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Cinema Trevi: “Nino Rota. Il principe delle partiture”. Alle 20.45 incontro con Gianfranco Angelucci, Moraldo Rossi, Milena Vukotic.
10 Aprile 2009 - 10 Aprile 2009
Il 10 aprile del 1979 moriva Nino Rota, il più noto compositore di musica per film del cinema italiano. Trent’anni dopo la Cineteca Nazionale gli rende omaggio con la proiezione di tre film significativi della sua produzione artistica: il suo primo film, Treno popolare di Matarazzo, Romeo e Giulietta di Zeffirelli e Prova d’orchestra di Fellini. Talento precocissimo (cominciò a comporre all’età di 8 anni), Rota si diplomò a 18 anni al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma per poi laurearsi a Milano, sua città natale (3 dicembre 1911), in Lettere. Nel 1939 iniziò a insegnare al Conservatorio di Bari, del quale divenne direttore undici anni dopo. Intanto nel 1933 con Treno popolare aveva cominciato a comporre musiche per il cinema (parallelamente alla sua vasta produzione di sinfonie, musica sacra, pezzi da camera, ecc.) in numerosi film di Renato Castellani, Luigi Zampa, Mario Soldati, Eduardo De Filippo, Mario Monicelli. Ma il suo nome è legato soprattutto alla collaborazione con Federico Fellini, da Lo sceicco bianco fino a Prova d’orchestra. Così l’esperto Ermanno Comuzio, autore del fondamentale Musicisti per lo schermo. Dizionario ragionato dei compositori cinematografici (Ente dello Spettacolo, 2004), delinea i rapporti fra i due artisti: «Il rapporto Fellini/Rota è anzi unico, in certo senso, nella storia del cinema, in quanto il regista “plagiava” con la sua personalità debordante il compositore, remissivo per natura, e lo costringeva ad “inventare” le musiche che lui stesso, Fellini, aveva in testa». Del resto, lo stesso Rota concepiva l’attività del compositore del film come funzionale all’opera del regista: «La partitura dovrebbe essere un mezzo espressivo al servizio della regia per contribuire a rendere chiare le strutture dei personaggi, la sostanziale somiglianza di alcune situazioni, il legame spesso non esplicito di fatti ed azioni di una vicenda». In realtà il tocco di Nino Rota è inconfondibile: le sue note riescono non solo ad esprimere, ma a espandere e a far risaltare la forza delle immagini e ovviamente raggiunge i suoi vertici con registi come Fellini, Visconti (Le notti bianche, Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo) e Coppola (Il padrino e Il padrino parte II, che gli valse l’Oscar), di cui assimila e fa propria la potenza visiva traducendola in una musica inconfondibile. La funzionalità, rimarcata anche da Fellini («Posso dire che è forse tra i musicisti cinematografici il più umile di tutti, perché veramente fa una musica, secondo me, estremamente funzionale»), trascende in colonne sonore che valgono come opere a sé, tanto da essere entrate nella storia non solo della musica, ma del costume del nostro Paese. Per la capacità di evocare sentimenti, passioni e ricordi che appartengono al vissuto di ognuno di noi. Giustamente il grande compositore ungherese Miklós Rózsa, pluripremiato con l’Oscar, lo definì «il principe delle partiture per la Settima Arte».
 
ore 17.00
Romeo e Giulietta (1967)
Regia: Franco Zeffirelli; soggetto: dall’omonima tragedia di William Shakespeare; sceneggiatura: Franco Brusati, Masolino D’Amico, F. Zeffirelli; fotografia: Pasqualino De Santis; musica: Nino Rota; montaggio: Reginald Mills; interpreti: Leonard Whiting, Olivia Hussey, Milo O’Shea, Michael York, Pat Heywood, John McEnery; origine: Italia/Gran Bretagna; produzione: Verona Produzione, Dino De Laurentiis Cinematografica, B.H.E., F. Zeffirelli Production; durata: 138′
«È un film in cui Zeffirelli, riassumendo quelle esperienze culturali con cui aveva già portato sulle scene teatrali il testo scespiriano, le ha filtrate alla luce di una calda sensibilità cinematografica sorretta, per un verso, da un raffinato impegno stilistico, per un altro verso da un intelligente senso dello spettacolo, conciliando i più saldi valori di Shakespeare autore letterario con i suoi più robusti e concreti valori di autore popolare, aperto ad ogni pubblico, in qualsiasi epoca. Per conciliare questi valori che, spesso, in molti autori sono in contraddizione, Zeffirelli ha puntato sulla cifra realistica della tragedia, proponendoci l’amore di Romeo e Giulietta e le fazioni veronesi che lo avviano a conclusioni fatali in un clima che ricorda da vicino quello délla gioventù beat di oggi, evitando perciò ogni romanticismo, ma dando egualmente spazio ai sentimenti dei due giovani innamorati, messi dolorosamente in contrasto, loro così teneri e fragili, con la rissosa e spietata durezza dell’ambiente che li circonda. Questo amore e, nello stesso tempo, queste risse violente che vi esplodono attorno, sono le pagine più valide del film; meno valide sono quelle che, nell’ultima parte, anziché interpretare, si limitano ad enunciare gli ultimi, macchinosi sviluppi del racconto scespiriano, affidato al meccanismo di quegli equivoci tanto cari al teatro del Cinquecento. Scompensi e debolezze di questo tipo, però, non attenuano la forza drammatica ed emotiva di un film che può considerarsi una delle opere più colte, robuste e nello stesso tempo “popolari” che siano mai state tratte da Shakespeare. Tra i meriti, i corposi e concreti costumi di Danilo Donati, l’ispirata, dolce, ma anche severa musica di Nino Rota, la splendida fumosa e nebbiosa fotografia ora realistica, ora pittorica di Pasquale De Santis e, per l’edizione italiana, anche più schietta e più vivida di quella inglese, l’asciutta, disinvolta e niente affatto libresca traduzione di Masolino d’Amico che ha saputo tenersi in esatto equilibrio tra la poesia e la lingua “parlata” di oggi» (Rondi).
 
ore 19.15
Treno popolare (1933)
Regia: Raffaello Matarazzzo; soggetto: Gastone Bosio, R. Matarazzo; sceneggiatura: G. Bosio, R. Matarazzo, Gino Mazzucchi; fotografia: Anchise Brizzi; musica: Nino Rota; montaggio: Marcello Caccialupi; interpreti: Marcello Spada, Lina Gennari, Carlo Petrangeli, Maria Denis, Cesare Zoppetti, Jone Frigerio; origine: Italia; produzione: S.A.F.I.R.; durata: 62′
Un treno “popolare” parte da Roma per Orvieto trasportando molte persone in gita, fra i quali alcuni giovani che vivranno durante il viaggio molte avventure, più o meno divertenti. Gioiellino del cinema del ventennio, che preannuncia il neorealismo ed è apprezzato dalla critica: «Treno popolare ha le qualità dei vent’anni. Ha freschezza, semplicità, spontaneo interesse per le cose, impulsiva sincerità nel raccontarle. […] È un film divertente e simpatico, intonato e gentile, giusto di ritmo, cinematografico sempre» (Sacchi), «Questo è uno dei pochi film – tre o quattro – dell’attuale cinematografia italiana, che autorizzino a credere ancora nelle nostre possibilità. Bosio e Matarazzo hanno composto un piccolo gioiello […]. Largo ai giovani, dunque, largo […] due artisti che posseggono il senso dell’umorismo e han gli occhi aperti per cogliere a volo i piccoli episodi che rivelano anime, pensieri, stati d’animo. E quel che più conta è che sono riusciti a comunicare il loro entusiasmo agli interpreti, da farceli apparire in perfetta forma. […] Anche la musica è d’un giovane: Nino Rota, che tutti conosciamo e apprezziamo da tempo. Che bella compagnia!» (E. Roma).
 
ore 20.45
Incontro con Gianfranco Angelucci, Moraldo Rossi, Milena Vukotic
 
a seguire
Prova d’orchestra (1979)
Regia: Federico Fellini; soggetto: F. Fellini; sceneggiatura: F. Fellini, Brunello Rondi; fotografia: Giuseppe Rotunno; musica: Carlo Savina, Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Balduin Baas, Francesco Aluigi, Ronaldino Bonacchi, Claudio Ciocca, Clara Colosimo, Elisabeth Labi; origine: Germania/Italia; produzione: Rai, Daimo Roma, Albatros Monaco; durata: 72′
«Preceduto da polemiche di ogni tipo e da troppe visioni per il Palazzo, è arrivato al pubblico l’ormai famoso racconto televisivo di Fellini. Com’è noto, si tratta di un piccolo apologo (durata un’ora e dieci minuti) sulle prove di un’orchestra che si interrompono continuamente per l’infingardaggine e la protervia dei professori, finché una misteriosa minaccia dall’esterno (una palla di ferro che demolisce un muro dell’auditorio) mette tutti d’accordo facendoli suonare benissimo. La possibilità di strumentalizzare o condannare la morale della favola, riduttivamente interpretata come una banale “chiamata all’ordine”, ha distratto finora l’attenzione dai valori autentici dell’operina. Che, come tutto il Fellini televisivo da Block-notes di un regista a I clowns, ha una leggerezza di tocco e una capacità di sintesi ormai difficili da trovare nelle opere maggiori. Nei ritratti degli orchestrali si conferma l’estro dell’antico caricaturista, ma esaltato in una dimensione gogoliana, mentre la figura del direttore è in parte l’occasione di uno sfogo autobiografico, in parte un’autocritica spinta ai paradosso (dopo un ispirato discorso di impronta junghiana sulla necessità di suonare bene il proprio strumento, il personaggio spara una serie di ordini in tedesco). Nell’insieme il film, padroneggiato con superiore bravura, è un saggio genialmente contraddittorio: divertente e tristissimo, positivo e disperato cattivante e stizzoso» (Kezich).

 

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