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Alle 20.45 incontro con la psicanalista Anna Nicolò. Modera Fabio Castriota
22 Settembre 2012 - 22 Settembre 2012
ore 20.45 Relazione della psicanalista Anna Nicolò e incontro moderato da Fabio Castriota. Interviene Flavio De Bernardinis
 
a seguire
Speriamo che sia femmina (1986)
Regia: Mario Monicelli; soggetto: Tullio Pinelli; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Suso Cecchi d’Amico, Tullio Pinelli, M. Monicelli; fotografia: Camillo Bazzoni; scenografia: Enrico Fiorentini; musica: Nicola Piovani; montaggio: Ruggero Mastroianni; costumi: Ezio Altieri; interpreti: Liv Ullmann, Catherine Deneuve, Giuliana De Sio, Stefania Sandrelli, Athina Cenci, Lucrezia Lante della Rovere; origine: Italia/Francia; produzione: Clemi Cinematografica, Les Producteurs Associés; durata: 119′
«Declino di una famiglia del latifondo toscano (Grosseto) che gestisce un’azienda agricola e in cui contano (e lavorano) soprattutto le donne. Grande film borghese che arricchisce il povero panorama del cinema italiano degli anni ’80 per il sapiente impasto di toni drammatici, umoristici e grotteschi, la splendida galleria di ritratti femminili, la continua oscillazione tra leggerezza e gravità, il modo con cui – senza forzature ideologiche – sviluppa il discorso sull’assenza, la debolezza, l’egoismo dei maschi» (Morandini). «Speriamo che sia femmina è un film molto importante per diversi motivi, dei quali mi limiterò a citare solo i due che mi paiono decisivi: l’ampiezza di riferimenti del tema portante, da una parte; la capacità di articolarlo in una miriade di storie microscopiche ben intrecciate fra loro, dall’altra. Il tema è netto, inequivocabile, preciso, anche se non enunciato in forme dirette o sfacciate: la fine di una società e di un mondo basati su rapporti che vedono come asse portante il maschio e la centralità della sua cultura (cultura della proprietà, cultura del dominio, cultura degli affetti sottomessi alla idealizzazione narcisistica dell’uomo ovunque questa si manifesti nei rapporti familiari, nell’amore, nella cura degli affari, nel desiderio sessuale, nell’edonismo del fallimento, nell’occupazione di una posizione eminente, e per ciò esposta, nella società e nei valori). Raramente un tema così ampio e complesso è stato trattato con tocco leggero e con discrezione elegante, nei toni sfumati di una luce incerta che lascia come nell’ombra il disegno generale dell’insieme (diciamo pure il “teorema” che regge il film, la precisione con cui ogni elemento della struttura e del racconto sviluppa una sorta di parabola sui rapporti umani possibili nei nostri giorni), e porta alla luce angoli, curve, dettagli, “lasciti” e tracce di una “cultura del femminile” ricca di sollecitazioni e suggerimenti che formicolano più di dubbi costruttivi che di certezze demolitorie. Il tema del declino di una cultura (e di una società) di rapporti umani e di rapporti materiali è sfiorato con la tenerezza della nostalgia, è raffigurato come smembramento silenzioso di un gruppo sociale (la “grande famiglia”) e come ricomposizione dei superstiti (le donne), senza che si senta il pregiudizio ideologico di una scelta di campo sovrimposta al racconto» (Grande).
Ingresso gratuito
 

 

 

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