televisioni private è un ambiente fatto soprattutto di giovani, per i giovani si potrebbe dire. Perché, ad esempio, pur con tutta la voglia possibile di lavorare, quel giovane, sino a qualche anno fa poteva avere in mano una macchina da presa? Prima di raggiungere quell’obbiettivo passavano anni, anche perché la pellicola costa. Con le telecamere, e grazie a queste Tv private, tutto è diverso. Eliminato il costo della pellicola, c’è la possibilità per i giovani di lavorare, di fare, e credo che la maggior parte lavorino bene. Ecco un merito di queste emittenti: allevare giovani, creare dei veri protagonisti» (Colizzi).
 
ore 21.15 La decima vittima di Elio Petri (1965, 90′)
In una società tecnologica futura, non essendoci più guerre, l’aggressività viene scaricata attraverso la caccia all’uomo, nella quale vince chi totalizza dieci vittime. Marcello e Caroline sono entrambi a quota nove, l’uno dà la caccia all’altra giocando l’arma della seduzione e dell’amore. «La decima vittima era un film assai rischioso: tratto da uno dei migliori racconti americani di fantascienza, La decimavittima [La settima vittima] di Robert Sheckley, non pensavamo che potesse trovare una plausibile ambientazione italiana. Da noi la fantascienza è quella che può essere in un paese povero anche di scienza, tutta merce d’importazione: in Italia il futuro non è cominciato, siamo ancora alla liquidazione dei residui feudali; e quando vaticiniamo su ciò che accadrà dopodomani la fantasia resta al palo. Ogni precedente tentativo di “science fiction” indigena, compreso lo sfortunato Omicron di Gregoretti, era finito miseramente: e l’idea del nostro Petri alle prese con un tipico racconto newyorkese, legato alla crudele atmosfera della metropoli e impensabile sotto cieli non americani, non ci tranquillizzava affatto. E invece, vedere per credere, il film è di prim’ordine» (Kezich).
 
domenica 5
ore 17.00 Colpo di stato di Luciano Salce (1968, 105′)
La lunga lunga notte dello scrutinio elettorale del 1972 secondo le menti geniali di Salce e De Concini, che immaginano un’impennata imprevista dei voti conquistati dal partito comunista. Libero esperimento cinematografico figlio del ’68 italiano, seriamente danneggiato da una distribuzione a dir poco fantasma che ha portato alla sparizione quasi totale del film. Salce mischia una satira politica beffarda, quasi sempre lontana dagli schemi sicuri della commedia all’italiana del periodo, al cinema-verité, al film-inchiesta, al film nel film, al film corale (con tanto di coro greco a commentare i passaggi narrativi principali), frantumando la trama in un susseguirsi delirante di situazioni, avvenimenti, dinamismi. Prodotto dopo mille difficoltà con un budget ridotto lungo un anno di duro lavoro, Colpo di stato è certamente fra i film più ambiziosi e preziosi di Luciano Salce, da riscoprire urgentemente.
 
ore 19.00 CesareCadabra di Andrea Aurigemma, Fausto Brizzi, Alberto Vendemmiati (1994, 87′)
Uno speaker (Lello Bersani) ricorda Cesare Cadabra, sceneggiatore, scrittore, poeta, pittore, autore radiofonico ed altro ancora, personalità della cultura, protagonista della grande stagione del cinema italiano, inventore della tv verità, classe 1925, negli ultimi tempi, dopo alcune apparizioni televisioni (da Costanzo e Marzullo: si vedono puntate in cui era realmente presente Felice Andreasi), si è ritirato nella sua casa nel quartiere Prati, accudito da un’anziana signora, ormai vedovo. Un incubo ricorrente lo terrorizza (i suoi libri al rogo), segno di una fine imminente. Vorrebbe scrivere ancora qualcosa, ma non sa cosa, mentre il suo agente-factotum lo tormenta, ricordandogli gli impegni, le scadenze. Ma Cadabra pensa piuttosto a far ordine nella sua vita, mettendo a soqquadro la biblioteca personale, quei libri che lo hanno accompagnato e che ormai non servono più a nulla. Un giorno in un centro commerciale vede una telecamera e l’acquista. Il giorno dopo esce di casa e inizia a riprendere la realtà, come insegnava Zavattini, pedina le persone, osserva, colpisce, finché un gruppo di ragazzi, forse delusi di non essere ripresi da un operatore televisivo, gli strappano la telecamera e gliela portano via. Un vero e proprio film che avrebbe meritato un’uscita nelle sale, a conferma che anche in una scuola di cinema si può fare del bel cinema, con uno straordinario Felice Andreasi, one show man, in une delle sue più ispirate interpretazioni, ben spalleggiato da Carlo Colnaghi nella parte del barbone, o meglio, dell’uomo che vive (e non sopravvive) per strada.
 
ore 20.45 Joan Lui – Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì di Adriano Celentano (1985, 164′)
«Trash-cult-kolossal e totale disastro per Adriano Celentano, piccolo Kubrick dell’impresa alla sua ultima opera da regista. Un film sul ritorno di Cristo, interpretato da Celentano stesso, ai giorni nostri. […] Celentano voleva fare JoanLui da anni, ma i Cecchi Gori prendevano tempo. […] Già in fase di riprese scoppia l’inferno. Le decine di ballerine e ballerini chiamati dall’America per il primo musical italiano stanno settimane senza far nulla a Roma e pesano sul budget. Il Maestro non riesce a controllare il proprio film, che deve essere in sala in tutta Italia il 25 dicembre, giorno della nascita del vero Lui. Per abbreviare i tempi di montaggio i produttori, alla fine, tolgono di mano i rulli del premontato a Celentano e li fanno stampare in stabilimenti diversi. Tre elicotteri e quattro aerei portano in tutta Italia le pizze del film a poche ore dal primo spettacolo. Joan Lui esce in una versione di quasi tre ore […]. È un disastro, i critici ci sguazzano, il pubblico fugge. Celentano chiede in tutti i modi di poter rimontare il film. I Cecchi Gori hanno preparato una versione più corta, due ore circa, a insaputa del Maestro e stanno già facendo il cambiamento delle pizze in sala. […] Scoperta la sòla grazie a una soffiata di un fan, Celentano chiede il sequestro immediato del film e dieci miliardi di danni ai Cecchi Gori per avergli rovinato l’opera d’arte e la reputazione. […] Grazie all’interesse di Felice Laudadio è stato riproposto a Milano nell’agosto 1996 in edizione integrale. Forse era davvero un capolavoro» (Giusti).
 
martedì 7
ore 16.30 Toby Dammit di Federico Fellini (ep. di Tre passi nel delirio, 1967, 44′)
«Fellini e Zapponi stravolgono completamente il personaggio di Toby, nel racconto un brutto ceffo malfidato e losco, scommettitore accanito per vizio e per abitudine […]. Ne fanno un divo, ammirato e coccolato, gli danno il volto angelico di Terence Stamp, e lo plasmano in modo da aggiungerlo alla galleria dei protagonisti felliniani. […] Esibito, usato, sballottato da un set all’altro, costantemente fuori fuoco, confuso, ebbro. Come se l’unico modo per interagire con la (o per sopravvivere alla) realtà in cui è precipitato sia una perenne alterazione sensoriale. Toby non interagisce se non attraverso la catalogazione passiva del suo sguardo, che registra orrori su orrori facendo da filtro per lo spettatore. […] È stupido, è ottuso. È venuto a Roma solo perché gli hanno promesso una Ferrari, con cui si schianterà perdendo la testa. Il suo patto col diavolo è quello: la bambina che reclama il pegno è solo l’utilizzatrice finale, tutti gli altri sono complici e artefici della sua rovina» (Curti). Nel 2008 la Cineteca Nazionale ha realizzato, con la supervisione di Giuseppe Rotunno, il recupero cromatico dell’episodio Toby Dammit.
 
a seguire Guglielmo il dentone di Luigi Filippo D’Amico(ep. de I complessi, 1965, 37′)
Leggendario, invece, e a ragione, l’ultimo episodio, in cui Alberto Sordi impersona magistralmente uno dei personaggi più famosi della nostra commedia: Guglielmo il Dentone, petulante e invadente video-giornalista. Si tratta di una caratterizzazione riuscitissima, spalleggiata da un bravo Franco Fabrizi nella parte del “pretendente al posto” super-raccomandato. Sordi riempie il video col suo faccione e ci delizia con i suoi torrenziali discorsi, strappando risate e consensi» (Davinotti).
 
a seguire L’oppio dei popoli di Dino Risi (ep. de I mostri, 1963, 8′)
Una giovane signora annoiata riceve l’amante in casa mentre il marito assiste come ipnotizzato all’intero programma serale della televisione, tanto da non rendersi minimamente conto della presenza del rivale a pochi metri da lui.
 
a seguire Il testamento di Francesco di Dino Risi (ep. de I mostri, 1963, 2′)
Un uomo dall’aspetto molto curato e dal linguaggio forbito è seduto nella sala trucco di uno studio televisivo e tormenta il truccatore esigendo, con pretesti logorroici, continui ritocchi al suo maquillage. Una volta in onda lo si scoprirà essere un frate intento a predicare contro la vanità all’interno di una rubrica religiosa.
 
a seguire La bomba alla televisione di Luigi Zampa (ep. di Contestazione generale, 1970, 28′)
Riccardo, regista d’avanguardia, ha ricevuto l’incarico dalla televisione di girare un servizio sulla contestazione in modo moderno e rivoluzionario. Il giorno della proiezione, davanti agli increduli dirigenti della tv, il servizio risulta talmente sconcertante che i funzionari non sanno come comportarsi, anche perché si è sparsa la voce che l’autore sia stretto parente di un’alta personalità. Scoperto che questo non risponde a verità, il servizio non va più in onda.
 
a seguire Isole di Nanni Moretti (ep. di Caro diario, 1993, 38′)
«Vado a Lipari a trovare Gerardo. Troppo traffico, troppa confusione: non riesco a scrivere il mio film. Andiamo a Salina. Durante il viaggio Gerardo guarda la televisione. Salina è dominata dai figli unici. Lasciamo Salina per Stromboli. Il sindaco. Andiamo in giro con l’ape. Sul cratere del vulcano chiedo notizie di Beautiful a degli americani. Andiamo a Panarea. Subito ripartiamo per Alicudi» (Moretti).
 
ore 19.30 Reality di Matteo Garrone (2012, 115′)
«II primo di tutti i reality? La famiglia. Luciano (il detenuto-attore Aniello Arena, strepitoso), pescivendolo e piccolo truffatore napoletano, sogna il reality con la maiuscola, il Grande Fratello, ma già lo vive a casa sua. Grand Prix a Cannes, Reality inquadra l’odissea di Luciano, che nell’attesa ossessiva di entrare nella Casa esce fuori di testa. Con stile umanista, denuncia in fuoricampo e metronomo tra miseria (sociale) e nobiltà (televisiva), Garrone mostra come il reality sia oggi modus vivendi, format esistenziale: non è più la società dello spettacolo di Debord, ma lo spettacolo della società. Reality o realtà? Da vedere» (Pontiggia).
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