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Cineteca Classic: Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders
05 Maggio 2013 - 07 Maggio 2013
Si chiude il breve profilo dedicato a Rainer Werner Fassbinder con Attenzione alla puttana santa! (1970), opera chiave del primo periodo del cineasta, «che celebra ed esorcizza i rapporti di oppressione e di manipolazione che regolano la vita di palcoscenico. Ovvi incroci di finzione e realtà […], e un’aria di improvvisazione in felice contrasto con la complicazione cervellotica dei piani-sequenza. La descrizione delle nevrosi d’artista appare oggi molto datata, ma Fassbinder riesce paradossalmente a trovare un ordine nel caos del set, rivolgendo al cinema una rabbiosa dichiarazione d’amore, che andrebbe paragonata a quella, ben più idilliaca, che svolge Truffaut in Effetto notte. La puttana del titolo dovrebbe essere la macchina da presa» (Mereghetti). Per proseguire con un’altra personalità di spicco dell’allora nuovo cinema tedesco, Wim Wenders. Un ruolo centrale nella filmografia è l’influenza del cinema americano, soprattutto quello della New Hollywood (Dennis Hopper, Bob Rafelson, Peter Bodganovich), che si manifesta attraverso una serie di rimandi tematico-narrativi e stilistici (il paesaggio della provincia, il viaggio on the road, l’importanza della musica rock). Ma la qualità più caratteristica del cinema di Wenders «scaturisce proprio dall’incrociarsi di tali elementi con altri specificamente legati alla cultura tedesca (dai temi della letteratura romantica – il viaggio come iniziazione – alla condizione di disorientamento e di disagio della Germania del secondo dopoguerra). Innesto contradditorio, apparentemente “impossibile”, ma che può essere ricondotto a una radicata sensibilità e apertura della cultura di tale paese verso quella d’oltreoceano (si pensi agli anni di Weimar) e che dà luogo a un originale, vivissimo impasto, fatto di disponibilità e resistenze, traslazioni stereotipate e attive. Non vanno dimenticate neppure le influenze della nouvelle vague (una sorta di sguardo fenomenologico) e il peso della collaborazione con Peter Handke (l’insistenza della riflessione sui temi del linguaggio)» (Leonardo Quaresima). Ecco quattro film, quattro esempi di un autore a noi così lontano così vicino.
 
ore 17.00
Paris, Texas (1984)
Regia: Wim Wenders; sceneggiatura: Sam Sheppard con la collaborazione di L.M. Kit Carson; fotografia: Robbie Müller; scenografia: Kate Altman, Lorrie Brown; costumi: Birgitta Bjerke; musica: Ry Cooder; montaggio: Peter Przygodda, Barbara von Weitershausen; interpreti: Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski, Dean Stockwell, Aurore Clément, Hunter Carson, Bernhard Wicki; origine: Germania/Francia/GB; produzione: Road Movies GmbH/Argos, in associazione con Pro-Ject Film, Westdeutscher Rundfunk/Channel 4; durata: 143′
Un uomo vaga in una zona desertica della California, viene soccorso ma non parla. Grazie a un foglietto che conserva in tasca viene contattato il fratello, Walt, che lo raggiunge. L’uomo è Travis, che quattro anni prima era scomparso. Inizia un lento viaggio di ritorno a casa e agli affetti. «Perché tanti viaggi nei miei film? Perché è qullo che faaccio nella vita. E poi, semplicemente, perché viaggiare è l’opposto che stare a casa. E stare a casa vuol dire essere intrappolati» (Wenders).
 
ore 19.30
L’amico americano (1977)
Regia: Wim Wenders; soggetto: dal romanzo Ripley’s Game di Patricia Highsmith; sceneggiatura: W. Wenders; fotografia: Robbie Müller; scenografia: Heidi e Toni Lüdi; costumi: Isolde Nist; musica: Jürgen Knieper; montaggio: Peter Przygodda; interpreti: Bruno Ganz, Dennis Hopper, Lisa Kreuzer, Gerald Blain, Nicholas Ray Samuel Fuller, Daniel Schmid; origine: Germania/Francia/GB; produzione: Road Movies GmbH/Argos, in associazione con Pro-Ject Film, Westdeutscher Rundfunk/Channel 4; durata: 128′
Un tranquillo e pacifico corniciaio, affetto da un male incurabile, è convinto da un trafficante di quadri americano a diventare un sicario e commettere per lui degli omicidi. «Il processo di svuotamento degli stereotipi narrativi del poliziesco – già sperimentato in Die Angst – giunge qui ad una piena maturazione e consapevolezza: il regista si cala completamente nel meccanismo del genere per rovesciarne i segni, trasformarne gli stilemi, riattivarne le funzioni» (Filippo D’Angelo).
 
ore 21.45
Il cielo sopra Berlino (1987)
Regia: Wim Wenders; soggetto: W. Wenders, Peter Handke; sceneggiatura: Richard Reitinger; fotografia: Henri Alekan; scenografia: Heidi Ludi; costumi: Monika Jacobs; musica: Jürgen Knieper; montaggio: Peter Przygodda; interpreti: Bruno Ganz, Solveig Dommartin, Otto Sander, Curt Bois, Peter Falk, Scott Kirby; origine: Germania, Francia; produzione: Westdeutscher Rundfunk, Road Movies Filmproduktion, Argos Films; durata: 130′
Dalla fine della seconda guerra mondiale, due angeli – Damiel e Cassiel – svolgono la missione loro assegnata, aggirandosi nella Berlino odierna, ascoltando i pensieri lieti o tristi delle persone incontrate, che essi vedono solo in bianco e nero. Ma Damiel, più partecipe dell’altro alle ansie degli umani, come alle loro infinite piccole gioie, sente fortemente l’attrazione esercitata dalla città e dalla sua stessa gente. Un giorno vede in discoteca Marion, una bellissima trapezista licenziata dal circo in cui lavora, e se ne innamora. «Prima di ogni altra cosa, Der Himmel über Berlin è un lucidissimo atto d’amore nei confronti di una città offesa dalla Storia, abbandonata da Dio e consegnata per intero nelle incerte mani degli uomini; una città dove la guerra non è mai finita e il futuro è un’ipotesi obbligata a confrontarsi con le cicatrici ancora visibili nell’architettura e nei muri dei suoi quartieri […]. Solo in questa città lo sguardo libero dell’angelo – che coincide con quello della macchina da presa, mobilissima ed instancabile nel tracciare sinuosi ed avvolgenti movimenti aerei – può rinunciare all’estraneità per piegarsi alla necessità di compromettersi con la materialità del reale. Per potersi “conquistare una storia” occorre dunque rinunciare all’eternità, a quell’assenza che consente di cogliere gli uomini e le cose solo come ombre che si muovono su uno schermo (cinematografico?), e riscoprire il senso più intimo dei più piccoli gesti del quotidiano» (Filippo D’Angelo).
 
martedì 7
ore 17.00
Hammett – Indagine a Chinatown (1983)
Regia: Wim Wenders; soggetto e sceneggiatura: Ross Thomas, Dennis O’Flaherty, Thomas Pope, dal romanzo di Joe Gores Hammett; fotografia: Philip H. Lathrop, Joseph F. Biroc; scenografia: Dean Tavoularis; costumi: Ruth Morley; musica: Ry Cooder, John Barry; montaggio: Randy Roberts, Barry Malkin, Robert Q. Lovett, Marc Laub; interpreti: Frederic Forrest, Peter Boyle, Marilu Henner, Roy Kinnear, Elisha Cook Jr., Samuel Fuller; origine: Usa; produzione: Zoetrope Studios; durata: 94′
Dashiel Hammett, poco più che trentenne, minato dall’alcool, dalla tubercolosi, fumatore accanito, vive molto modestamente, scrivendo racconti gialli. Un giorno riceve la visita di un ex-collega che ha lavorato con lui all’agenzia Pinkerton, il detective Jimmy Ryan, che gli chiede aiuto per la liberazione di una giovane cinese, Crystal Ling, misteriosamente scomparsa. Hammett si interessa alla vicenda e si trova come investigatore nel malfamato quartiere di Chinatown, ove avvengono tanti “casi sporchi”, essendovi coinvolti dei personaggi importanti di San Francisco. Jimmy Ryan si dilegua e Hammett rimane solo. «L’Hammett del film, non più detective ma non ancora scrittore, impegnato a ritrovare il proprio dattiloscritto smarrito prima ancora che a risolvere il mistero della ragazza cinese, è […] una figura imparentata, piuttosto che ai famosi investigatori della tradizione letteraria e cinematografica, al Wilhelm Meister di Falsche Bewegung, come quello aspirante scrittore e “coinvolto in una storia che è troppo simile a quelle da lui scritte. Il mondo, la realtà, gli appaiono a questo punto come una sua proiezione, ed egli vive la sua avventura letterariamente, come se fosse il prodotto della sua immaginazione di scrittore”» (Filippo D’Angelo).
 
ore 19.00
Attenzione alla puttana santa (1970)
Regia: Rainer Werner Fassbinder; soggetto e sceneggiatura: R. W. Fassbinder; fotografia: Michael Ballhaus; scenografia: Kurt Raab; musica: Peer Raben, Spooky Tooth; montaggio: R. W. Fassbinder, Tea Eymesz; interpreti: Lou Castel, Eddie Constantine, Marquard Bohm, Hanna Schygulla, Margarethe von Trotta, R.W. Fassbinder; origine: Germania; produzione: Antiteater Film Munchen, Nova International Films, Tango Film; durata: 94′
La vicenda si svolge in Italia, d’estate, sulla penisola sorrentina, ove Jeff, un giovane e tormentato regista, ha deciso di girare il film Patria e muerte. La situazione è drammatica: mancano i soldi, gli attori e le attrici sembrano o alienati o impazziti, e anche tutti gli altri collaboratori sono impelagati in difficoltà personali o nei difficili rapporti interpersonali. La sala dell’albergo si trasforma in una prigione, in una specie di antinferno con tormentatori e tormentati. «Il film è per Fassbinder ciò che era stato Otto e mezzo per Fellini, Il disprezzo per Godard e ciò che sarebbe stato Effetto notte per Truffaut. […] È un brillantissimo saggio della peculiare intelligenza di Fassbinder nel costruire la scena. Ma il nucleo centrale del film, la sua ambiguità e il suo fascino stanno in questo paradosso: dimostrare che un gruppo di esseri umani meschini, violenti, nevrotici ed egoisti è in grado, attraverso il lavoro e la direzione di un regista, di produrre qualcosa di radicalmente diverso, opposto anzi alla loro natura. La crudeltà e il naufragio esistenziale degli individui possono essere fusi e trasformati nel loro contrari» (Davide Ferrario).

 

 

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