Senza compromessi. Il cinema di Andrea Frezza

 

 20.05.2012

È morto a Vibo Valentia il 29 marzo 2012, dopo una lunga malattia, il regista Andrea Frezza.

Aveva 74 anni ed era nato a Laureana di Borrello (Reggio Calabria). Giornalista, scrittore e documentarista, era riuscito a creare non poco scalpore con la sua opera d'esordio, Il gatto selvaggio (1969) in pieno clima di contestazione. «Il merito maggiore de Il gatto selvaggio era di essere pienamente partecipe del "movimento" non trasformandolo né in astratto mito palingenetico, né in furbesco rito consumabile, ma conservando una pensosa visione dialettica e una misura critica, adottando insomma nei suoi confronti una metodologia materialistica e dialettica. Frezza, infatti, sembrava cogliere acutamente l'irrazionalismo nichilistico (fondamentalmente borghese) come uno dei molti elementi della contestazione; ma al contempo individuava con pari vigore l'elemento di acquietamento "piccolo borghese" della realtà "di sinistra" che il suo protagonista così spietatamente eliminava», spiegava Lino Micciché. «[…] Frezza rifiutava il "film" come "prodotto" concluso, "spettacolo" chiuso, "contenitore" di ideologia, "portatore" di messaggi. […] Il rischio di un film siffatto era principalmente che esso non concedeva assolutamente nulla allo "spettatore" […], né un'evasione liberatoria, né una consolazione ideologistica. Era cioè qualcosa che, assai responsabilmente, si sottraeva sia ai vezzi della "commedia all'italiana" sia alle dubbie virtù della "contestazione consumata". E infatti, contro gli oltre 600 milioni di Escalation e i circa 900 milioni di Grazie zia, Il gatto selvaggio incassò appena 26 milioni. E, punito per troppo rigore, Frezza attende ancora di fare il suo secondo film». Così concludeva amaramente Micciché. In realtà il secondo lungometraggio vedrà la luce, dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti, nel 1997 L'ultimo bersaglio, incentrato su omicidi con un movente legato all'Olocausto. Ha, inoltre, pubblicato romanzi e racconti. Ma ancor prima del suo film d'esordio, Andrea Frezza ha frequentato la Cinémathèque Française e durante il soggiorno parigino ha lavorato come assistente di Henri Bresson. Rientrato in Italia, è stato allievo al Centro Sperimentale di Cinematografia e tra il 1963 e il 1964 ha lavorato come assistente di Orson Welles per Il processo.   
 
ore 17.00
Incontro all'alba (1962)
Regia: Andrea Frezza; soggetto e sceneggiatura: A. Frezza, William Azzella; fotografia: Luciano Mondani; scenografia: Umberto Sasso; costumi: Antonio Hallecher; interpreti: Adriana Ambesi, Maria Pia Vaccarezza; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 5'
In Algeria, una donna francese viene trascinata in cella con l'accusa di aver nascosto una ribelle. Esercitazione Csc di Frezza, che ricrea un'atmosfera da ultima notte, alla Sartre (Il muro), in un avvolgente bianco e nero, attraverso il quale filtrano la drammaticità degli eventi e lo stato d'animo della protagonista, fra angoscia e stupore, rabbia e rassegnazione.
 
a seguire
Pane e altro (1963)
Regia: Andrea Frezza; soggetto: A. Frezza; sceneggiatura: A. Frezza, William Azzella, José Marmol; fotografia: Giuseppe Lanci; scenografia: Umberto Campagna; costumi: Antonio Hallecher; interpreti: Vito Cipolla, Enzo Consoli, Giuseppina Apolloni, Arnaldo Bellofiore, Antonietta Fiorito, Lucia Tarenghi; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 17'
Benzinaio di origini meridionale vive nella periferia romana nella casa della sorella, sposata con un operaio, impegnato nelle lotte sindacali. Vorrebbe tornare a casa a fare il contadino, ma l'arresto del cognato lo costringe a rimanere. Echi pasoliniani, neorealismo di ritorno, preveggenze contestatarie, con l'uso di fotografie al posto degli scontri, sul fondo del contrasto esistenziale fra campagna e metropoli, tradizioni e (presunto) progresso. Il tutto stagliato su uno splendido bianco e nero, specie nelle scene, in ombra, del distributore di benzina, sperso nelle campagne, con i palazzoni che irrompono in lontananza.
 
a seguire
Il gatto selvaggio (1969)
Regia: Andrea Frezza; soggetto e sceneggiatura: A. Frezza; fotografia: Angelo Bevilacqua; scenografia: Napoleone Bizzarri; costumi: Gianna Gelmetti; musica: Benedetto Ghiglia; montaggio: Mario Morra; interpreti: Carlo Cecchi, Juliette Mayniel, Ferruccio De Ceresa, Pier Paolo Capponi, Gabriella Mulachiè, Francesca Benedetti; origine: Italia; produzione: 21 Marzo Cinematografica; durata: 75'
«È forse il film più serio che il cinema italiano abbia prodotto sul tema della contestazione e che, già pronto fin dall'estate del '68, non trovò un'"uscita" che nell'ottobre del '69 apparendo dunque impropriamente caricato di un "senno di poi", quando invece si inseriva nel vivo del dibattito interno al "movimento" e vi portava con efficace lucidità il proprio fecondo apporto. La tesi di Frezza era che all'interno di quel dibattito vi fosse un elemento di furia superoministica e demoniaca (nel senso dostoevskiano del termine), che, portando a una progressiva eliminazione dei "falsi rivoluzionari" dall'arco ideologico contestatario, costringeva il "rivoluzionario puro" a un finale, paralizzante isolamento. Il quale oltre tutto, riduceva il discorso rivoluzionario iniziale a una sorta di solipsistico monologo da asceta della rivoluzione» (Micciché). Cecchi meteora del cinema sessantottino, prima del teatro e di Morte di un matematico napoletano. Da segnalare la presenza di Amelio quale aiuto regista.
 
ore 19.00
L'ultimo bersaglio (1996)
Regia: Andrea Frezza; soggetto e sceneggiatura: A. Frezza; fotografia: Franco Di Giacomo; scenografia: Lucia Mirisola; costumi: Lina Nerli Taviani; musica: Stefano Marcucci; montaggio: Roberto Perpignani; interpreti: Silvia Cohen, Giancarlo Giannini, Giacomo Piperno, Andrea Jonasson, Pietro Biondi, Paolo Maria Scalondro;
origine: Italia; produzione: Eurostar 95; durata: 110'
«All'inizio sembra un suicidio: a Venezia, il corpo di Giacomo Piperno, vecchio professore ebreo solitario scampato al lager di Birkenau, precipita dall'alto, si sfracella. Silvia Cohen, figlia del morto arrivata per il funerale del padre, anche grazie alla propria passata esperienza nei servizi segreti israeliani capisce che quel suicidio è dubbio, cerca la verità. L'indagine coinvolge Giancarlo Giannini, musicista amico del morto, un ambiguo turista argentino ospite d'un grande albergo al Lido nel 1972, una vecchia Luger, un figlio che vuole vendetta: nei suoi toni solenni e sospesi nella bella fotografia di Franco Di Giacomo, il film riporta alla vita attraverso la morte un tema che pareva logorato, mentre non finirà mai d'essere, angosciosamente, dolorosamente presente» (Tornabuoni).