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Il neorealismo amaro di Giuseppe De Santis
"Un apprezzato professionista di sicuro avvenire" non è solamente il titolo dell'ultimo film diretto da De Santis. Ma forse anche un'ironica quanto amara riflessione sul suo essere uomo di cinema in un mondo dello spettacolo a lui sempre più alieno.
23.02.2012
- 28.02.2012
Un apprezzato professionista
di sicuro avvenire non è solamente il titolo dell'ultimo
film diretto da Giuseppe De Santis. Ma forse è col senno di
poi, e cioè rileggendo le varie vicende della sua
biofilmografia, anche un'ironica quanto amara riflessione sul suo
essere uomo di cinema in un mondo dello spettacolo a lui sempre
più alieno. È come se De Santis avesse avuto, da una
parte, coscienza di sé, delle proprie capacità di
professionista del cinema e, dall'altra, con lucida e disincantata
ironia vedesse la propria carriera di regista tutt'altro che
sicura. Del resto, basta leggere le date della sua filmografia per
capire le reali difficoltà per un maestro del cinema
italiano di realizzare film: ben otto anni separano il suo ultimo
lungometraggio da Italiani brava gente (1964), e, come
scrive giustamente Piera Patat nel volume curato da Sergio Toffetti
Rosso fuoco. Il cinema di Giuseppe De Santis, «l'altro
film degli anni '60 è La garçonnière
(1960), finanziato da un produttore regionale, il napoletano
Roberto Amoroso. E per fare l'ultimo film degli anni '50, La
strada lunga un anno, aveva dovuto andare in Jugoslavia».
Non è un caso quindi che il primo cartello dei titoli di
testa del film Un apprezzato professionista di sicuro
avvenire reciti «"Un film di Giuseppe De Santis",
l'ultimo "direttore artistico Giuseppe De Santis". La prima
formula, che ha un significato particolare, in quanto indica che il
regista è il responsabile principale, l'"autore" di un film,
si è venuta affermando nel corso degli anni '30 con il
crescere dell'importanza della nozione di regista all'interno di
una situazione di lavoro collettivo».
"Il poco apprezzato
professionista" Giuseppe De Santis nasce a Fondi, in provincia di
Latina, l'11 febbraio del 1917. Precocissimo nella scrittura (a
soli 14 anni inizia a scrivere poesia e racconti). Negli anni
Trenta stringe rapporti di amicizia con artisti e giovani
intellettuali come Libero De Libero, Renato Guttuso, Corrado Cagli,
Pietro Ingrao e soprattutto Gianni Puccini che nel 1940, d'intesa
con Francesco Pasinetti, gli propone di collaborare alla rivista
«Cinema». Diventato titolare di una rubrica nella
prestigiosa rivista di cinema, si iscrive parallelamente al Centro
Sperimentale di Cinematografia, conseguendo il diploma di regia.
Nello stesso anno, 1942, è sceneggiatore e aiuto regista
dell'esordiente Visconti in Ossessione e nell'estate del
1943 segue Rossellini nelle riprese del film che avrebbe dovuto
intitolarsi Rinuncia o Scalo merci, interrotto dopo
l'8 settembre e ripreso due anni più tardi, con il titolo
Desiderio, da Marcello Pagliero. Alla fine del conflitto
insieme ad altri transfughi di «Cinema» rileva la
rivista «Film» di Mino Doletti. Le collaborazioni si
infittiscono, da Il sole sorge ancora di Aldo Vergano al
film collettivo Giorni di gloria fino alla sua grande prova
d'esordio Caccia tragica. Tra il 1946 e il 1972 De Santis
realizza altri undici lungometraggi, cui si aggiungono la
sceneggiatura di Donne proibite di Giuseppe Amato e il
soggetto de La visita di Antonio Pietrangeli. «Uno
degli elementi di originalità di De Santis, in quell'ampia
articolazione di punti di vista sul mondo che alimenta i differenti
sguardi neorealisti, consiste ora nel situarsi al punto di impatto
tra la realtà […] e la scelta di una tradizione di
riferimento all'interno della storia del cinema, con tutto
ciò che ne consegue in termini di dispositivi
linguistici», spiega Toffetti. «De Santis, infatti, non
è soltanto l'autore che fa interagire la struttura narrativa
dei suoi film con i media: radio, fotoromanzi, pubblicità,
ma è sicuramente il più "cinéphile" tra i
grandi registi del neorealismo, e reinterpreta creativamente la
lezione, in primo luogo tecnico-espressiva, del cinema che ha
imparato ad amare da critico e da spettatore: i piani sequenza di
Renoir, le ampie inquadrature di Vidor, le eteree carrellate del
musical, le luci espressioniste del noir, le masse di Ejzenstejn e,
più ancora, di Pudovkin. […] Per De Santis insomma,
un movimento di macchina è una questione di "storia", storia
sociale, ma anche storia del cinema. E in questa doppia
consapevolezza, l'impegno dichiarato diventa gioco d'amore e di
linguaggio, e la ricerca delle cause dell'ingiustizia sociale, si
intrecciano con il discorso sull'"origine du monde"». Il 16
maggio 1997 Giuseppe De Santis se ne è andato lasciando un
vuoto immenso. E come scrive l'Associazione Giuseppe De Santis
(www.assodesantis.com):«Non potendo filmare egli stesso le
storie che ideava con un mai sopito impulso creativo, negli anni di
inattività forzata egli è comunque riuscito a
trasmettere ai giovani la passione per la "settima arte": negli
anni '80 come insegnante di recitazione al prestigioso Centro
Sperimentale di Cinematografia (tra i suoi allievi di allora
c'è una fetta di attori del giovane cinema italiano: Iaia
Forte, Roberto Di Francesco, Francesca Neri...), nell'anno
accademico 1996-97 come docente di regia alla Nuova
Università del Cinema e della Televisione di
Roma».
Buona parte delle citazioni sono
tratte da Sergio Toffetti (a cura di), Rosso fuoco. Il cinema di
Giuseppe De Santis, Lindau, Museo del Cinema, Torino, 1996, e
Marco Grosso (a cura di), Giuseppe De Santis. La trasfigurazione
della realtà, Associazione Giuseppe De Santis, Centro
Sperimentale di Cinematografia, Roma, 2007.
giovedì
23
ore 17.00
Ossessione (1943)
Regia: Luchino Visconti;
soggetto: ispirato liberamente al romanzo Il postino suona
sempre due volte di James Cain; sceneggiatura: L. Visconti,
Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini; fotografia: Aldo
Tonti, Domenico Scala; scenografia: Gino Franzi; costumi: Maria De
Matteis; musica: Giuseppe Rosati; montaggio: Mario Serandrei;
interpreti: Massimo Girotti, Clara Calamai, Juan De Landa, Dhia
Cristiani, Elio Marcuzzo, Vittorio Duse; origine: Italia;
produzione: I.C.I. - Industrie Cinematografiche Italiane; durata:
140'
«Dal romanzo Il
postino suona sempre due volte (1934) di James Cain: malmaritata
a un uomo più vecchio di lei, una donna induce un giovane
vagabondo di cui è diventata l'amante a uccidere il consorte
in un incidente automobilistico truccato. Qualcosa di più di
un film: una bandiera, un manifesto, un simbolo. Memorabile esordio
di Visconti, aprì la strada al neorealismo postbellico,
agganciò il cinema italiano alla cultura europea della
crisi, fu la scoperta di un'Italia amara, fatta con violento
pessimismo, tramite il filtro del romanzo nordamericano e del
realismo francese di J. Renoir. Nonostante difetti, eccessi,
compiacimenti estetizzanti, un ammirevole esempio di fusione tra
realismo e decadentismo. […] Marcuzzo (nel film lo Spagnolo)
fu impiccato per errore con il fratello Armando (e seppelliti vivi)
nell'aprile 1945 da una banda di partigiani, comandata dal
sanguinario Gino Simionato detto il Falco che, con altri 3, fu
indagato e prosciolto nel '54 per amnistia. Il romanzo di Cain fu
filmato dal francese P. Chenal (1939) e dagli americani T. Garnett
(1946) e B. Rafelson (1981)» (Morandini). Oltre a firmare la
sceneggiatura, De Santis è stato aiuto regista del film.
«Doveva chiamarsi Palude e non Ossessione.
[…] Palude stava a significare, secondo la moda di
quei tempi, la vischiosità morale di tutti i protagonisti
della storia e la loro cupa, stagnante tragedia che maturava
all'ombra di loschi interessi e di una morbosa sessualità.
[…]. Nessuno l'ha mai scritto a proposito di
Ossessione, ma chi per primo ci aveva parlato di quei luoghi e
proposto di ambientarvi il racconto del film, era stato Libero
Solaroli, mio insegnante di tecnica della produzione al Centro
Sperimentale di Cinematografia e che io avevo fatto conoscere a
Visconti per indurlo ad affidargli l'organizzazione di
Palude» (De Santis).
ore 19.30
Il sole sorge ancora
(1946)
Regia: Aldo Vergano; soggetto:
Giuseppe Gorgerino; sceneggiatura: Guido Aristarco, Giuseppe De
Santis, Carlo Lizzani, A. Vergano; fotografia: Aldo Tonti;
scenografia: Fausto Galli; costumi: Anna Gobbi; musica: Giuseppe
Rosati; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Elli Parvo, Lea
Padovani, Vittorio Duse, Cristina Almirante, Checco Rissone, Carlo
Lizzani; origine: Italia; produzione: A.N.P.I. (Associazione
Nazionale Partigiani d'Italia); durata: 90'
«Dopo l'8 settembre
1943, un militare (Duse) abbandona le armi e torna al suo paese
lombardo, occupato dai tedeschi. S'infatua della padrone del forno
(Parvo) e sembra propenso a fare la bella vita, ma una giovane
operaia antifascista (Padovani) e i compaesani impegnati nella
Resistenza lo inducono a scegliere la lotta partigiana.
Commissionato dall'Anpi, è uno dei capisaldi del neorealismo
e l'unico film di chiara ispirazione marxista prodotto in Italia
sulla guerra di Liberazione» (Mereghetti).
«Sarà […] con stupore che il nostro pubblico
verrà a trovarsi di fronte a personaggi inconsueti, nuovi
per il cinema italiano, a personaggi non già idealizzati e
recanti le stimmate degli eroi ad ogni costo, ma posti, questa
volta, sul gradino naturale di un'esistenza quotidiana ricca di
contraddizioni, uomini e donne, insomma, con i loro vizi e le loro
virtù. Gli stessi attori scelti per interpretare questi
ruoli sono stati costretti a spogliarsi della loro abituale quanto
convenzionale maschera. Massimo Serato, nelle vesti di un giovane
ufficiale tedesco, Elli Parvo in quelle di una donna sensuale e
corrotta, e tutti gli altri, da Lea Padovani, a Vittorio Duse, a
Checco Rissone, hanno accettato di buon grado l'interessante
trasformazione che pure li costringeva a non lievi sacrifici di
vanità» (Giuseppe De Santis).
ore 21.15
Donne proibite
(1954)
Regia. Giuseppe Amato; soggetto:
dalla commedia Vita nuova di Bruno Paolinelli;
sceneggiatura: Giuseppe Mangione, Giuseppe De Santis, Elio Petri,
Gianni Puccini, B. Paolinelli, Cesare Zavattini, Siro Angeli,
Gigliola Falluto; fotografia: Anchise Brizzi; scenografia: Virgilio
Marchi; costumi: Elio Costanzi; musica: Renzo Rossellini;
montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Linda Darnell, Valentina
Cortese, Lea Padovani, Giulietta Masina, Lilla Brignone, Anthony
Quinn; origine: Italia; produzione: G. Amato; durata: 89'
A causa della
chiusura della casa di tolleranza dove lavorano, delle prostitute
devono decidere del loro future e compiono scelte diverse.
«Melodramma a tinte fosche […]: più abile come
produttore che come regista, Amato mescola peccato e redenzione,
moralismo e riflessione sociale, lacrime e speranze in un film
convenzionale ma efficace» (Mereghetti).
venerdì
24
ore 17.15
Giorni di gloria
(1945)
Regia: Luchino Visconti, Marcello
Pagliero, Giuseppe De Santis, Mario Serandrei; commento: Umberto
Calosso, Umberto Barbaro; fotografia: Umberto Della Valle, De West,
Gianni Di Venanzo, Angelo Jannarelli, Giorgio Lastricati, Novarro,
Giovanni Puccini, Reed, Massimo Terzano, Giovanni Ventimiglia,
Michel Werdier, Vittoriano, Manlio, Caloz e il contributo dei
tecnici del C.L.N. di Milano; musica: Costantino Ferri; montaggio:
M. Serandrei, Carlo Alberto Chiesa; origine: Italia; produzione:
Titanus, A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia);
durata: 71'
«Il film è la
rievocazione dei mesi concitati e drammatici che portarono alla
liberazione d'Italia: combattimenti partigiani contro gli
occupanti, rastrellamenti, rappresaglie nazifasciste, tedeschi che
si arrendono, attività clandestine nelle città, lanci
con paracadute di rifornimenti ai reparti partigiani; e infine la
mobilitazione e gli scioperi che preannunciarono l'insurrezione e
la liberazione, ad opera dei reparti partigiani del Comitato di
Liberazione Nazionale, di alcune città del Nord: Genova,
Torino, Milano, Venezia. Due episodi sono sviluppati con
particolare evidenza: il processo a Pietro Caruso, cronaca
drammatica del procedimento contro l'ex questore di Roma, uno dei
compilatori degli elenchi di ostaggi da trucidare alle Fosse
Ardeatine, e il ritrovamento, la ricomposizione e il riconoscimento
dei corpi dei 335 esseri umani trucidati dai nazisti e rimasti
sepolti per mesi sotto tonnellate di tufo nelle Ardeatine. Di
particolare intensità sono anche alcune interviste a donne
parenti delle vittime» (Marco Grossi). «Film a
carattere collegiale, Giorni di gloria pur essendo una
testimonianza vivida della Resistenza, non ha avuto […]
accoglienze entusiastiche dal pubblico, anche se generalmente la
critica è stata rispettosa nei suoi confronti. Oggi, in
assenza di coloro che si sono impegnati nel progetto, non
disponiamo di notizie precise e particolareggiate sulla genesi di
un film che è stato un work in progress, firmato da tre
registi, Giuseppe De Santis, Luchino Visconti, Marcello Pagliero.
Perciò è difficile stabilire a quale punto del
percorso sia intervenuto De Santis per svolgere funzioni di
coordinamento e girare qualche raccordo e alcune scene visibilmente
ricostruite. Eppure, gli analisti e gli studiosi commetterebbero un
errore se considerassero ininfluenti, nella formazione artistica di
De Santis, i due film che preludono all'esordio con Caccia
tragica (1947): Giorni di gloria, appunto, e Il sole
sorge ancora (1946) di Aldo Vergano, in cui sono finanche
rintracciabili qua e là tratti stilistici ed espressivi
tipicamente desantisiani» (Argentieri). Giuseppe De Santis
dichiara di aver girato la sequenza ricostruita di un assalto dei
GAP nel quartiere Tiburtino di Roma e le interviste ai testimoni
nell'episodio delle Fosse Ardeatine.
ore 19.00
Roma ore 11 (1952)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto e sceneggiatura: Cesare Zavattini, Basilio Franchina, G.
De Santis, Rodolfo Sonego, Gianni Puccini; fotografia: Otello
Martelli; scenografia: Leon Barsacq; costumi: Elio Costanzi;
musica: Mario Nascimbene; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti:
Lucia Bosé, Carla Del Poggio, Maria Grazia Francia, Delia
Scala, Elena Varzi, Lea Padovani; origine: Italia/Francia;
produzione: Transcontinental Film, Titanus; durata: 98'
Una ditta cerca una
dattilografa e moltissime ragazze rispondono all'annuncio. La scala
crolla e una di loro muore. «In questa piccola folla il
De Santis ha naturalmente individuato e sottolineato alcune
figurine, dandocene sfondi e chiaroscuri. Nel film, come si usa
dire, corale, spicca così questo piccolo coro; e gli episodi
s'intersecano, ora amari, ora sardonici, talvolta con uno spento
sorriso. Film composito, calcolato, previsto, con un'abilità
talvolta sorprendente; e sono questa sicurezza e questa bravura a
limitare l'umanità e il valore del film. Che è
affastellato e al tempo stesso ordinato; con intarsi e imprevisti
da caleidoscopio, e al tempo stesso chiarissimo; con toni d'arida
cronaca, e qualche più profondo respiro» (Gromo).
«Le due versioni dello stesso fatto di cronaca (De Santis e
il Genina che segue [Tre storie proibite]) sono
forse, nella loro capacità di ignorarsi, la prova maggiore
di quanto vi è stato di grandezza nel cinema italiano tra
gli anni Trenta e gli anni Settanta» (Germani).
ore 21.00
Caccia tragica
(1947)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: G. De Santis, Carlo Lizzani, Lamberto Rem-Picci;
sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Umberto Barbaro, G. De
Santis, C. Lizzani, Cesare Zavattini; fotografia: Otello Martelli;
scenografia: Carlo Egidi; costumi: Anna Gobbi; musica: Giuseppe
Rosati; montaggio: Mario Serandrei; interpreti: Vivi Gioi, Andrea
Checchi, Carla Del Poggio, Massimo Girotti, Vittorio Duse, Checco
Rissone; origine: Italia; produzione: A.N.P.I. (Associazione
Nazionale Partigiani d'Italia), Dante Film; durata: 90'
«Nell'immediato
dopoguerra, un camion sul quale viaggiano i novelli sposi Michele e
Giovanna e il ragioniere di una cooperativa agricola, incaricato di
portare in sede quattro milioni di lire, viene assalito da un
manipolo di banditi. I malviventi bloccano la strada con una finta
ambulanza, uccidono l'autista e il ragioniere, si impossessano del
denaro e prendono in ostaggio la ragazza. Alberto, il capobanda,
è un disoccupato reduce di guerra; Daniela è la sua
amante, una ex collaborazionista soprannominata Lili Marlene. I
contadini della cooperativa si uniscono ai carabinieri per aiutarli
a catturare i malviventi» (Marco Grossi). «In
Caccia tragica De Santis fa risaltare una novità di stile
che rimarrà fra le sue prerogative, la padronanza della
tecnica, e sul piano del contenuto mescola l'"avventura" con la
realtà italiana, suscitando il rimprovero di qualche critico
che considerava questa commistione troppo audace o addirittura
fuori luogo» (Gambetti). Nastro d'Argento per la miglior
regia (ex-aequo con Alberto Lattuada per Il delitto di Giovanni
Episcopo) e per la miglior attrice (Vivi Gioi).
sabato 25
ore 17.00
Giorni d'amore
(1954)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto e sceneggiatura: Libero de Libero, G. De Santis, Elio
Petri, Gianni Puccini; fotografia: Otello Martelli; scenografia e
costumi: Domenico Purificato; musica: Mario Nascimbene; montaggio:
Gabriele Varriale; interpreti: Marcello Mastroianni, Marina Vlady,
Angelina Longobardi, Dora Scarpetta, Giulio Calì, Fernando
Jacovolta; origine: Italia; produzione: Excelsa Film; durata:
102'
«Due giovani contadini
di Fondi, Angela e Pasquale, sono promessi sposi da alcuni anni.
Per tradizione le nozze devono celebrarsi con tutta
solennità e richiedono una notevole spesa economica, ma le
famiglie dei fidanzati sono povere e il matrimonio viene rimandato
di anno in anno. Un giorno Pasquale deicide di ricorrere a un
sotterfugio, con la complicità mascherata dei parenti
entrambi: fingerà di rapire Angela, in modo che il
matrimonio diverrà inevitabile e le nozze saranno celebrate
in fretta e con semplicità. Il piano concordato di nascosto
tra le famiglie viene attuato» (Marco Grossi). «Tre
anni dopo Due soldi di speranza (1952) di Renato Castellani
- un capolavoro che pochi hanno voluto riconoscere come tale - e un
anno dopo Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini -
una simpatica commedia rusticana che nelle intenzioni del regista
avrebbe dovuto essere anche aspra […]. Peppe De Santis, non
riuscendo a condurre in porto progetti più ambiziosi, si
inserì con molta autonomia nel filone che alcuni critici
della sua parte vollero chiamare "neorealismo rosa". Ne
risultò un film spregiudicato e allegro, di una
vitalità e di un colore raramente eguagliati nel nostro
cinema. Un colore che non era solo quello del Ferraniacolor, che
unicamente in questo caso, a mia memoria, fu usato in modo
così controllato e personale, sperimentale e autoriale; e
per averne conferma basta confrontarlo con gli altri prodotti di
quegli anni, dal pioneristico Totò a colori (1952) di
Steno a La nave delle donne maledette (1953) di Raffaello
Matarazzo» (Fofi). Nastro d'Argento 1954-1955 a Marcello
Mastroianni per il miglior attore protagonista.
ore 19.00
Riso amaro (1949)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: G. De Santis, Carlo Lizzani, Gianni Pucini;
sceneggiatura: Corrado Alvaro, G. De Santis, C. Lizzani, Carlo
Musso, Ivo Perilli, Gianni Puccini; fotografia: Otello Martelli;
scenografia: Carlo Egidi; costumi: Anna Gobbi; musica: Goffredo
Petrassi; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Vittorio
Gassman, Silvana Mangano, Raf Vallone, Doris Dowling, Checco
Rissone, Nico Pepe; origine: Italia; produzione: Lux Film; durata:
109'
«Francesca, indotta dal
suo amante Walter, ruba una preziosa collana a un cliente
dell'albergo in cui lavora come cameriera. Per sfuggire alla
polizia si unisce alle mondine che stanno partendo in treno per la
stagione lavorativa. Tra le mondariso c'è anche Silvana,
un'affascinante ragazza con la testa piena di sogni. Silvana scopre
la vera identità di Francesca e riesce a impossessarsi della
collana rubata. Walter, per riprendere la collana, cerca di sedurre
Silvana, che aveva stretto una relazione con Marco, un giovane
sergente in servizio nei pressi della risaia» (Marco Grossi).
«Le ragioni per le quali Riso amaro resta un caposaldo
emblematico del periodo più fertile del cinema italiano -
che possono aiutarci a capire meglio lo stesso fenomeno del
neorealismo - sono assai forti. Fin dalla sua nascita il
neorealismo sollevò, soprattutto tra i critici italiani, il
problema di quanto fosse un movimento unitario, in che misura e
perché autori tanto eterogenei […] e di umori
così vari fossero visti dalla critica di tutto il mondo come
parte di una scuola piuttosto omogenea: dal sofisticato Luchino
Visconti al sanguigno De Santis, dal cronachistico Roberto
Rossellini al patetico e appassionato Vittorio De Sica. E molti se
lo domandano ancora oggi. Proprio Riso amaro (vi giocano la
favola e la tranche de vie, il romanzo e il grand
guignol, il corale e l'individuale) sembra raccogliere in
sé alcune delle aporie più lampanti del neorealismo.
Ma se Riso amaro fosse invece un pastiche sia pure
geniale, il frutto di una semplice giustapposizione di motivi
diversi? Se poi il neorealismo non esistesse, come taluni hanno
voluto ribadire in questi ultimi decenni? […] Il rischio di
una verifica di tali ipotesi su Riso amaro è alto, ma
l'omogeneità del fenomeno Riso amaro è un
fatto certo. Avrebbe altrimenti avuto, questo film, la
capacità deflagrante - esso sì - di una bomba, se
fosse soltanto una aggregazione aritmetica degli elementi che lo
compongono? Riso amaro, insomma, come la più
suggestiva metafora del neorealismo storico» (Lizzani).
Nomination all'Oscar a Giuseppe De Santis e Carlo Lizzani per il
miglior soggetto.
ore 21.00
Non c'è pace tra gli
ulivi (1950)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: G. De Santis, Gianni Puccini; sceneggiatura: Libero de
Libero, Carlo Lizzani, G. De Santis, G. Puccini; fotografia: Piero
Portalupi; scenografia: Carlo Egidi; costumi: Anna Gobbi; musica:
Goffredo Petrassi; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Raf
Vallone, Lucia Bosè, Folco Lulli, Maria Grazia Francia,
Dante Maggio, Michele Riccardini; origine: Italia; produzione: Lux
Film; durata: 103'
«Il pastore Francesco
Dominici, tornato dalla guerra, cerca invano lavoro nella sua terra
segnata dagli eventi bellici. Una notte, per vendicarsi di un furto
di pecore subito dalla sua famiglia e perpetrato dal losco Agostino
Bonfiglio, arricchitosi con la borsa nera e l'usura, va a
riprendersi le sue pecore con l'aiuto della sua innamorata Lucia e
della sorella Maria Grazia, ma viene denunciato e arrestato»
(Marco Grossi). «Ogni inquadratura sarebbe da citare, per
mettere in rilievo la scultoreità delle pose, il bloccaggio
degli sguardi, la composizione in profondità di campo e in
diagonali che correlano i personaggi fra loro, la figurazione in
contrasti estremi fra bianchi e neri. Se ne potrebbe dedurre
un'impressione di staticità complessiva; essa è
tuttavia animata, anzi musicalmente ritmata sia dagli stacchi di
montaggio, che sono sistematicamente oppositivi, anche se non
necessariamente dissonanti, sia dai movimenti di macchina, sempre
tesi non ad accompagnare un'azione ma, visibili come sono, a
"coreografarla". […] Tutto questo rende difficile se non
impossibile parlare di neorealismo, anche se alcuni referenti di
cui il film di De Santis è debitore vengono ascritti a tale
scuola: La terra trema (1948) di Luchino Visconti e In
nome della legge (1949) di Pietro Germi; ma, appunto, sono film
come questi a farci capire che sotto l'etichetta neorealista si
celano - accomunate certo da analoghi propositi di denuncia sociale
- le più contrastanti tendenze formali. Ma De Santis guarda
oltre frontiera: a Orson Welles (al quale potrebbe ascriversi l'uso
anomalo della voice over), al messicano Emilio
Fernàndez (all'epoca assai considerato in Italia, e maestro
dei contrasti bianco-neri col suo direttore della fotografia
Gabriel Figueroa, al quale non è escluso che Piero Portalupi
si sia ispirato per le luci di questo film), nonché ai
sovietici più formalisti, non solo Sergej Ejzenštejn
[…] ma anche a registi come Grigorij Aleksandrov. E
presumibilmente il didattismo esibito di Non c'è pace
tra gli ulivi deve molto a questi ultimi»
(Aprà).
Copia
restaurata dalla Cineteca Nazionale
domenica
26
ore 17.15
La
garçonnière (1960)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto e sceneggiatura: Carlo Bernari [non accreditato], G. De
Santis, Franco Giraldi, Tonino Guerra, Elio Petri, Ugo Pirro [non
accreditato]; fotografia: Roberto Gerardi; scenografia: Ottavio
Scotti; musica: Mario Nascimbene; montaggio: Otello Colangeli;
interpreti: Raf Vallone, Eleonora Rossi Drago, Marisa Merlini,
Gordana Miletic, Nino Castelnuovo, Maria Fiore; origine: Italia;
produzione: Ramo Film; durata: 90'
«Alberto Fiorini, un
costruttore edile di Roma, è pedinato dalla moglie Giulia,
che lo sospetta di adulterio. Difatti l'uomo, che ha già
avuto altre relazioni extraconiugali, è ora innamorato della
giovanissima indossatrice Laura, la cui frequentazione lo illude di
poter ritrovare la giovinezza ormai lontana. Giulia, accompagnata
in auto dall'amica Pupa, vede Alberto entrare furtivamente in un
edificio, e poco dopo scorge Laura avvicinarsi al castello»
(Marco Grossi). «Disagio, crisi, malessere: ripercorrendo
buona parte della letteratura storiografica dedicata al cinema
italiano dei primi anni '60, ci si imbatte in una serie di sinonimi
che aspirano a riassumere il senso di una lunga stagione
perennemente "transitoria", priva di unitarietà e articolata
in percorsi individualizzati (quelli degli Autori), ma al tempo
stesso livellata dall'incertezza e dalla carenza di vere
prospettive. L'eredità del neorealismo è spezzata,
disconosciuta, rinnegata […]. In questo contesto storico,
Giuseppe De Santis realizza il proprio "film del malessere", La
garçonnière; la differenza profonda con il cinema
coevo è nella lucidità dell'assunto ideologico e
nella chiarezza degli intenti. Per De Santis il transito verso il
nuovo decennio potrà pur essere infido e scivoloso, ma il
passo deve essere sicuro e la meta fissata»
(Bandirali).
ore 18.45
Cesta duga godine dana
(La strada lunga un anno, 1958)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: G. De Santis, Elio Petri, Gianni Puccini; sceneggiatura:
G. De Santis, Maurizio Ferrara, Tonino Guerra, E. Petri, G.
Puccini, Mario Socrate; fotografia: Marco Scarpelli; scenografia:
Zelimir Zagotta; costumi: Oto Reinger, Jagoda Buic Bonetti; musica:
Vladimir Kraus-Rajeteric; montaggio: Boris Tesija; interpreti:
Silvana Pampanini, Eleonora Rossi Drago, Massimo Girotti, Bert
Sotlar, Milivoje Zivanovic, Gordana Miletic; origine: Jugoslavia;
produzione: Jadran Film; durata: 143'
«Gli abitanti di un
piccolo centro di montagna sembrano condannati a una eterna
disoccupazione. Una mattina Guglielmo, stanco di aspettare un
lavoro che non arriva mai, decide di costruire una strada per
collegare il paese al mare. Fa credere ai suoi compaesani di aver
ricevuto l'incarico dalle autorità pubbliche allo scopo di
coinvolgere i tanti disoccupati nell'iniziativa e costringere poi
gli amministratori a retribuire tutti i lavoratori per l'impresa
portata a compimento» (Marco Grossi). «Io avrei voluto
fare grandi romanzi, film d'impatto sociale, e invece, nella
migliore delle ipotesi, le condizioni produttive del cinema
italiano mi consentivano commedie come Giorni d'amore. In
Jugoslavia ho girato La strada lunga un anno, tutto il film
l'ho ambientato in Dalmazia scegliendo posti che assomigliassero
alla mia Ciociaria il più possibile, le pietruzze, le
montagne, le case, il mare, le strade; l'edizione italiana, poi,
è parlata tutta in dialetto del basso Lazio. Per il film ho
goduto di libertà assoluta, gli jugoslavi mi chiesero
soltanto, per ragioni diplomatiche, di mettere una didascalia
iniziale, dove si spiegava che la storia si svolgeva in un paese
immaginario, per non evitare noie con lo Stato italiano. La scelta
di girare in Jugoslavia, comunque, mi fu fatta pagare. Venezia
rifiutò il film perché "troppo lungo", e in Italia
praticamente non lo vide nessuno» (De Santis). Nomination
all'Oscar per il miglior film straniero (1958).
ore 21.30
Italiani brava gente
(1964)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: Ennio De Concini, G. De Santis; sceneggiatura: Sergej
Smirnov, E. De Concini; fotografia: Toni Secchi; scenografia:
Ermanno Manco; costumi: Luciana Marinucci musica: Armando
Trovajoli; montaggio: Mario Serandrei, Claudia Moskvina;
interpreti: Arthur Kennedy, Andrea Checchi, Riccardo Cucciolla,
Raffaele Pisu, Tatiana Samoilova, Zanna Prokhorenko; origine:
Italia/Urss; produzione: Galatea, Coronet, Mosfilm; durata:
148'
«È il 1941 e la
campagna italiana in Russia è appena iniziata. Su un treno
viaggiano soldati provenienti da tutte le regioni d'Italia. La
Storia si fonde con le vicende personali di alcuni uomini.
L'ottimismo di chiara fede fascista di alcuni non è
condiviso dall'esperto e onesto colonnello Sermonti» (Marco
Grossi). «Opera numero 10 e penultima del regista di Fondi
[…], Italiani brava gente, nel narrare le tragiche
vicende della spedizione italiana, fra il 1941 e il 1943, nella
campagna di Russia della seconda guerra mondiale (una guerra "senza
ragione, senza scuse, senza onore" l'aveva definita Pietro Nenni),
si costruisce su uno dei principi fondanti del cinema, la
"qualità dell'immagine di attualizzare il passato" (Edgar
Morin), in virtù del quale la ripresa (il "ciò che
è stato") si attualizza nella visione (in "ciò che
è"), e l'allora e l'altrove si mutano misteriosamente in un
qui e in un ora e questa straordinaria peculiarità è
ottenuta creando un evidente sfasamento temporale fra immagini e
colonna sonora, laddove le prime, presentate nel loro farsi, sono
commentate dalle voci dei soldati che in quell'assurdo conflitto
perderanno, uno dopo l'altro, la vita. Come nell'Antologia di
Spoon River, essi ricordano e in tal modo rievocano e la memoria
diventa il segno significante dell'opera, pensiero che si fa atto.
Il futuro della loro morte commenta già il presente della
loro esistenza» (Giacci).
lunedì
27
chiuso
martedì
28
ore 17.00
Uomini e lupi (1957)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: G. De Santis, Tonino Guerra, Elio Petri; sceneggiatura:
G. De Santis, E. Petri, Ugo Pirro, Gianni Puccini, con la
collaborazione di Ivo Perilli; fotografia: Piero Portalupi;
scenografia: Ottavio Scotti; costumi: Graziella Urbinati; musica:
Mario Nascimbene; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Silvana
Mangano, Yves Montand, Pedro Armendàriz, Irene Cefaro,
Giulio Calì, Guido Celano; origine: Italia-Francia;
produzione: Titanus, SGC; durata: 104'
«La minaccia dei lupi
incombe come ogni inverno su un piccolo paese delle montagne
abruzzesi, Vischio. Le belve feroci fanno strage di pecore e
costituiscono una minaccia anche per gli animali rinchiusi nelle
stalle. Attirati da un premio di ventimila lire per ogni belva
uccisa, due lupari raggiungono il paese. Giovanni, uomo maturo, ha
già ucciso molti lupi e ha necessità di guadagnare
per mantenere la moglie Teresa e il figlio Pasqualino. Ricuccio,
giovane simpatico e baldanzoso, sembra in realtà interessato
solo a sfruttare la situazione e l'ospitalità per andare a
caccia di donne» (Marco Grossi). «Il sale di Uomini
e lupi, il segreto della sua tenuta, sta proprio nell'essere
fuori dal tempo, opus perfettamente preistorico. Del mito e
dell'epos, prima del patto della legge e della moneta (che
mai come qui prende la sua forma dalla caciotta: Pasqualino ci
vorrebbe adescare pure il lupo). Non ci sono preti né
sindaci, guardie né carabinieri. Solo magazzini e osterie,
anche se Ricuccio non ha bisogno di vino per vaneggiare: gli basta
la finestra d'un paese di fantasmi per lanciarsi in comizi
d'amore» (Sanguineti).
Per gentile
concessione di Rai Cinema, copia proveniente dalla Cineteca di
Bologna - Ingresso gratuito
ore 19.00
Un marito per Anna Zaccheo
(1953)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto: G. De Santis, Alfredo Giannetti, Salvatore Laurani;
sceneggiatura: G. De Santis, A. Giannetti, S. Laurani, Elio Petri,
Gianni Puccini, Cesare Zavattini; fotografia: Otello Martelli;
scenografia: Carlo Egidi; costumi: Paolo Ricci; musica: Rino da
Positano; montaggio: Gabriele Varriale; interpreti: Silvana
Pampanini, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti, Umberto Spadaro, Monica
Clay, Franco Bologna; origine: Italia; produzione: Domenico Forges
Davanzati; durata: 106'
«Il matrimonio è
il sogno di Anna Zaccheo, una bellissima ragazza figlia di un
conducente della funicolare di Napoli. Il ricco pescivendolo don
Antonio, rozzo e sgraziato, smania per averla in sposa e le invia
continuamente dei fiori per tentare di apreire una breccia nel suo
cuore. Ma egli non è certo l'uomo dei sogni di Anna, che
sembra invece interessata ad Andrea, un marinaio di Ancona bello e
gentile» (Marco Grossi). «Con Un marito per Anna
Zaccheo, […], De Santis rielabora alcuni dei temi che gli
stanno particolarmente a cuore (l'eterna casistica del desiderio
amoroso, la forza e la debolezza del sex appeal femminile, il
conflitto tra modernità e tradizione) nella cornice quanto
mai propizia del filone napoletano dove, com'è
universalmente noto, le coordinate sociali o politiche lasciano il
passo al melodramma della diversità tenace, dell'emigrazione
senza scampo di una classe subalterna efficacemente identificata
nel proprio immaginario, nella propria sottocultura, nella propria
sfrontata "rappresentabilità", nel proprio - come si direbbe
oggi - look» (Caprara).
Per gentile
concessione di Cristaldi Film, copia proveniente dalla Cineteca di
Bologna - Ingresso gratuito
ore 21.00
Un apprezzato professionista
di sicuro avvenire (1972)
Regia: Giuseppe De Santis;
soggetto e sceneggiatura: G. De Santis, Giorgio Salvioni;
fotografia: Carlo Carlini; scenografia e costumi: Giuseppe Selmo,
Enrico Checchi; musica: Maurizio Vandelli; montaggio: Adriano
Tagliavia; interpreti: Lino Capolicchio, Riccardo Cucciolla, Femi
Benussi, Robert Hoffmann, Ivo Garrani, Yvonne Sanson; origine:
Italia; produzione: Filmnova; durata: 134'
«Il giovane avvocato
Vincenzo Arduini è figlio di un onesto capostazione. Molto
ambizioso, sposa Lucia, figlia di un costruttore senza scrupoli, e
diventa assessore all'urbanistica. Durante la prima notte di
matrimonio scopre di essere impotente. Ma il suocero vuole a tutti
costi un nipote e, scartata l'ipotesi di adottare un bambino per
non essere messo in ridicolo pubblicamente, Vincenzo convince Lucia
a farsi fecondare da un altro uomo» (Marco Grossi).
«Nel 1972, per riuscire finalmente a chiudere un progetto,
costituisco una società di produzione con lo sceneggiatore
Giorgio Salvioni. Un apprezzato professionista di sicuro
avvenire è di nuovo un film ispirato a un fatto di
cronaca, come mi è accaduto quasi sempre, perché la
cronaca mi ha sempre stimolato. Il film è stato bocciato in
censura due volte, perché la vicenda di un prete che scopre
la dimensione del rapporto sessuale faceva scandalo. Il film
è stato massacrato dalla critica…» (De Santis).
«Un apprezzato professionista di sicuro avvenire
è un film, indubbiamente personale, le cui qualità
principali possono facilmente venire scambiate per difetti: gusto
dell'ampollosità, del melodramma, enorme sovraccarico di
ironia […]; al punto tale che la sceneggiatura, che avrebbe
potuto funzionare come l'ispirazione socio-poliziesca di un Damiano
Damiani, si trasforma in una gigantesca farsa, un irridente numero
da grand-guignol che va letto al di là delle apparenze.
[…] Situato, malgrado le risonanze della sceneggiatura,
nettamente al di fuori della corrente sociopolitica della
produzione italiana, Un apprezzato professionista è
una favola delirante sull'arrivismo, le ossessioni sessuali,
l'impotenza, che Lino Capolicchio, Riccardo Cucciolla, Femi
Benussi, Ivo Garrani e Yvonne Sanson interpretano con tutta la
dismisura ironica richiesta. Peraltro, il film risulta piuttosto
rivelatore di una comunanza di idee e di fattura tra De Santis e il
Petri di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni
sospetto» (Christian Viviani).
mercoledì 29
La sottile
linea rosa 3: appuntamenti con il cinema delle donne
Omaggio a
Rosalia Polizzi
Dopo i successi della prima e
della seconda edizione della rassegna, curate da Maria Coletti e
dedicate nel 2006 e nel 2007 a una carrellata lungo trent'anni di
cinema italiano al femminile, riallacciamo il filo con la
produzione cinematografica italiana realizzata dalle donne, in una
ipotetica "controstoria" del cinema italiano, attraverso figure di
registe o attrici che vogliamo ricordare e (ri)vedere. Gli
appuntamenti mensili, a cura di Maria Coletti e Annamaria
Licciardello, vogliono tessere una sorta di storia sotterranea, che
possa rendere conto, pur con le inevitabili lacune, di ciò
che è stato prodotto in questi anni dalle donne, attraverso
le mille tematiche affrontate, e i molti stili che le riflettono:
il corpo, la memoria, la storia, il paesaggio italiano e le
trasformazioni sociali e familiari, le piccole e grandi resistenze.
Una molteplicità di sguardi e di riflessioni sul cinema e
sulla realtà italiana che trova un corrispettivo linguistico
anche nella varietà dei formati, dalla pellicola al video,
dalla finzione al documentario.
L'appuntamento di febbraio vuole
rendere omaggio alla regista italo-argentina, ex allieva del Centro
Sperimentale di Cinematografia, Rosalia Polizzi, da poco scomparsa.
«La storia delle donne in Italia e del femminismo non
può essere studiata senza la conoscenza dell'opera e dei
film di questa regista. Rosalia Polizzi è stata una
testimone e una interprete molto attenta del movimento femminista,
ne ha raccontato le lotte e le conquiste e ha contribuito a far
conoscere e a diffondere il pensiero delle donne. I suoi film
documentari, degli anni settanta in particolare, sono stati citati,
con il riuso di alcuni brani, in diversi film successivi, da una
nuova generazione di giovani registe per le loro opere sul tema
della condizione femminile. Citiamo in particolare Alina Marazzi e
Silvia Savorelli» (Aamod).
Cortometraggi
in collaborazione con l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio
e Democratico
ore 17.00
Riconciliati (2000)
Regia: Rosalia Polizzi; soggetto
e sceneggiatura: R. Polizzi; fotografia: Giovanni Battisti Marras;
musica: Simone De Santis, Remo Fiore; montaggio: Paolo Benassi;
interpreti: Veronica Visentini, Giovanni Vettorazzo, Paola
Pitagora, Vittorio Viviani, Beatrice Palme, Ana Valeria Dini;
origine: Italia; produzione: Technovisual; durata: 96'
In un lungo weekend si ritrova
un gruppo di amici, eterogenea rappresentanza degli ultimi
venticinque anni della sinistra italiana. Alcuni di loro non si
vedono da tempo, l'occasione dell'incontro è l'uscita dal
carcere di un ex amico e compagno, accusato dell'uccisione di un
giudice negli anni Ottanta. Roberto Ferro è in
libertà condizionata e vuole sapere chi, fra i suoi compagni
di un tempo, l'ha denunciato. «Riconciliati, il
secondo lungometraggio di Rosalia Polizzi, a sei anni di distanza
dal precedente Anni ribelli, è nella sezione Panorama
del Festival di Berlino. Il film narra la fine di una passione
politica e il suo riconciliarsi in qualche modo, non esente da
conflittualità, con la perdita del sogno. È la storia
di un contrasto generazionale tra genitori ex sessantottini e figli
adolescenti nell'era veloce della tecnologia. È un mettere a
confronto due stili di vita divisi da una manciata d'anni che hanno
spazzato via ogni utopia, prima tra tutte quella del socialismo.
È la vita vera di molti cinquantenni d'oggi rimasti
incastrati nell'illusione/delusione dei credo degli anni settanta,
e mai cresciuti sopra. Un po' bambini, a volte più dei loro
figli, cui non hanno dato regole per spirito di libertà e
che sono cresciuti senza una precisa identità. […]
Due generazioni a confronto, una incastrata nei sogni che ha
generato l'altra, senza identità. Riconciliarsi sembra
un'utopia» (Beatrice Rutiloni, Aamod).
ore 19.00
Anni ribelli (1994)
Regia: Rosalia Polizzi; soggetto
e sceneggiatura: R. Polizzi, Mario Prosperi; fotografia: Juan
Carlos Lenardi; montaggio: Alfredo Muschietti; costumi: Michela
Gisotti; musica: Luis Bacalov; scenografia: Santiago Elder;
interpreti: Leticia Bredice, Massimo Dapporto, Alessandra Acciai,
Adelaide Alessi, Eva Burgos, Juan Cruz Bordeau; origine:
Italia/Argentina; produzione: Sintra, Division Productiones;
durata: 108'
Nella Buenos
Aires del 1955, quando cadde Peron, l'adolescente Laura cerca di
sfuggire all'abbraccio soffocante della famiglia siciliana e al
rapporto di amore-odio verso il padre, attraverso la cultura,
l'amore per il teatro e il cinema e l'impegno politico. Fortemente
autobiografica e densa di citazioni, l'opera prima della Polizzi
tratteggia un'educazione sentimentale al femminile che si realizza
attraverso l'uccisione metaforica del padre e insieme verso la
riscoperta delle proprie radici italiane. «"Far l'America e
tornare: questo pensavamo in tanti, invece siamo qui..." è
la romantica canzone (in do minore) alla radio, canzone di successo
scritta dallo zio della protagonista, la sedicenne Laura,
interpretata da Leticia Bredice, una rivelazione per lo schermo.
Sono suoi gli anni ribelli dell'adolescenza, vissuti al limite
degli anni Cinquanta. […] Rosalia Polizzi (coautrice anche
delle canzoni della colonna sonora, accanto ai tango di Pugliese)
regista di vasta esperienza televisiva ha raccontato qualcosa di
sé e dei suoi ricordi, anche lei nata in Argentina e poi
arrivata in Italia con una borsa di studio e diplomata al Centro
Sperimentale. […] Cade Peron, i capi di esercito e marina
prendono il potere e negli stessi giorni muore il padre: lei resta
impietrita vedendolo morire senza muoversi per dargli le sue
medicine, è come la liberazione da un incubo. Più
declina il padre, più lei diventa grande e sicura, con la
sua morte inizia la sua vita e si prepara al grande viaggio verso
l'Italia. In quella casa di tante donne dove un solo uomo tiene in
pugno diverse vite abbiamo la visione un po' anacronistica ma
neanche tanto lontana di un autentico maschio latino vecchio stile
accanto al ricordo di gesti precisi (la nonna che spreme il succo
di limone nell'acqua e parla una lingua antica), il lavoro di sarti
in casa che padre e nonna eseguono con abilità, le feste di
famiglia. L'atmosfera della casa e del film mantiene il tono di
dolcezza che solo il ricordo e la riconciliazione possono
concedere» (Silvana Silvestri, Associazione Lucrezia
Marinelli. Archivioteca di film a regia femminile).
ore 21.00
Da bravi amici
(1964)
Regia: Rosalia Polizzi; soggetto:
R. Polizzi; fotografia: Carlo Tafani; scenografia: Gisella Longo;
aiuto regia: Franco Brocani; interpreti: Luigi Pierdominici, Nanni
Loy; origine: Italia; produzione: Csc; durata: 8'
Short del II
anno del corso al Csc, questa esercitazione è stata
realizzata in due giorni, il 13 e 14 aprile 1964. Il solito
intellettuale che vuol troncare una relazione con una ragazza molto
giovane e non trova le parole.
Ingresso
gratuito
a seguire
La donna è cambiata
l'Italia deve cambiare (1976)
Regia: Rosalia Polizzi; testo:
Bianca Bracci Torsi, Raffaella Fioretta; fotografia: Mario
Barsotti; montaggio: Carla Simoncelli; voce narrante: Gabriella
Genta; origine: Italia; durata: 33'
Documentario
realizzato per la campagna elettorale del 20 giugno 1976 dedicato
ai problemi delle donne e quindi rivolto all'elettorato femminile.
È costituito prevalentemente di interviste con donne sui
problemi centrali della questione femminile: il voto, le pari
opportunità, l'occupazione, l'aborto, i loro diritti e
così via. È montato poi con importanti immagini di
repertorio sulle lotte delle donne e delle manifestazioni da loro
condotte; vi sono anche repertori relativi alle elezioni del 1946
(dove vinse la Repubblica) con Palmiro Togliatti al voto; una
manifestazione per l'avanzamento del PCI alle elezioni del 15
giugno 1975 in cui Enrico Berlinguer tenne un comizio.
Per gentile
concessione dell'Aamod - Ingresso gratuito
a seguire
Madre ma come?
(1977)
Regia: Rosalia Polizzi;
fotografia: Paolo D'Ottavi, Maurizio Dell'Orco; montaggio: Laila
Cella; origine: Italia; produzione: Unitelefilm; durata: 34'
Il
documentario, attraverso testimonianze di donne, racconta la
difficoltà di realizzare una maternità serena e
consapevole in relazione a problemi quali la salute, il lavoro, gli
asili nido, la contraccezione, l'aborto. Il film è
interamente costruito sulla base di testimonianze raccolte in varie
parti d'Italia e in varie situazioni: una fabbrica occupata da
donne operaie, un asilo nido, un consultorio, la corsia di un
reparto maternità. La vicenda di una emblematica
maternità fa da filo conduttore all'inchiesta. Il
documentario vuole anche stimolare una maggiore presa di coscienza
del rapporto uomo-donna affinché diventi veramente un
rapporto paritario.
Per gentile
concessione dell'Aamod - Ingresso gratuito
a seguire
Madri e figli (1977)
Regia: Rosalia Polizzi;
fotografia: Paolo D'Ottavi; montaggio: Laila Cella; musica: Sergio
Pagoni; voce narrante: Gabriella Genta; origine: Italia;
produzione: Unitelefilm; durata: 13'
Documentario
sul rapporto tra madri e figli, sull'aborto e sulla
natalità, sul diritto alla scuola per i bambini. Il
complesso problema della condizione della donna nella
società d'oggi è affrontato dal film, in particolare
quello della maternità in rapporto ai servizi sociali:
consultori, ambulatori, asili nido, scuole materne.
Per gentile
concessione dell'Aamod - Ingresso gratuito








