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Gianni Amelio e l’innocenza del cinema
24 Marzo 2012 - 26 Marzo 2012
Gianni Amelio è uno di quei cineasti che è riuscito a vedere più avanti di molti suoi colleghi. Nel 1994 fu infatti il primo ad analizzare l’immigrazione in Italia come un complesso fenomeno etnico, culturale e politico. Il risultato di questa profezia fu quell’intenso dramma visionario chiamato Lamerica (1994). All’inizio degli anni Ottanta fu tra i pochi a comprendere che il terrorismo portava come conseguenza nefasta conflitti all’interno della famiglia, tra padri e figli (Colpire al cuore, 1982). Ed è sempre stato tra i primi a riflettere su quello strano paese chiamato Cina, ricco ed invadente e al contempo contradditorio a livello sociale perché ancora diviso tra ricchissimi e poverissimi (La stella che non c’è, 2006). Fondamentale è però anche comprendere l’entità dello sguardo di Amelio nei confronti di ciò che riprende, che è innocente, come scriveva Maurizio Grande, perché riparte da zero, «rianimato dalle “cose” e dalle immagini primarie che si formano in una visione che domanda perché dona; una visione non infarcita di riproduzioni e di stereotipi della registrazione automatica. Innocenza dello sguardo non-innocente, ovvero stile e morale di un diverso vedere, e di un diverso far-vedere (non solo “mostrare”) allo spettatore. […] Credo che Amelio abbia cercato lungo tutta la sua opera questa immediatezza che diventava stile, questa morale della forma che era energia del cinema. Innocenza non-innocente: una innocenza che metteva in questione la sua difficoltà a esserlo, perfino la sua impossibilità. Di qui nasce lo stile dell’anti-spettacolo, e perfino uno sguardo che può sembrare al servizio della realtà, mentre è la realtà che suggerisce allo sguardo il suo stile». Non è un caso che Il ladro di bambini si apra proprio sullo «sguardo non-innocente di un bambino forse innocente» (sempre Grande), che è anche la chiave per comprendere che tipo di sguardo il cinema può adottare oggi. Mentre gli occhi del giudice di Porte aperte (1990) sono rivolti sul niente, leggermente al di sotto dello sguardo degli altri, incluso quello della macchina da presa, per suggerire la consapevolezza non-innocente di chi ha creduto d’essere innocente. Ma il cinema di Amelio è anche una mappa di frontiere fra passato e presente generazionali: c’è un fil rouge nella filmografia del regista, e cioè lo scontro-incontro tra giovani e adulti e il viaggio come metafora se non proprio di crescita, di mutamento interiore. «Io ho raccontato di figli che non erano figli ma era come se lo fossero, o di figli che erano figli, ma qualcuno non li riconosceva. […] La famiglia “giusta” è quella inventata, trovata strada facendo, i cui componenti si sono scelti, e allargata a nipoti e parenti vari che non sono considerati per i loro ruoli. […] Nei miei film, i padri reali sono padri che a volte ti abbandonano, anche quando sono presenti» (Amelio).
 
sabato 24
ore 17.00
Off Roma (1972)
Regia: Gianni Amelio; interprete: Giuseppe Lorin; origine: Italia; produzione: Arsenal Cinematografica; durata: 11′
Documentario sull’attività della compagnia Teatro Lavoro di Valentino Orfeo nel quartiere Testaccio a Roma.
 
a seguire
Colpire al cuore (1982)
Regia: Gianni Amelio; soggetto e sceneggiatura: G. Amelio, Vincenzo Cerami; fotografia: Antonio Nardi; scenografia: Marco Dentici; costumi: Lina Nerli Taviani; musica: Franco Piersanti; montaggio: Anna Napoli; interpreti: Jean-Louis Trintignant, Fausto Rossi, Laura Morante, Sonia Gessner, Laura Nucci, Vanni Corbellini; origine: Italia; produzione: Antea Cinematografica, Rai; durata: 109′
«Gianni Amelio riprende la questione padri-figli al centro de La tragedia di un uomo ridicolo per declinarla nell’incomunicabilità tra un ex partigiano (Jean-Louis Trintignant), professore all’università di Milano con frequentazioni nell’ambiente della lotta armata, e il figlio quindicenne, un giovane anagraficamente già fuori dalla generazione dei terroristi, ma che a questa è costretto a rapportarsi per tentare di comprendere il padre e la realtà plumbea che lo circonda» (Uva). «Io vorrei che lo spettatore si ponesse degli interrogativi su ambedue le figure, probabilmente più su quella del figlio che su quella del padre. Il mio approccio al film nasce appunto dall’essermi posto, alternativamente, di fronte a tutti e due. Ho cercato di mettermi nei panni del figlio per capire il padre e, viceversa, in quelli del padre per capire il figlio. Il padre coglie le reazioni del figlio, in maniera fin troppo lucida, razionale; mentre il figlio non capisce affatto il comportamento del padre. Il ragazzo ha quindici anni e, paradossalmente, ha più certezze del padre, o, almeno, gli sembra averle» (Amelio).
 
ore 19.15
I ragazzi di via Panisperna (1989)
Regia: Gianni Amelio; soggetto: G. Amelio, Vincenzo Cerami; sceneggiatura: G. Amelio, Alessandro Sermoneta; fotografia: Tonino Nardi; scenografia: Franco Velchi; costumi: Lina Nerli Taviani; musica: Riz Ortolani; montaggio: Roberto Perpignani; interpreti: Andrea Prodan, Ennio Fantastichini, Michele Melega, Giovanni Romani, Alberto Gimignani, Giorgio Dal Piaz; origine: Italia/Germania; produzione: Urania Film, Rai, Betafilm; durata: 125′
«Volutamente “infedele” sul piano della verità psicologica ma scientificamente obbediente al rapporto di causa ed effetto (la prima reazione nucleare dell’atomo fu il primo capitolo della storia della bomba atomica) il regista Amelio racconta in I ragazzi di via Panisperna, dalla strada dove sorgeva, negli anni ’30, l’Istituto romano di Fisica, le giornate molto particolari vissute nel ’34 da un gruppo di studenti e dal loro professore. Più sentimentale che brechtiano, anche se i rimandi vanno proprio a un certo attualissimo teatro che si chiama Vita di Galilei, I fisici o Il caso Oppenheimer, il film di Amelio racconta gli scherzi, le ripicche, le avventure e i sentimenti di questi “ragazzi” che fecero il primo passo di una scoperta che avrebbe cambiato segno alla morale del mondo» (Porro). «Il film nasce in modo abbastanza composito, cioè sono due film, che cercano di camminare insieme, di diventare tutt’uno. Forse il primo livello, quello della storia ufficiale, è quello più sacrificato, l’ho un po’ liquidato con il primo episodio proprio perché non sapevo affrontarlo, è proprio un mio difetto, o forse perché non mi interessava affrontare la vicenda da quell’aspetto pubblico, e l’ufficialità l’ho addirittura caratterizzata» (Amelio).
 
ore 21.30
Porte aperte (1990)
Regia: Gianni Amelio; soggetto: dal libro omonimo di Leonardo Sciascia; sceneggiatura: Gianni Amelio, Vincenzo Cerami, con la collaborazione di Alessandro Sermoneta; fotografia: Tonino Nardi; scenografia: Franco Velchi, Amedeo Fago; costumi: Gianna Gissi; musica: Franco Piersanti; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Gian Maria Volonté, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Renzo Giovampietro, Tuccio Musumeci, Silverio Blasi; origine: Italia; produzione: Erre Produzioni, Istituto Luce, Urania Film, in collaborazione con Rai; durata: 112′
«L’inizio è folgorante. Tre delitti in sequenza, messi in scena con pudore eppure carichi di violenza come nella miglior lezione della “freddezza” hitchcokiana. Due delitti in cui il gesto omicida è coperto dal corpo dell’assassino, quindi uno stupro in campo lunghissimo. Amelio non mostra i cadaveri, non indugia sui corpi. Preferisce, appunto, “raffreddare”. E concentrare poi la narrazione sulla violenza densa e compatta, ma – per così dire – impalpabile, che permea di sé i meccanismi inquisitori e i procedimenti giudiziari. Perché Porte aperte è una lettura dostoevskiana del tema del delitto e del castigo e, insieme, un amaro omaggio al coraggio della ragione, contro ogni conformismo etico e mentale. Se la sua civilissima perorazione contro la pena di morte ha la forza persuasiva di certi capolavori del passato (Furia di Fritz Lang, ad esempio), è poi soprattutto la razionalità pessimista con cui mette in scena la mostruosità dell’obbedienza e del consenso di massa che avvince e sconvolge» (Canova). «Il tema del film è in realtà anche questo: come si può essere fuorilegge all’interno di un sistema che invece la legge dovrebbe non solo applicarla ma viverla, come si scavalca la legge scritta per appellarsi a un tipo di morale che va al di là e al di sopra del codice. C’è un attacco al montaggio anche “ingenuo” in questo senso: Volonté che ha tra le mani il libro di Dostoevskij e a stacco il Presidente della giuria che porge ai giurati il codice penale. La giustizia vera sta in Dostoevskij forse e non nel codice penale che si deve far rispettare» (Amelio).
 
domenica 25
ore 17.00
Il ladro di bambini (1992)
Regia: Gianni Amelio; soggetto e sceneggiatura: G. Amelio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli; fotografia: Tonino Nardi, Renato Tafuri; scenografia: Andrea Crisanti; costumi: Gianna Gissi, Luciano Morosetti; musica: Franco Piersanti; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Enrico Lo Verso, Valentina Scalici, Giuseppe Ieracitano, Renato Carpentieri, Florence Darel, Marina Golovine; origine: Italia-Francia; produzione: Erre Produzioni, Arena Films, in collaborazione con Vega Film, Rai; durata: 115′
Un giovane carabiniere viene incaricato di accompagnare l’undicenne Rosetta, costretta dalla madre a prostituirsi, e il fratellino Luciano in un orfanotrofio di Civitavecchia, che però rifiuta di accoglierli. Il loro viaggio prosegue fino in Sicilia, facendo tappa a casa del carabiniere. «C’è un modo per controllare l’eccellenza di un autore. Bada a come chiude la narrazione. Ci possono essere, in precedenza, zone opache o limpide. Sottolineale, ma va oltre. È nel finale che le virtù di un regista rifulgono o si smarriscono. La sequenza conclusiva di Il ladro di bambini è quanto di più persuasivo si sia incontrato, da diversi anni al cinema; e non soltanto nell’italiano» (Bolzoni). «L’ultima scena rimanda forse al finale di L’avventura di Antonioni. Non solo figurativamente, perché anche quel film finisce con i due protagonisti seduti con uno che accarezza l’altro, ma nel senso che come nell’Avventura anche nel mio film quello è un gesto di riconciliazione» (Amelio). Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 1992.
 
ore 19.00
Lamerica (1994)
Regia: Gianni Amelio; soggetto e sceneggiatura: G. Amelio, Andrea Porporati, Alessandro Sermoneta; fotografia: Luca Bigazzi; scenografia: Giuseppe M. Gaudino; costumi: Liliana Sotira, Claudia Tenaglia; musica: Franco Piersanti; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Enrico Lo Verso, Carmelo Di Mazzarelli, Michele Placido, Piro Milkani, Elida Janushi, Sefer Pema; origine: Italia/Francia; produzione: Cecchi Gori Group Tiger, Arena Films, in collaborazione con Vega Film, Rai; durata: 128′
«Per due ore galleggiamo in un mondo da day after, avanziamo tra pioggia, fango e cemento, sgomitiamo tra masse di sopravvissuti che debordano dallo schermo. Le straordinarie luci spente di Luca Bigazzi non danno scampo, il formato ci costringe a un’ampiezza di visione che mai avremmo immaginato così dolorosa. Frammenti di dialogo ci indicano che siamo nel 1994. Ma sono dialoghi di una realtà deflagrata e scomposta: 1984 + 10, versione tricolore. Due faccendieri si precipitano come iene in Albania per spolparne la carcassa e fanno colazione in una fabbrica che sembra uscita da Schindler’s List. Sono soddisfatti: hanno trovato il prestanome che cercavano per la loro fantomatica “Alba calzature”. Sono soddisfatti, ma non hanno capito che il loro uomo è E. T. Non l’abbiamo capito subito nemmeno noi, ci è voluto del tempo per mettere insieme i pezzi.. Ma è proprio il disertore Spiro/Michela la chiave di volta del film di Amelio, capolavoro assoluto del cinema italiano postbellico» (Malanga). «Era parecchio tempo che volevo fare un film sull’emigrazione degli anni ’40, un film su mio nonno e mio padre che sono emigrati in Argentina a distanza di quindici anni l’uno e l’altro. Insomma alla fine il film sull’Albania è diventato anche un film sull’Italia di quarant’anni fa. E gli emigranti albanesi, che sognano di vivere nell’Italia di oggi, rammentano un’altra emigrazione, quella nostra, storica, verso le Americhe» (Amelio).
 

martedì 27
ore 17.00
Così ridevano (1998)
Regia: Gianni Amelio; soggetto e sceneggiatura: G. Amelio; fotografia: Luca Bigazzi; scenografia: Giancarlo Basili; costumi: Gianna Gissi; musica: Franco Piersanti; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Enrico Lo Verso, Francesco Giuffrida, Calogero Caruana, Roberto Marzo, Davide Negro, Giorgio Pittau; origine: Italia; produzione: Cecchi Gori Group Tiger; durata: 128′
«Un film, diciamolo subito, con due anime. La prima, che chiameremo un po’ rozzamente “sociale”, è il grande affresco popolare sui giovani del Sud che affrontavano il viaggio al Nord in cerca di lavoro; un tema che racchiude in sé le principali contraddizioni del nostro dopoguerra, e per il quale Amelio confessa di avere avuto come Bibbia il saggio di Goffredo Fofi L’emigrazione meridionale a Torino. Il secondo, che è invece estremamente intimo, è il rapporto fra i due fratelli Scoria, Giovanni e Pietro: e qui, dall’affresco si passa al ritratto in primissimo piano, grazie al quale Amelio scava con maestria in un’atmosfera familiare dove i silenzi contano assai più delle parole. Quando si parla di emigrazione e di fratelli, non può non venire in mente un titolo: Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Ma se quello di Visconti era un grande romanzo, forse il grande romanzo che la letteratura italiana di quegli anni non ha avuto, Così ridevano di Amelio sembra una raccolta di sei novelle in cui la scrittura non si lascia andare, non si distende, ma semmai si prosciuga, in un esasperato lavoro di taglio in cui ogni parola, ogni gesto debbono essere essenziali. […] Alla fine, Così ridevano è un film sull’amore fraterno e sull’espropriazione culturale di un popolo: un seguito ideale di Lamerica, e paradossalmente un’anticipazione a posteriore di Il ladro di bambini. Perché è in quegli anni, e in quella Torino, che comincia a nascere l’Italia devastata di quel bellissimo film» (Crespi). «Stavo scrivendo un altro soggetto con Cerami. Ma una mattina sono stato letteralmente invaso da questa storia di due fratelli. La verità è che ho dentro un carico di sentimenti enormi, a volte mi sembra di scoppiare. Anche autobiograficamente: io di fratelli ne ho tre; il primo ha sedici anni meno di me: quando è nato io ero già in partenza per Roma. Ci siamo ritrovati da grandi, ed è stata una bella emozione» (Amelio).
 
ore 19.15
Le chiavi di casa (2004)
Regia: Gianni Amelio; soggetto e sceneggiatura: G. Amelio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli; scenografia: Giancarlo Basili; costumi: Piero Tosi, Cristina Francioni; fotografia: Luca Bigazzi; musica: Franco Piersanti; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Pierfrancesco Favino, Alla Faerovich, Manuel Katzy; origine: Italia/Germania/Francia; produzione: Achab Film, Rai Cinema, Pandora Filmproduktion GmbH, Arena Films; durata: 111′
Liberamente ispirato a Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, il film è la storia di Gianni che ha perso la giovane moglie in sala parto mentre dava alla luce un figlio portatore di handicap. Da allora ha rifiutato di vederlo. Quindici anni dopo fa ritorno per accompagnarlo in Germania per una visita specialistica. Il viaggio e la permanenza in terra tedesca costituiscono per i due l’occasione per conoscersi e comprendersi. «Il ladro di bambini, doloroso e indignato, era col suo “viaggio in Italia” un atto di fiducia nell’Italia e nella possibilità di guardarla. Con Le chiavi di casa, invece, è come se Amelio si fosse ritratto da una realtà che non ama più. Il gelo di questo strano melodramma è tutto europeo. I luoghi non significano più niente, la Berlino del film è neutra, o vacuamente folclorica. Il mondo di fuori è una grottesca fiera di rattrappiti ballerini e cantanti della domenica, o squallidi programmi televisivi […]. Per un regista al cui fondo c’era sempre stata, tutto sommato, la fiducia rosseliniana nel rivelarsi del miracolo della realtà, si tratta di un’ammissione di sfiducia e sconfitta del cinema e della Storia, più nera del più nero pessimismo. […]Per raccontare l’oggi, scegliere il melodramma “caldo” o addirittura la tragedia sarebbe una mistificazione. E Amelio, con implacabile onestà, sente di non poter concedere al presente la statura del tragico, la tonalità e lo slancio del melodramma» (Morreale). «Il film è così semplice nel suo linguaggio, non vedi, non senti la macchina da presa pur vedendo gli attori che si muovono; non ci sono né il virtuosismo naturalistico del Dogma, né cavalletto o carrelli. Perché io volevo privilegiare l’aspetto del racconto, degli attori, della recitazione, di tutto ciò che potesse rendere immediata la traduzione in immagine e suono di quello che ci dicevamo io e Andrea [Rossi, l’attore del film, n.d.r.]. L’ho girato volutamente in questa maniera, alla quale mi sono poi appassionato» (Amelio).
 
ore 21.15
La stella che non c’è (2006)
Regia: Gianni Amelio; soggetto e sceneggiatura: G. Amelio, Umberto Contarello; scenografia: Attilio Viti; costumi: Cristina Francioni; fotografia: Luca Bigazzi; musica: Franco Piersanti; montaggio: Simona Paggi; interpreti: Sergio Castellitto, Tai Ling, Hiu Sun Ha, Xu Chunquing, Wang Biao, Zhao Jianyun; origine: Italia; produzione: Cattleya, Rai Cinema, Babe, Carac Film, RTSI, Oak 3 Films; durata: 105′
«Vincenzo Buonavolontà è stato a lungo responsabile della manutenzione di uno stabilimento siderurgico. Alla chiusura dell’impianto viene incaricato della vendita dell’altoforno ad un’azienda cinese, ma ben presto si rende conto di aver ceduto una macchina difettosa che in passato ha causato degli incidenti. Per rimediare al danno, Vincenzo parte alla volta di Shanghai dove, accompagnato dalla giovane interprete Liu Hua, cercherà di localizzare l’impianto per poter riparare la macchina sostituendo una centralina idraulica» (www.cinematografo.it). «Una cronaca realistica, ma anche una riflessione, filtrata quasi attraverso l’intimismo, su un personaggio che vede sconfitta una sua ostinatissima ossessione dalla scoperta di valori più quieti, come quelli espressi dai bambini. […] Questo percorso psicologico Amelio l’ha svolto in due momenti paralleli ma strettamente intrecciati. Uno, il viaggio in una Cina ora supermoderna, ora rurale, ora costellata di bellezze naturali, cui la fotografia splendida di Luca Bigazzi dà risalti magnifici superando, nella descrizione del quotidiano nelle città, perfino quella di Zhang Yimou nella Storia di Qui Ju. L’altro, tessendo di fili sottilissimi il rapporto via via sempre più diretto fra il protagonista e la sua interprete, madre segreta di un bambino che ha dovuto tener nascosto e che finirà per essere la molla del ripensamento psicologico dell’altro, venuto per riparare una acciaieria e pronto, invece, alla fine, ad occuparsi del semplice giocattolo di quel bambino. Facendo confluire questi due momenti, con il commento delle musiche, sempre suggestive di Franco Piersanti, ingemmate da cori cinesi, in un lunghissimo primo piano del protagonista, prima deluso fino alle lacrime, poi virilmente pacificato e mutato. Sublima questo primo piano, preceduto comunque da altri di vitalità quasi pari, l’interpretazione superba di Sergio Castellitto, mai così intenso, mai così vibrante, mai così fortemente segnato. Al suo fianco, in cifre più semplici, l’esordiente cinese Tai Ling» (Rondi). «Al di là della vicenda che narra, è un film [Europa ’51, n.d.r.] che contiene il germe vitale di un grande racconto: la spinta verso un cambiamento di esistenza che ti fa scommettere tutto su te stesso, che non ti dà alibi, che ti espone all’inganno di chiunque, perché chiunque può leggere il tuo comportamento secondo i suoi parametri. Irene, la protagonista, può essere una pazza, una santa o una che sbaglia strada. Ma nel finale dietro le sbarre trova l’unico modo per sopravvivere al dolore. Non ho la pretesa di aver centrato questo tema, però credo che nella storia di Vincenzo ci sia un po’ di “apostolicità”. Si svela a mano a mano la ragione segreta per cui lui fa quello che fa, il percorso laico verso una ricerca di senso del proprio essere su questa terra» (Amelio).

 

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