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Alba Rohrwacher: l’atto creativo tra desiderio, ascolto e condivisione
Centro Sperimentale di Cinematografia
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14 Settembre 2026

Nel terzo appuntamento di “Atto Creativo”, all’Isola di San Servolo, Alba Rohrwacher dialoga con Adriano De Santis, Direttore amministrativo della Scuola Nazionale di Cinema. Un incontro sulla recitazione e sulla creatività come tensione verso qualcosa, sul carattere necessariamente collettivo del cinema, sulla formazione, sul dubbio e sulla necessità per un attore di continuare a cercare, creare e mettersi in discussione. Nel corso degli incontri precedenti l’atto creativo è stato declinato in modi diversi, facendo emergere interpretazioni personali ma anche alcuni elementi comuni. Da qui la domanda: che cosa significa, per un’attrice, pensare all’atto creativo? E la creatività è qualcosa di innato oppure può essere coltivata?

Per Alba Rohrwacher la prima parola è desiderio. «Desiderio, slancio, tensione»: sono i termini che associa immediatamente all’atto creativo. Creare significa tendere verso qualcosa. Nel cinema, però, questa tensione non può essere soltanto individuale. «Il cinema deve essere qualcosa di condiviso. Chi lavora da solo non va da nessuna parte». È proprio questa dimensione collettiva una delle ragioni per cui Rohrwacher racconta di amare il cinema. Quando un momento cinematografico funziona, nasce da un lavoro fatto insieme: dalla condivisione di un desiderio e da una tensione collettiva affinché quel momento riesca a raggiungere quella verità e quell’attenzione verso cui tutti stanno cercando di tendere. La creatività può essere coltivata, anche se non è possibile sapere «in che stagione germoglierà».

I semi sono diversi. Può esistere una disposizione iniziale, ma questa deve essere coltivata, protetta e intercettata. Ed è qui che assume importanza la formazione. È anche uno dei compiti che Alba Rohrwacher riconosce al Centro Sperimentale: riuscire a intercettare un istinto e aiutare chi lo possiede a portarlo fuori e a potenziarlo. Formarsi significa allora costruire strumenti che permettano di non essere utilizzati sempre nello stesso modo. Strumenti che consentano a un interprete di cambiare, di rispondere a richieste differenti e soprattutto di «andare dove ci serve, non solo dove ci è comodo andare perché ne siamo pratici». Per un attore significa diventare, nelle sue parole, «uno strumento consapevole». Rimanere ancorati alla propria verità Questa preparazione diventa particolarmente importante nel cinema, dove un attore può incontrare registi con personalità, visioni e metodi di lavoro completamente diversi.

Esiste però una condizione che viene ancora prima del metodo: credere nel progetto. Avere la possibilità di scegliere se accettare o meno un film è un privilegio. Con il tempo, racconta, per lei è diventato fondamentale capire di poter lavorare per qualcosa in cui crede, qualcosa che riesce a vedere e a sentire. All’inizio della carriera le è capitato anche di partecipare a progetti nei quali non si riconosceva pienamente. Ed è proprio da queste esperienze che nasce una riflessione sul rapporto tra l’attore e la visione del regista. Come ci si allinea a quella visione senza perdere sé stessi?

Se un regista ha scelto un determinato interprete, osserva Rohrwacher, significa che ha riconosciuto in lui qualcosa che corrisponde al personaggio. Il compito dell’attore è allora quello di non tradire quella parte di sé, rimanendo ancorato alla propria essenza e a qualcosa di profondamente personale. Non serve necessariamente strafare o continuare a proporre. Bisogna saper fare ciò che viene richiesto, proteggendo allo stesso tempo quella verità personale per la quale si è stati scelti.

I provini e la possibilità di essere qualcun altro

Anche per questo l’attrice attribuisce un valore particolare ai provini. Quando ha cominciato, racconta, preferiva quasi le parole dei personaggi alle proprie. Attraverso un personaggio poteva riempire quelle parole di sé e incontrare il regista direttamente sul terreno del lavoro. Presentarsi semplicemente come Alba avrebbe potuto far nascere il desiderio di piacere o di compiacere. Il personaggio, invece, offriva immediatamente uno spazio nel quale entrare e permetteva di costruire un dialogo con il regista senza «inquinare il rapporto artistico con qualcosa di superfluo».

La fiducia nei giovani

La conversazione si sposta quindi sul rapporto tra creatività ed età e sulla possibilità che oggi, rispetto al passato, agli artisti sia richiesto più tempo prima di riuscire a realizzare le proprie opere. Per Alba Rohrwacher il problema, almeno nel contesto italiano, riguarda soprattutto la fiducia che viene concessa ai giovani. Lei racconta di averne moltissima. Lavorare al Centro Sperimentale è per questo un’esperienza entusiasmante e fondata su uno scambio che considera alla pari. Da una parte esistono l’esperienza e il bagaglio che può cercare di trasmettere agli studenti, insieme a un’etica del lavoro e agli strumenti necessari per diventare attori e raccontare una storia. Dall’altra, nei giovani Rohrwacher riconosce una vitalità e una consapevolezza che forse la sua generazione non possedeva nello stesso modo. Anche rispetto ai social network e alla dimensione virtuale, si chiede se le nuove generazioni non siano talvolta più capaci della sua di mantenere una distanza. Per chi è cresciuto in un mondo nel quale tutto questo non esisteva, il rapporto con questi strumenti può essere persino più conflittuale. La conclusione è netta: «Io sto tutta la vita con i giovani».

Entrare nel personaggio: interiorità e corpo

De Santis porta quindi il dialogo sul lavoro attraverso il quale Rohrwacher riesce a immergersi nei propri personaggi. Da dove si comincia? «Dipende dal regista», risponde. Per lei è fondamentale connettersi innanzitutto con l’interiorità del personaggio: comprenderne la psicologia, i meccanismi e il luogo dal quale nascono le emozioni. Ma a questo lavoro interiore si accompagna un desiderio quasi opposto: quello di allontanarsi il più possibile da sé. Alba Rohrwacher racconta di divertirsi a stravolgersi e, quando questa trasformazione non le viene richiesta, di cercare spesso di proporla lei stessa. Il corpo diventa allora uno degli strumenti fondamentali della costruzione del personaggio. È accaduto in maniera evidente con La solitudine dei numeri primi, per il quale il lavoro sul personaggio di Alice passò anche attraverso una profonda trasformazione fisica. Ma interiorità e corpo, per Rohrwacher, non rappresentano due metodi alternativi. Le due cose procedono insieme. Ciò che la entusiasma è proprio poter lavorare contemporaneamente sulla mente e sul corpo per arrivare ad abitare il personaggio. «Il personaggio quando lo acchiappi, lo acchiappi» Il corpo conduce il dialogo verso ciò che un personaggio comunica prima ancora delle parole: i silenzi, i gesti, tutto quello che rimane invisibile nel testo.

«Il personaggio quando lo acchiappi, lo acchiappi»

Rohrwacher descrive questa sensazione come una sorta di dialogo con un’energia. Quando sente di conoscere e abitare davvero un personaggio, può permettersi di entrare insieme a lui in una situazione sconosciuta. A quel punto anche il silenzio è abitato. Ma alla base di tutto rimane l’ascolto dell’altro. Per Alba Rohrwacher è questo il lavoro fondamentale dell’attore. Quando la scena non è solitaria, nulla può esistere senza l’energia prodotta dallo scambio. La vera sfida consiste nel raggiungere un’apertura tale da permettere all’altro di modificarti, pur rimanendo coerente con il personaggio costruito. È quello che accade continuamente anche nella vita: entriamo in una situazione senza poter decidere in anticipo esattamente che cosa accadrà. Il cinema prova a ricostruire quella stessa condizione, e per riuscirci ciò che gli attori fanno insieme diventa fondamentale. Quando succede qualcosa che non avevi calcolato. Il lavoro dell’attore contiene quindi inevitabilmente una dimensione di divenire. Si prepara, si studia, si costruisce. Ma le cose che accadono davvero durante una scena sono spesso proprio quelle che non erano state calcolate. Non significa affidarsi semplicemente al caso. L’imprevisto arriva dopo il lavoro. Dopo lo studio e la preparazione può accadere – non sempre – qualcosa che Rohrwacher descrive come una sorta di «intuizione di grazia»: un momento spontaneo che porta però con sé tutto il lavoro che lo ha preceduto. Perdere gli appoggi e trovare qualcosa di nuovo. Uno dei cambiamenti più radicali nel metodo suo metodo di lavoro è arrivato quando ha cominciato a recitare in lingue diverse dalla propria. «Ho fatto tabula rasa, ho riscritto il mio alfabeto, i miei suoni». Lavorare in un’altra lingua significa perdere l’agilità che normalmente permette all’attore di appoggiarsi istintivamente alle parole. Quando ha iniziato a lavorare in Francia senza conoscere ancora bene il francese, racconta, è stato proprio il lavoro a permetterle progressivamente di conquistare la lingua. È stato un «corpo a corpo». Le sicurezze e gli appoggi costruiti nel tempo sono saltati. Ma proprio in quel vuoto racconta di aver trovato una risorsa che altrimenti sarebbe rimasta nascosta: «un tesoretto che giaceva nel fondo più fondo», raggiungibile soltanto dopo aver perso le proprie certezze.

Coltivare il dubbio

Il tema della perdita delle certezze conduce naturalmente al dubbio. L’attrice racconta di conviverci continuamente, anche alla vigilia di un nuovo film. Prima di cominciare vorrebbe talvolta «fuggire il più lontano possibile». La paura non è qualcosa che è riuscita a eliminare. «Cammino con la mia paura». Può diventare un motore, purché non si trasformi in uno spettro o in un’ossessione. E lo stesso vale per il dubbio, che può essere utilizzato come vero e proprio strumento creativo. Scherza dicendo di non limitarsi ad accettarlo: «Io il dubbio lo coltivo, lo innaffio come una piantina». È proprio il dubbio a permettere di scardinare le certezze e di riconoscere le trappole nelle quali, con l’esperienza, un interprete rischia di ricadere.

Il coraggio di fermarsi

La vita dell’attore, osserva Rohrwacher, possiede inoltre una caratteristica particolare: in buona parte non la decide l’attore. Non si può stabilire quando arriverà un film, quanto si lavorerà o quando un progetto partirà. «Il re che decide è il film», dice, e gli attori sono al suo servizio. A sua volta il film dipende da condizioni esterne: finanziamenti, stagioni, produzione e molti altri fattori. Proprio per questo, a volte, diventa necessario avere anche il coraggio di fermarsi. Per un attore può essere difficile: fermarsi porta con sé la paura di non riuscire più a ripartire. Eppure Rohrwacher racconta di aver sentito, dopo alcuni film, la necessità di ricostruire dei pezzi di sé e di aver dovuto lottare, anche contro le logiche del sistema, per concedersi quel tempo. Quando qualcosa funziona, il sistema tende infatti a volerlo riprodurre immediatamente. La serialità ha creato grandi opportunità per i giovani interpreti, ha ampliato i confini del lavoro e permette agli attori di viaggiare e confrontarsi con produzioni diverse. Ma proprio ai giovani consiglia di prestare attenzione ai meccanismi nei quali si rischia di rimanere incastrati. Se un interprete viene utilizzato continuamente nello stesso modo, quando quel meccanismo si esaurisce può trovarsi senza aver avuto il tempo di ricostruirsi e di proporre qualcosa di nuovo.

Un personaggio selvaggio

Guardando invece al futuro, Alba Rohrwacher immagina territori ancora da esplorare. Dopo alcuni personaggi che le hanno fatto vivere esperienze particolarmente intense, racconta di desiderare un personaggio selvaggio, fuori dal sistema. Ma vorrebbe anche tornare alla commedia: una commedia «lieve ma intelligente», capace forse di mostrare una parte di sé che sente di possedere ma che raramente ha avuto occasione di portare sullo schermo. «Non dovete stare ad aspettare mai». È una domanda arrivata dal pubblico a chiudere idealmente il cerchio dell’incontro. Lorenzo Bruschi, attore diplomato al Master Internazionale di Recitazione tenutosi proprio al Polo Immersive & Performing Arts del Centro Sperimentale di Cinematografia, chiede come affrontare una delle fasi più difficili per chi comincia questo mestiere: l’attesa. Come si riempie il tempo nel quale il lavoro non arriva? E, in un momento nel quale le nuove tecnologie rendono la produzione più accessibile, che cosa può fare autonomamente un attore per continuare a creare? Alba Rohrwacher non ha dubbi: «Non dovete stare ad aspettare mai». Il suo invito è a organizzarsi, unirsi, produrre e creare. Essere attori non significa semplicemente aspettare di entrare su un set e pronunciare delle battute. Per chi ha condiviso un percorso di formazione, come gli allievi del Master internazionale di recitazione a cui sono stati consegnati gli attestati di partecipazione a fine incontro, il gruppo stesso può diventare un punto di partenza: continuare a lavorare insieme, inventare qualcosa a partire da ciò che muove davvero ciascuno, mantenere attiva la propria relazione con il mestiere. Aspettare passivamente una telefonata, al contrario, rischia di diventare «un autogol pazzesco». Perché quando quella telefonata arriverà, ciò che conta sarà arrivarci pronti: non con «la testa impolverata e frustrata di chi ha aspettato», ma con una testa viva. Una testa che magari pronuncerà soltanto tre battute sul set di un film. O che, nel frattempo, avrà trovato una propria voce all’interno di una compagnia nata semplicemente per il desiderio di continuare a creare. È forse qui che il terzo incontro di Atto Creativo ritorna esattamente al punto dal quale era partito.

Al desiderio.

Allo slancio.

Alla tensione verso qualcosa.

E soprattutto alla necessità di non viverli da soli, perché nel cinema l’atto creativo nasce dalla preparazione e dall’individualità di ciascuno, ma trova la propria possibilità nello scambio, nell’ascolto e nella condivisione.

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