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Orizzonti 1960-1978: Paolo Brunatto, Augusto Tretti, Axel Rupp
21 Marzo 2012 - 21 Marzo 2012
Questo mese tre autori molto diversi tra loro. Accomunati da uno sguardo irregolare, creatori di mondi (Augusto Tretti), riprendendo magari la realtà per trasfigurarla in un’originale sperimentazione visiva (Paolo Brunatto) o per immergersi completamente rinnovando dal di dentro il linguaggio del documentario, eliminando, al pari di Vittorio De Seta, qualsiasi inutile voce off, facendo parlare il ritmo, i suoni, i rumori, i volti (Axel Rupp). Tre visioni marginali per tre autori dalle filmografie irregolari. La carriera di Tretti, ad esempio, è racchiusa in un pugno di film (3 e ½: La legge della tromba, Il potere, il film su commissione Alcool e il mediometraggio per la Rai Mediatori e carrozze), si dispiega in un lasso di tempo molto ampio, 25 anni (e anche oltre, se consideriamo i progetti irrealizzati). Il più originale e stravagante regista italiano, apprezzato e ammirato da Fellini, Flaiano, Antonioni, Olmi, Tretti rientra, come ha scritto Gian Piero Brunetta, nell’ideale capitolo “i cineasti in esilio del cinema italiano». Più ricca e variegata appare la filmografia di Paolo Brunatto, eterogenea perché si passa volentieri da visioni underground a sguardi overground (le inchieste, le interviste televisive, ma anche le serie tematiche come I clandestini del cinema italiano o Schegge di utopia). Più misterioso di tutti, non come filmografia ma come biografia, è Axel Rupp che si accosta al cinema lavorando sul set de I magliari di Francesco Rosi, per poi proseguire sempre dalla fine degli anni Cinquanta come documentarista, a volte in coppia con Mario Carbone, attento nell’indagare realtà dimenticate (la Lucania, la Carnia…) ma anche a registrare i respiri anonimi di non luoghi metropolitani (la stazione Termini di Roma, la City di Londra, alcune strade di Tokyo…). Alterna la sua carriera di regista a quella di fotoreporter per importanti e prestigiose riviste internazionali. Recentemente si sono perse le sue tracce. Adriano Aprà nel catalogo da lui curato, insieme con Stefania Parigi, Viaggio in Italia. Gli anni 60 al cinema, ha scritto un’importante riflessione su Rupp, che coglie appieno lo spirito di diversi autori presenti nella retrospettiva Orizzonti 1960-1978: «Cortometraggio e televisione, e documentario in genere, sono i parenti poveri del “grande cinema”, quello di fiction e di lungometraggio: questo è il fatto. Soprattutto in Italia. Se i film, tutti i film (e oggi anche i video) – le immagini (sonore) in movimento – venissero posti sullo stesso piano, a prescindere dalla loro eco al momento in cui sono stati visti per la prima volta, si potrebbe e dovrebbe riscrivere la storia del cinema. […] L’artificioso e assurdo modo di produzione dei cortometraggi, il pregiudizio negativo (tutto italiano) nei confronti del documentario, il modo etereo della diffusione televisiva (prima della videoregistrazione) non bastano a giustificare la pigrizia che noi critici e storici abbiamo avuto verso questi parenti poveri, e che a volte ha assai gravemente limitato la valorizzazione, quando non addirittura la carriera, di molti autori di cinema, che sono stati marginalizzati contro la qualità di ciò che facevano. E se la qualità non interessa, si pensi almeno al valore di documentazione che questo materiale “marginale” offre, e che spesso è unico rispetto al parallelo cinema di fiction». Per una controstoria del cinema italiano. Su diverso formato.
 
ore 17.00
Vieni, dolce morte (dell’ego) (1967-1968)
Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 55′
«Il film che non volle essere un “film”, ma una “non-fiction” creativa e liberata, fu realizzato nel 1967/68 durante un viaggio di 9 mesi (come la gestazione di un bambino) da Roma a Kathmandu, attraverso la Grecia, Turchia, Iran, Pakistan e India (e ritorno), a bordo di un pulmino Volkswagen, che era appartenuto al leggendario Living Theatre. La protagonista assoluta del mio non-film è Poupée Cozzi Brunatto, compagna di una vita. Filmare per vivere, per respirare, per contemplare l’illusorietà di tutte le cose e anche delle emozioni. Il riconoscimento della dimensione onirica dell’esperienza esistenziale. Viaggio interiore, dove i luoghi attraversati, le persone, le cose, sono cause secondarie che riconducono incessantemente la visione ad un’esperienza spirituale, che ha come focus la folgorante scoperta della vacuità dell’ego» (Brunatto).
Versione con accompagnamento musicale di Vittorio Santoro
 
a seguire
Tak! (1968)
Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 45′
«Intitolai il mio film: TAK!, che in danese significa grazie, per ringraziare gli studenti della scuola di cinema di Copenhagen, che mi regalarono le bobine di pellicola 8 mm, con le quali realizzai la mia operetta. La struttura di TAK!: 12 segmenti filmati, che sono come 12 canzoni di un LP ma visive. Infatti, i vari capitoli di TAK! li chiamai “canzoni visive”. Il mio modo filmico di raccontare, con TAK!, divenne meno informale e astratto ma più figurativo e naif. Meno beatnik e più hippy. Il tema del racconto è sempre il viaggio ma questa volta in Europa: Firenze, Londra, Copenhagen e Formentera. Ancora una volta un film on the road, dove si intensificano gli omaggi agli amici, i ritratti. E nel quale la protagonista assoluta è: Poupée Cozzi Brunatto» (Brunatto).
 
a seguire
Oserò turbare l’universo? (1969)
Regia, fotografia, montaggio: Paolo Brunatto; durata: 28′
«Il viaggio, iniziato in India 2 anni prima, giunge al termine: una casa colonica in Toscana. I due viaggiatori: Poupée e Paolo decidono di “riposarsi” in campagna e lì cominciano a scoprire il gusto dell’autoanalisi e della contemplazione. L’esperienza indiana dà i suoi frutti e la saggezza taoista viene loro in soccorso. I due protagonisti cercano di scoprire (non ridete) il senso della vita. In Oserò turbare l’universo? riaffiora l’ossessione del ritratto della musa: Poupée. Sfortunatamente la prima parte del film (che era in 2 parti) è andata perduta durante un viaggio dal Sud America all’Europa» (Brunatto).
 
ore 19.30
Il potere (1971)
Regia: Augusto Tretti; soggetto e sceneggiatura: A. Tretti; scenografia: Giuseppe Raineri; musica: Eugenia Manzoni Tretti; montaggio: Giancarlo Raineri; interpreti: Paola Tosi, Massimo Campostrini, Ferruccio Maliga, Giovanni Moretto, Diego Peres, A. Tretti; origine: Italia; produzione: Aquarius Audiovisual; durata: 81′
«Il potere è una rappresentazione didattica e grottesca della tirannia attraverso i secoli, dall’età della pietra a oggi: rivisita l’antica Roma, gli stermini perpetrati a danno dei pellerossa, il fascismo e gli anni che prelusero alla dittatura mussoliniana. Non c’è trama e non è il caso di dolersene. Sono ricchi a tener banco e a menar randellate sulla povera gente e sui suoi difensori (Argentieri). Il potere è un’opera di poesia, che dell’assunto politico fa la base per la realizzazione di una straordinaria “commedia dell’arte” cinematografica, la prima, forse, commedia dell’arte che possa ricordarsi nella storia del cinema italiano» (Bendazzi).
 
ore 21.00
The City (1961)
Regia: Axel Rupp; fotografia: A. Rupp; consulenza artistica: Walter Dorin; montaggio: Sergio Muzzi; origine: Italia; produzione: Topazio Film; durata: 8′
La City vista nella sua quotidianità: il traffico, i vigili, i passanti. Volti, corpi, suoni, rumori. The City ovvero quando il documentario esce finalmente dai suoi condizionamenti (testo, voce narrante, dimostrazione e tesi) per immergersi nel libero fluire dell’esistenza. «Se vogliamo fare un cinema, intimista, moralista, sociale, ecc. bisogna coerentemente muoversi su questo piano […]. Piuttosto che realizzare film che non si sentono, è meglio andare a vendere stoffe» (Rupp).
 
a seguire
Il respiro (1964)
Regia: Axel Rupp; fotografia: A. Rupp; musica: Egisto Macchi; montaggio: Liliana Lombardi; origine: Italia; produzione: Topazio Film; durata: 8′
Dalle didascalie iniziali: «Immagini della folla 18-19-20 giugno 1964 davanti alla Stazione Termini – Roma». Campi lunghi e primissimi piani atti a filmare volti e corpi immersi nella folla di una giornata tipo alla Stazione Termini di Roma. Una sorta di “come eravamo” attraverso gli sguardi spesso assorti e tristi della gente comune. Solitudine tra la folla. «A mio avviso il problema della produzione è analogo a quello dell’autore; cioè l’autore deve trovarsi il suo produttore. […] Si tratta di combattere con le nostre forze; questo è il punto […]. Io non mi interesso di ciò che deve dire un autore o un altro, perché un autore può dire il contrario di quello che dico io […]. Non m’interessa che uno sia intimista e un altro sociologo… Ma se uno fa l’intimista, pestando l’acqua nel mortaio, allora io dico: non m’interessa» (Rupp).
 
a seguire
Contrada alta (1961)
Regia: Axel Rupp; fotografia: A. Rupp; montaggio: Pino Giomini; origine: Italia; produzione: Roberto Nasso; durata: 9′
«All’epoca, ogni mio documentario era una ricerca, sia stilistica che contenutistica. Contrada alta forse fa un poco eccezione. In quanto ritengo che non c’è niente di rivoluzionario in un montaggio alternato (a parte l’assenza di musica e parlato, insolita per un documentario di quell’epoca). Ma mi serviva a esprimere più direttamente i contenuti, cioè descrivere una povera contrada, ignorata e oscura attraverso il contrasto con un modo indifferente: una contrada solitaria a poche centinaia di metri in linea d’aria dalle grandi arterie della Mitteleuropa. Chi vi transita accanto non la vede. Il tentativo era: lasciare tutto all’immagine» (Rupp).
 
a seguire
Come scorrono i giorni (1962)
Regia: Axel Rupp; fotografia: A. Rupp; musica: Chet Baker; durata: 9′
Cartello iniziale dopo i titoli di testa: «In certi paesi del Meridione il tempo ha una misura antica; giorno dopo giorno, con un ritmo solenne e crudele, si avvicendano le epoche della vita. E, tra la vita e la morte, il lavoro (come un destino) senza senso. Queste immagini ci parlano di Aliano, il paese di Cristo si è fermato a Eboli». Il primitivismo. La vita sociale di un piccolo paese sperduto sulle note malinconiche di Chet Baker, intervallate da suoni naturali, risate di bambini, prediche in latino.
 
a seguire
Braccianti (1963)
Regia: Axel Rupp; fotografia: A. Rupp, Antonio Cerra; musica: Dante Alderighi; montaggio: Luciano Cavalieri; origine: Italia; durata: 9′
Il documentario descrive la giornata di un bracciante e della sua famiglia in Lucania e, in particolare, in una delle zone più depresse, Aliano. Un lungo flusso di suoni, colori, immagini fuori dal tempo, lontani dal progresso economico e sociale. Soltanto alla fine una voce fuori campo commenta: «Questa è la campagna di Aliano. Qui, confinato nel 1935, Carlo Levi scrive il suo libro di denuncia. Oggi dopo quasi trent’anni questa gente sopravvive nella secolare dimenticanza».
 
a seguire
Ia Orana (1971)
Regia: Axel Rupp; soggetto, sceneggiatura e fotografia: A. Rupp; collaborazione artistica: Nevio Sagnotti; musica: Carlo Bixio; canzoni polinesiane: Yves Roche; montaggio: Luciano Cavalieri; interpreti: Jan Paul, June, Melba, Siki, Prune, Henry; origine: Italia; produzione: Prora; durata: 80′
L’unico lungometraggio diretto da Axel Rupp è un inno alla cultura primitiva della Polinesia, a un paradiso terrestre lontano dalla cosiddetta civiltà dei consumi. Ogni immagine richiama insistentemente il dipinto di Paul Gauguin, Ia Orana Maria (Ave Maria). Misconosciuto docufiction in cui gli “attori” interpretano se stessi, ripresi nella loro quotidianità: la dura lotta per la sopravvivenza (indimenticabili le sequenze della pesca) ma anche una gioia di vivere ormai sconosciuta al mondo “civilizzato”. Il film è conosciuto anche come Tahiti, sexy paradise, forse per far passare il film come un tardo epigono degli anonimi prodotti sexy esotici degli anni Sessanta. Mai titolo fu più fuorviante di questo.
 

 

 

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