In soli sette film firmati pienamente da regista, Sergio Leone riesce a insediarsi stabilmente nel nostro immaginario culturale, rileggendo, in una sorta di anticipazione del post-moderno, il western come luogo mitico dell’eterna avventura e il ribellismo del ’68 (ricordiamo che Giù la testa inizia con la famosa citazione del presidente Mao: «La rivoluzione non è un pranzo di gala»); riflettendo sul cinema come arte dello spazio in C’era una volta il West; o giocando tutto sulla dimensione temporale in C’era una volta in America. Uno dei suoi capolavori resta Il buono, il brutto, il cattivo, dove – complice il trio di sceneggiatori Age, Scarpelli e Vincenzoni – innesta la commedia all’italiana sulla ricostruzione di un grande affresco storico, dandoci una sorta di “Grande Guerra di Secessione” che alterna sapientemente come nel capolavoro di Monicelli: la farsa e l’epica, la viltà e il coraggio, la storia e la cronaca.
Della rassegna fa anche parte un particolare inedito: la registrazione di un incontro di Sergio Leone con gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia alla fine degli anni ’80, un anno prima della sua morte.
Programma:
martedì 25
ore 17.00
El coloso de Rodas (Il colosso di Rodi,1960)
Regia: Sergio Leone; soggetto e sceneggiatura: Ennio De Concini, S. Leone, Cesare Seccia, Luciano Martino, Aggeo Savioli, Luciano Chitarrini, Carlo Gualtieri; fotografia: Antonio Ballesteros; musica: Francesco Angelo Lavagnino; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Rory Calhoun, Lea Massari, George Marchal, Conrado Sanmartin, Angel Aranda, Mabel Kara; origine: Spagna/Italia/Francia; produzione: Procusa Films, Cineproduzioni Associate, C.F.P.C., Cinéma Télévision; durata: 143′.
Il film è stato preservato in occasione della rassegna dedicata al genere peplum svoltasi al Festival di Locarno nell’agosto 2001. I materiali di partenza, i negativi scena e colonna, messi a disposizione dalla Sergio Leone Productions, sono stati affidati al laboratorio della Technicolor di Roma. Qui sono state stampate due copie dal negativo, la seconda corretta, il positivo colonna doppia banda e l’interpositivo.
martedì 2
ore 21.00
C’era una volta il West (1968)
Regia: Sergio Leone; soggetto: Dario Argento, Bernardo Bertolucci, S. Leone; sceneggiatura: Sergio Donati, S. Leone; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Claudia Cardinale, Henry Fonda, Jason Robards, Charles Bronson, Gabriele Ferzetti, Paolo Stoppa; origine: Italia; produzione: Finanziaria San Marco, Rafran Cinematografica,Paramount Picture; durata: 178′.
«Sergio Leone ha già composto la trilogia dei dollaro quando affresca indelebilmente con C’era unavolta il Westla scomparsa dei vecchi miti, nello scenario più classico dei western: la Monument Valley immortalata da John Ford. Il West è ormai civilizzato, Morton, cinico re delle ferrovie (Gabriele Ferzetti), assolda il killer Frank (Henry Fonda) per impadronirsi anche dei terreni su cui passeranno i binari che collegheranno l’Atlantico al Pacifico. La terra è della ex prostituta Jill, Claudia Cardinale. A difenderla arriva il misterioso Armonica (Charles Bronson) che ha un conto in sospeso con Frank… Henry Fonda, il buono per eccellenza dei cinema americano, ai suo primo ruolo di cattivo si presentò sul set con lenti a contatto marroni e baffi finti. Il regista però lo costrinse a rinunciare: voleva che il pubblico riconoscesse subito in quell’assassino il volto di uno dei più amati divi di Hollywood. Ma i veri protagonisti sono la donna (Claudia Cardinale) che rappresenta il futuro dell’America, e il silenzio che amplifica la forza dei primi piani, l’attesa dilatata che culmina nell’arrivo del treno e che si concluderà con un duello fulmineo e spiazzante. Costruita in modo geniale e sottolineata dalla musica di Ennio Morricone, questa sequenza è tra le più celebri di tutto il cinema di Sergio Leone. Charles Bronson dà il suo straordinario contributo alla fortuna di questo film che lo consacra definitivamente come divo. Il soggetto è firmato insieme a Leone da Bernardo Bertolucci e Dario Argento» (Alessandra Mammì).
Copia restaurata dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Sergio Leone Productions
sabato 6
ore 19.00
Presentazione di un inedito di grande valore per il Centro Sperimentale di Cinematografia: la registrazione dell’incontro di Sergio Leone con gli allievi del Centro alla fine degli anni ’80, un anno prima della sua morte.
Ingresso gratuito
ore 21.00
Giù la testa (1971)
Regia: Sergio Leone; soggetto: S. Leone, Sergio Donati; sceneggiatura: Luciano Vicenzoni, S. Leone, S. Donati; fotografia: Giuseppe Ruzzolini, Franco Delli Colli (per la seconda unità); musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: James Coburn, Romolo Valli, Rick Battaglia, Maria Monti, Franco Graziosi, Domingo Antoine; origine: Italia; produzione: Rafran Cinematografica, Euro International Films, Miura Cinematografica; durata: 158′.
«L’ultimo western diretto da Sergio Leone, anzi, come diceva lo stesso regista “più correttamente è un avventuroso ambientato all’epoca della rivoluzione messicana”. Anche se non è il film più amato dai suoi fans, e neanche quello considerato generalmente più riuscito dalla critica, rimane un film controverso un po’ per tutti, a cominciare dal regista. “È un film che non so collocare bene. Lo amo immensamente, perché è quello che mi ha dato più angoscia, dubbi, disperazione. A un certo punto, ero quasi tentato di abbandonarlo, e devo a mia moglie se ho avuto la costanza di arrivare fino in fondo”. Apre una grande citazione di Mao, del resto i tempi sono quelli, del post ’68 non solo europeo […]. La genesi del film è davvero complessa e dimostra che ormai per Leone non esistono più film facili da mettere in piedi né come regista né come produttore. In pieno ’68, con l’Europa in subbuglio e il western ormai nella sua fase di massimo sviluppo e quindi di imminente declino, Leone riceve una specie di giovane Bertolucci americano alla sua corte, molto raccomandato dalla United Artists, che gli aveva non solo distribuito i suoi film in America, ma in gran parte anche finanziato. È Peter Bogdanovich, il più raffinato regista cinéphile che abbia prodotto Hollywood al tempo […]. Leone dipingeva questo giovane regista americano che era arrivato a Roma e non la smetteva di far vedere il suo unico film, Targets […]. Poi volle vicino a lui la sua donna, la scenografa Polly Platt. Allora si mise a scrivere una dozzina di pagine in inglese che, una volta tradotte, convinsero Leone a rimandare il genio a casa […]. La storia si svolge durante la rivoluzione messicana del 1913. Sulla carrozza che trasporta ricchi borghesi, Juan Miranda, un bandito confusamente legato alla rivoluzione, li deruba visto che hanno parlato male dei messicani. Incrocia un terrorista dell’Ira […], Sean Mallory detto John, e tra i due nasce una specie di società rivoluzionaria fatta di vera amicizia e dinamite ancora più vera. Assieme decidono di assaltare la banca di Mesa Verde. Ma lì non c’è più una banca, ma una prigione per politici» (Giusti).
Copia restaurata dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Sergio Leone Productions
domenica 7
ore 16.00
Once upon a time in America (C’era una volta in America, 1984)
Regia: Sergio Leone; soggetto: dal romanzo The Hoods di Harry Grey [David Aaronson]; sceneggiatura: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini, S. Leone; fotografia: Tonino Delli Colli; musica: Ennio Morricone; montaggio: Nino Baragli; interpreti: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth Mc Govern, Joe Pesci, Burt Young, Tuesday Weld, origine: Usa; produzione: The Ladd Company, Embassy International Pictures, WBA International Release; durata: 226′.
«Dal romanzo Mano armata(The Hoods, 1983) di Harry Grey (David Aaronson). All’origine dell’ultimo film di Leone (1929-89) c’è il tempo con la sua vertigine. Come struttura narrativa, è un labirinto alla Borges, un giardino dai sentieri incrociati, una nuova confutazione del tempo. La sua vicenda abbraccia un arco di quasi mezzo secolo, diviso in 3 momenti: 1922-23, quando i protagonisti sono ragazzini, angeli dalla faccia sporca alla dura scuola della strada nel Lower East Side di New York; 1932-33, quando sono diventati una banda di giovani gangster; 1968, quando Noodles (R. De Niro), come emergendo dalla nebbia del passato, ritorna a New York alla ricerca del tempo perduto. Se il 1922 e il 1932 sono flashback rispetto al 1968, il 1968 è un flashforward rispetto al 1933: il Noodles anziano è una proiezione di quel che Noodles, allucinato dall’oppio, ha sognato nella fumeria. Il presente non esiste: è una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria. Alle sconnessioni temporali corrispondono le dilatazioni dello spazio: con sapienti incastri tra esterni autentici ed esterni ricostruiti in teatro, Leone accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso l’America metropolitana (e la storia del cinema su quell’America) che è reale e favoloso, archeologico e rituale. Sono spazi dilatati e trasfigurati dalla cinepresa; spazi anche sonori e musicali, riempiti dalla musica di E. Morricone e da motivi famosi: “Amapola”, “Summertime”, “Night and Day”, “Yesterday”. È un film di morte, iniquità, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile, tradimenti. E di sesso. In questa fiaba di maschi violenti le donne sono maltrattate; la pulsione sessuale è legata all’analità, alla golosità, alla morte, soprattutto alla violenza. È l’America vista come un mondo di bambini. Piccolo gangster senza gloria, Noodles diventa vero protagonista nell’epilogo quando si rifiuta di uccidere l’ex amico Max. Soltanto allora, ormai vecchio, è diventato uomo. Il produttore Arnon Milchan rimontò e ridusse il film a 2 ore per la versione da distribuire negli USA e fece fiasco. Nel 2003 edito dalla Warner BrosVideo in DVD con una nuova colonna sonora in cui la voce di Ferruccio Amendola (per R. De Niro) è stata sostituita da quella di un altro doppiatore» (Morandini).
