L’atto creativo come esperienza misteriosa, ingenua, lontana dal potere. Un processo che nasce da tutto ciò che abbiamo visto, letto, vissuto e amato, ma che, nel momento della creazione, richiede anche la capacità di dimenticarlo.
Questo e molto altro è stato al centro del secondo appuntamento di Atto Creativo, che si è tenuto all’Isola di San Servolo e ha visto dialogare Francesca Comencini, regista e sceneggiatrice, e Tommaso Strinati, storico dell’arte e docente del Centro Sperimentale di Cinematografia.
Partendo dall’idea del cinema come mestiere artigianale, Comencini ha raccontato la creazione come un’esperienza profondamente attraversata dal paradosso: l’autore governa ciò che sta creando ma, allo stesso tempo, deve essere disposto a lasciarsene governare, facendo a pezzi intenzioni, preconcetti e decisioni.
Allo stesso modo, nell’atto creativo convivono memoria e oblio: tutto ciò che ci ha formato si sedimenta dentro di noi, ma per creare occorre riuscire, in qualche modo, a «dimenticare tutto ricordandoselo».
Un principio che Comencini ha portato anche nel laboratorio “Il Sogno”, svolto con gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia e proiettato alle Giornate degli Autori, nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, lavorando sulla centralità dei corpi, delle emozioni e delle relazioni.
Nel cinema, infatti, non tutto passa attraverso le parole: esistono silenzi e “spazi bianchi” nei quali regista, attori e collaboratori possono incontrarsi e nei quali ciò che sfugge al controllo può diventare parte essenziale della creazione.
Nel dialogo con Strinati sono emersi anche il rapporto con il padre Luigi Comencini, la memoria e la trasmissione tra generazioni, insieme alla necessità di una pluralità di sguardi nell’arte e nel cinema.
Per Comencini, dare spazio a un numero sempre maggiore di autrici significa permettere al mondo di essere raccontato da prospettive differenti e offrire alle nuove generazioni immagini nelle quali potersi riconoscere.
L’arte diventa così un luogo capace di tenere insieme le nostre contraddizioni senza risolverle: potere e libertà, memoria e oblio, solitudine e relazione, controllo e abbandono.
Uno spazio nel quale anche ciò che appartiene alla quotidianità può rivelare qualcosa di inatteso e, talvolta, di sacro.

Condividi