Nico D’Alessandria (1941-2003), si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1967 con il bellissimo saggio d’esame Il canto d’amore di Alfred Prufrock, da una poesia di Eliot. Lavora come aiuto regista (La bambolona, Cuore di mamma, L’urlo…) e come documentarista televisivo, dedicandosi spesso e volentieri al cinema militante (Occupazione delle case a Decima e Cinegiornali ideati da Zavattini). La sua voglia di sperimentare non si ferma solamente al cinema e nel 1978 realizza un programma radiofonico Processi mentali dedicato alla follia che successivamente verrà “proiettato” in sala “a schermo bianco”. Il suo vero e proprio esordio alla regia avviene con Passaggi in 16mm sul problema degli anziani. Ma il suo capolavoro è L’imperatore di Roma (1988), al quale seguiranno L’amico immaginario (1994) e Regina Coeli (1999). Ecco come ricorda questi film Gaetano Gentile, che ha avuto la fortuna di conoscere e di lavorare assieme a Nico D’Alessandria: «Vidi L’imperatore di Roma e L’amico immaginario. Del primo mi colpì Jerry Sperandini che camminava, urlava, […] dietro non si sa bene quale traccia, che si scontrava con borghesi tipo, anche loro coinvolti inconsapevolmente in una corsa nel nulla, verso un obiettivo fatto di illusioni e basato su una triste sopravvivenza. Centrale il tema della follia, a lui caro. Cosi lo ricordava Nico: “Lo girai muto, in 35mm, eravamo in tre, io, l’operatore Roberto Romei e Giuliana Mancini, lo sonorizzai dopo con le voci dei protagonisti, e lo montai personalmente. La pellicola era la più economica, la ORVO, che mi feci mandare dalla Germania Est. Con seimila metri feci il film. Quando iniziai, il protagonista Gerardo Sperandini era internato all’ospedale psichiatrico di Aversa, e mi fu affidato dal magistrato di sorveglianza… Abbiamo vissuto insieme per trenta giorni, il periodo delle riprese, anche di notte perché era assolutamente rischioso lasciarlo da solo” […]. De L’amico immaginario, film con una produzione più tradizionale seppur essenziale, mi colpirono il coraggio, l’onestà intellettuale dell’autore di mettersi a nudo attraverso la figura fortemente autobiografica di Dino, interpretato dal grande attore romano Victor Cavallo, […] nel quadro di un crudo ripensamento generale delle rivoluzionarie idee del sessantotto, della loro evoluzione/involuzione, fatto senza piagnistei e retorica, asciutto, diretto. Ancora le parole dell’autore: “Dino, il protagonista, attraversa una crisi esistenziale frutto delle delusioni del dopo ’68, ritrovandosi solo e inadeguato, crisi che arriva a livelli patologici, tanto da ricorrere a uno psicologo. Nel film, l’amico immaginario a cui Dino si rivolge, rappresenta un punto di vista laico del tema dell’aldilà” […]. Si parla anche della preparazione di Regina Coeli, e io mi offro come assistente volontario, come fanno tanti giovani bramosi di set, folgorato sulla via del cinema dalla coincidenza per la passione per il prison-movie, sottogenere del noir americano ormai elevatosi a genere vero e proprio […]. Di Regina Coeli ho davanti a me tre versioni della sceneggiatura: una prima battuta a macchina, la seconda datata 1998, la terza quella che usammo sul set. Mi ricordo le difficoltà per avere Magali Noël, la Gradisca felliniana da lungo tempo assente dai set italiani, che arrivò anche grazie alla mediazione di Luciano Emmer, […] i sopralluoghi per trovare location giuste e, perché no, gratuite, […] le bocciature, i finanziamenti che ci sono solo per pochi, […] tanto che Nico alla fine ipoteca la casa per fare il film. E ricordo soprattutto la sua volontà granitica, la forza e la capacità di risolvere una serie di problemi che di solito le produzioni affidano a non meno di dieci, quindici persone, con l’imperativo dell’obbligato risparmio, le mille telefonate, i ritocchi forzati alla sceneggiatura […], la pazienza, la dolcezza nonostante tutto. Mi ricordo anche il primo giorno delle riprese, era il 17 maggio 1999, con questa troupe volenterosa e ridotta all’osso, la burocrazia snervante per entrare al carcere di Rebibbia dove si girarono parecchie scene […], la collaborazione del direttore Giannelli, il coinvolgimento entusiasta dei detenuti […], i cestini di Franca Scagnetti che arrivava ogni giorno con la sua 127 sgangherata dal lontano Quartaccio, vicino a Primavalle, i camei preziosi di Victor Cavallo (direttore del carcere), Rossella Or (amica di Regina), Jerry Sperandini (detenuto), Mario “Stracci” Cipriani (vecchio marinaio) e FrancaScagnetti (gattara), la scelta della Citroen DS come macchina di scena di Regina (Magali Noël) […]. In questo film, […] feci un po’ di tutto, dall’assistente alla regia al location manager, dall’attore al segretario di produzione, ma tutti erano presi dalla febbre di Nico e i compiti per ognuno erano molteplici, […]. Una volta montato il film (Nico preferì la moviola tradizionale di Maurizio Baglivo alla fantasmagoria dell’Avid), iniziò l’odissea della distribuzione, che Nico risolse facendosela da solo, dopo vari rifiuti, […] e con l’aiuto dell’amico Silvano Agosti, che tenne il film in cartellone per parecchio tempo al suo Azzurro Scipioni, dopo l’uscita al Cinema dei Piccoli di Villa Borghese. Poi, mosso dalla stessa inossidabile, ferrea volontà, il giro dei festival, […] spesso con l’amico Mario Cipriani […]. Adesso niente più. L’ultima volta lo vidi alla Piramide, andammo in moto in una sala di montaggio di via del Porto Fluviale per riversare da Betacam a miniDV un pezzettino di Mario Cipriani che doveva far parte di un documentario sulla vita di “Stracci” a cui stava lavorando. Lassù ritroverà parte del cast di Regina Coeli, Victor Cavallo, Gerardo Sperandini, Franca Scagnetti, “Stracci”. Non prendetemi per folle, ma me lo immagino anche lì a combattere per fare un film» (www.frameonline.it).
La mia gaffe preferita è “questo cinema va distrutto!”»
