Forse perché d’estate si moriva davvero e con fatica. Da soli, in una metropoli, magari particolare come Roma, svuotata, diversa, desertificata. Ora che le città rimangono piene tutto l’anno, le cosiddette estati romane sono diventate al cinema irrappresentabili. I tre film qui proposti per Eccentrico italiano sono ben distanti dalle commedie del “marito in città e la moglie in vacanza”, rappresentando invece il controcanto cinico della cosiddetta Estate romana di nicoliniana memoria. Ne Il giorno dell’Assunta (1977), opera d’esordio di Nino Russo, ci troviamo di fronte a una Roma post-atomica, in cui due personaggi beckettiani nella giornata di Ferragosto vagano per le vie deserte della città con frasi ritornello del tipo: «Dove vai?». «Al cinema». «A vedere cosa?». «Quo vadis». «Che significa?». «Dove vai» «Al cinema»… Roma diventa un non luogo, un cimitero di resti della cosiddetta civiltà del benessere, dove anche la stessa tragedia ha perso qualsiasi connotazione epica per trasformarsi nel grottesco e nell’assurdo di rituali meccanici e senza senso. In fondo, il film come ha dichiarato il regista è una «metafora sulla condizione di chi, sradicato dalla propria cultura e immesso in un contesto che lo respinge, perde i legami con la realtà» È invece una vera e propria via crucis quella di Gerry «(Sperandini, che interprete sé stesso), biondo vichingo tossicodipendente e schizofrenico che si proclama imperatore (e camminatore) di una città senza più impero né dignità», come scrive giustamente Morandini. In una Roma degradata, già raccontata da Pasolini in Accattone, vive, tra rovine, immondizie, drogati e prostitute, una sorta di Cristo laico, simile nel suo essere perdente ad una altra figura cristologica, quella di Mario Stracci de La ricotta. La grandezza del film risiede, come notava Lorenzo Pellizzar,i nel non cadere nella trappola del melò: «La patologia ci è risparmiata insieme al patetismo». In fondo Gerry «non è un personaggio, ma una rovina (umana) tra le tante. Il neorealismo tornò nel cinema italiano negli ultimi anni ’80 come un fantasma espressionista» (Morandini). Se ne Il giorno dell’Assunta alcuni monumenti capitolini sono rappresentati attraverso gigantografie in stile teatrale, l’itinerario de L’imperatore di Roma ruota spesso e volentieri attorno al Colosseo, la Roma di Estate romana è una città impacchettata (ma non da Christo!), un cantiere chiuso, in preparazione del Giubileo. Una città reliquia per un film già post sul nascere, dove i corpi attoriali di Rossella Or, Victor Cavallo sono dei commoventi e teneri residuati bellici dell’avanguardia teatrale, e non solo, degli anni Settanta. E il mappamondo che lo scenografo Salvatore cerca inutilmente di collocare in qualche posto rappresenta la metafora di una generazione senza più agenzia di collocamento.
