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Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori. Il cinema del Medioevo
Casa del Cinema, Roma, largo Marcello Mastroianni 1, Villa Borghese - 12 Luglio 2021 - 16 Settembre 2021

In apertura della rassegna, il 12 luglio, sarà presentato il nuovo numero di «Bianco e Nero» dedicato a Cinema e Medioevo

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori. Il cinema del Medioevo 12 luglio – 16 settembre Roma, Casa del Cinema, Arena Ettore Scola

Con la pubblicazione del n. 600 di Bianco e nero dedicato al rapporto tra cinema e Medioevo, curato da Franco Cardini, Riccardo Facchini e Davide Iacono, la Cineteca Nazionale non poteva lasciarsi scappare un’occasione così imperdibile, ovvero una rassegna che facesse vedere come il cinema italiano abbia interpretato, letto, immaginato quel particolarissimo periodo storico, profondamente letterario, costituito anche da icone mitiche: i cavalieri e gli amori cortesi verso dame angelicate, eremiti in estasi mistica, ma anche orribili e pericolose streghe, o misteriosi delitti avvenuti in labirintici conventi. Il sacro e il profano. Eros e Thanatos. Ma questa rassegna ha anche l’ambizione di tradurre in immagini in movimento da una parte i nostri sogni infantili nati sulle pagine di qualche libro illustrato del bel tempo che fu – chi di noi non ha sognato di essere un coraggioso ed errante cavaliere?! – dall’altra di essere supporto visivo a questo argomento affascinante e intramontabile, come i lettori e i tantissimi appassionati avranno modo di constatare sfogliando le pagine di questo nuovo Bianco e nero. Perché, come scrive Franco Cardini nella sua Postfazione, «sono molte le opere pittoriche medievali che rappresentano scene e racconti giocando sull’accostamento di figure statiche le quali, ordinate in sequenza, si animano fino a narrare una storia. È il “cinema medievale”, che a volte si anima invece nel racconto “teatrale” delle Sacre Rappresentazioni e delle cerimonie. […] Non tutta la storia è solo cinema, certo; né il cinema è solo storia. Ma della storia il cinema è da oltre un secolo un cliente privilegiato, e il loro rapporto si è ulteriormente dilatato – da noi fino dagli Anni Cinquanta del secolo scorso – nelle varie forme, documentarie o narrative, del “racconto” storico. Un capitolo a parte di questa complessa vicenda, e al quale forse fino ad oggi non si è prestata sufficiente attenzione, potrebbe essere altresì quella del cinema come “supporto didattico” all’insegnamento della storia; o, ancora, del “documentario storico” in quanto genere affine al racconto filmico».

La rassegna Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori. Il cinema del Medioevo viene organizzata anche grazie alla collaborazione di alcuni aventi diritto, ai quali va il nostro ringraziamento più sentito: Alberto Grimaldi, Cinemaundici, Cristaldifilm, Duea Film, Istituto Luce Cinecittà, Rai Cinema, Stemal Entertainment, Titanus.

Il numero di Bianco e nero è disponibile nel nostro bookshop.

Lunedì 12 luglio ore 21.00 Presentazione Bianco e nero, n. 600 Cinema e Medioevo, con Franco Cardini, Riccardo Facchini, Davide Iacono, Felice Laudadio e con un intervento video di Pupi Avati a seguire Magnificat di Pupi Avati (1993, 95’) «È, a parer mio, un bellissimo film, il migliore tra gli italiani di questa stagione, uno dei più belli degli ultimi anni, il risultato più alto nella ventennale carriera di Pupi Avati […]. Il film intreccia una mezza dozzina di storie cui fa da filo conduttore l’itinerario del boia Folco, esecutore di giustizia (l’intenso Arnaldo Ninchi) e del suo giovane assistente, e che convergono a Malfole, all’abbazia della Visitazione» (Morandini). «Volevo rappresentare attraverso una serie di quadri e di personaggi gli elementi di quella società: la fede e la violenza. A quel tempo le pratiche spirituali convivevano con la violenza di tutti i giorni. Nel mio racconto si mescolano dunque le esecuzioni dei boia, l’ingresso di un’oblata in un monastero, le ultime ore del signore del posto, un matrimonio. Su tutto regna il silenzio di Dio, un silenzio che a quel tempo non era motivato dall’assenza, come accade oggi» (Avati).

Giovedì 5 agosto ore 21.00 Il nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud (1986, 132’) «Dal romanzo (1983) di Umberto Eco: nel 1327 – sei anni dopo la morte di Dante Alighieri – in un’abbazia benedettina dell’Italia del Nord in sette giorni si succedono sette morti violente. Il francescano Guglielmo di Baskerville, giunto all’abbazia col novizio Adso de Melk, cerca di scoprire il colpevole e il movente. Da un romanzo metafisico d’indagine, basato su un parodico e labirintico gioco d’incastri, mascheramenti, citazioni, parafrasi e rapporti intertestuali, s’è cavata una costosa macchina (illustrativa) da grande spettacolo che funziona: mostra molto e dice qualcosa sullo sfondo di un Medioevo gotico più che romanico con un retrogusto di anticlericalismo grezzo che tradisce la colta ironia di Eco» (Morandini).

Giovedì 19 agosto ore 21.00 L’armata Brancaleone di Mario Monicelli (1966, 120’) Nel Medioevo un gruppo di sbandati entra in possesso di una pergamena che li rende proprietari del feudo di Aurocastro nelle Puglie. Guidati da Brancaleone, si mettono in marcia incorrendo in mille traversie. Film epocale, «pirotecnico nelle trovate (la lingua postlatina-viterbese, i costumi di Piero Gherardi, i colori di Carlo Di Palma, la musica di Carlo Rustichelli, i titoli animati di testa e di coda di Gianini e Luzzati), è una delle punte più alte del cinema popolare italiano, un autentico capolavoro di fantasia e avventure farsesche» (Mereghetti). Il «geniale impasto di vari dialetti al quale gli sceneggiatori Age e Scarpelli sono riusciti a dare una patina antica» (Kezich) è degno di approfonditi studi filologici.

Giovedì 26 agosto ore 21.00 Maraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani (2015, 120’) «II film […] recupera l’operazione fatta da Boccaccio sulla narrativa medioevale, che rielabora per dare forma ai nuovi valori di una borghesia laica e orgogliosa, e insieme sfrutta la ricostruzione della peste a Firenze (che i tanti Decameron passati espungevano) per ribadire la forza della narrazione come antidoto alla contaminazione dei tempi. Un doppio percorso, che rischia di sembrare in contraddizione ma che risponde invece al modo di filmare dei Taviani, attenti a definire una forma che metta in discussione la sua efficacia per rimandare al “brutto” lasciato fuori campo dopo la fuga dalla Firenze appestata. In questa logica si giustificano e si spiegano l’eleganza essenziale e geometrica degli ambienti e quella colorata e vitale dei costumi, la contraddizione tra i volti sconosciuti dei dieci giovani fuggiti in campagna e diventati narratori e quella dei visi celebri dei personaggi delle novelle […] e soprattutto uno stile di riprese controllato, che rimanda alla rappresentazione pittorica (pre)rinascimentale, fatta di eleganza e geometria. Per offrire allo spettatore un percorso capace di ribadire la bellezza e l’utilità del fare artistico e insieme sottolineare la forza vivifica dell’amore (e della donna)» (Mereghetti).

Giovedì 2 settembre ore 21.00 Il soldato di ventura di Pasquale Festa Campanile (1976, 111’) «Ne Il soldato di ventura gli straccioni guidati da Ettore Fieramosca a sfidare i francesi a Barletta non sono tanto simbolo della rivalsa italiana rispetto agli odiati francesi (come nel precedente film di Blasetti, Ettore Fieramosca, dedicato alla disfida, in cui si sovrapponeva alla storia la retorica fascista), quanto della ribellione degli umili ai soprusi dei potenti» (Pergolari).

Giovedì 9 settembre ore 21.00 I cavalieri che fecero l’impresa di Pupi Avati (2001, 147’) «Pupi Avati coltiva una predilezione per il Medioevo, come ha già dimostrato con Magnificat. Se quello era un film sommesso, però, nello spirito della microstoria alla Braudel, I cavalieri che fecero l’impresa è invece un kolossal con combattimenti e scene di grande respiro. I riferimenti di Avati vanno dal ciclo di Re Artù alla “heroic fantasy”, compresa una spruzzatina di horror. Di quando in quando il regista entra nel cuore del fantastico, da sempre uno dei suoi generi prediletti. Sorprende la capacità di dirigere scene d’azione, di coordinare un cast multinazionale e di creare una leggenda: specie in un cinema come il nostro, da decenni refrattario a questo tipo d’impresa» (Nepoti).

Giovedì 16 settembre Sala Deluxe ore 21.00 Il Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971, 110’) «Dal Decameron (1349-53) di G. Boccaccio Pasolini ha tratto 7 novelle, tutte ambientate a Napoli e dintorni; le ultime sono intercalate dalla storia di un allievo di Giotto (lo stesso Pasolini) che deve affrescare le pareti della chiesa di Santa Chiara. Della cosiddetta “trilogia della vita” (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte), è il film più trascinante, ilare e lieto. Come gli altri due, ha al centro l’esaltazione di una felicità e di una vitalità – che è soprattutto sesso – idealizzate e astoriche in cui un’incombente presenza di morte ricorda, secondo moduli di tradizione decadentistica, che la conciliazione è impossibile. Perciò c’è chi (L. Miccicché) – collegando i tre film a Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) – ha parlato di “tetralogia della morte”. Orso d’argento al Festival di Berlino, fonte in Italia di roventi polemiche (a destra per le offese al “comune sentimento del pudore”, a sinistra per il suo disimpegno ideologico), incassò sul mercato italiano più di 4 miliardi, cifra da primato, scatenando un’orda di imitazioni che costituirono un filone a parte» (Morandini).

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