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Carta Bianca / Filmcritica
«Filmcritica» resiste. «Filmcritica» esiste. Questa Carte Blanche testimonia della resistenza-esistenza di una rivista che, superati i sessant’anni, continua a rigenerarsi nella militanza.
21.02.2012
R-Esistenza
Andate al cinema per
resistere,
non rimanete passivi.
Siamo contro gli
inganni
perché vogliamo la
fantasia
Pierre Clementi nel
prologo
de La sua giornata di gloria
di Edoardo Bruno
«Filmcritica»
resiste. «Filmcritica» esiste. Questa Carte
Blanche testimonia della resistenza-esistenza di una rivista
che, superati i sessant'anni, continua a rigenerarsi nella
militanza, nell'idea di un cinema-pensiero, nella libertà e
fantasia con cui l'atto critico si fa poetico-politico, un modo per
"ri-guardare" e riscrivere film ci riguardino, e si
riscrivono nell'attuale-virtuale che è l'"altro reale" del
cinema. Abbiamo pensato a un percorso, lo abbiamo dedicato a
film-registi amati, e implicitamente a una idea "altra" del cinema
italiano (che in quanto tale pensiamo non esista, se non
rossellinianamente, laddove non lo si aspetta, guardando verso il
cosmo, nella cappella di Rothko, a Houston, o,
straubhuillettianamente, nella radura di un bosco a Buti).
Allora si va: da quel "cinema prima dei Lumière" che
è La presa di Roma di Alberini, fino agli effetti
speciali "aux bords de la politique" del geniale e
indimenticato Grifi. Dal Rossellini "apolide" e spiazzante, che
scava nell'atto mancato, di un film-"femme folle" come La
paura, al cinema "come terapia" (secondo il titolo di un suo
scritto su «Filmcritica»n° 433) de Il
diavolo in corpo di Bellocchio, dove il "le fou" coniuga la
potenza terroristica del femminile con la flagranza del
corpo filmico-politico. Dalla piazza assolata di falci e martello
della Sicilia! di Straub-Huillet, nella sequenza-film
L'arrotino, alle strade-piazze-scale-altane dove si mette
alla prova lo spirito della Comune e si mette in atto un
abbraccio di amore-rivoluzione possibile-impossibile ne La sua
giornata di gloria di Edoardo Bruno. Abbiamo così
pensato (su una idea di Marina Delvecchio fatta propria
dalla redazione e su invito della Cineteca Nazionale, che
ringraziamo) una giornata «Filmcritica» (del
resto con il blog "FilmcriticaRivista" ogni giorno dis-programmiamo
sequenze-film sul web). "Corpo glorioso", montaggio di "pensiero
che muove": il rischio di un cinema, senso in più che
sorprende.
Bruno Roberti
su
Filmcritica
Tutto si può dire
meno che i suoi 60 anni non siano percorsi da una pluralità
di storie, tali che qualcuno potrebbe ritenere perfino in contrasto
tra loro: Rossellini e Hollywood, Bresson e Hitchcock, il grande
cinema sovietico e il grande cinema americano, Pasolini e Orson
Welles, de Oliveira e Clint Eastwood, Straub/Huillet e Godard,
Raoul Ruiz e Gitai, oppure anche il cinema mainstream e quello
sperimentale. Coppie di opposti che non sono opposti, alla prova
della scrittura e della sensibilità filmica. Contro il
cattivo cinema, il cinema pretenzioso, contenutistico, mero veicolo
di ideologismi. Come dice Godard, il cinema non è un'arte
né una tecnica, ma un mistero. E il mistero implica il
rischio. «Forse - come concludeva Emilio Garroni in
Estetica -, il senso è il rischio che non possiamo
non correre, di cogliere la sensatezza, mentre la
conquistiamo». Senso come rischio.
Alessandro Cappabianca
ore 17.00
La presa di Roma
(1905)
Regia: Filoteo Alberini;
fotografia: F. Alberini; scenografia: Augusto Cicognani;
interpreti: Carlo Rosaspina, Ubaldo Maria Del Colle; origine:
Italia; produzione: Alberini & Santoni; durata: 6'
La presa di Roma è il
primo film prodotto industrialmente da una casa cinematografica,
l'Alberini & Santoni, società fondata da Filoteo
Alberini, vero e proprio pioniere della cinematografia italiana:
già nel dicembre 1895 deposita il progetto del Kinetografo,
macchina da presa e proiezione, simile a cinématographe
brevettato dai fratelli Lumière solo qualche mese prima.
Il film è stato restaurato dalla Cineteca Nazionale,
partendo dal materiale nella Rivista Luce n. 4, contenente
le scene più complete e più antiche ad oggi note del
film. «La tecnologia digitale è stata […]
adottata anche per il restauro complessivo del film, in quanto
unico strumento in grado, sulla base dei duplicati della
Rivista Luce, di stabilizzare l'immagine, correggerne i
contrasti e il tono fotografici, pulirla per quanto possibile dalla
miriade di graffi accumulati in un secolo di vicissitudini,
aggiungendovi inoltre, con qualità d'immagine relativamente
accettabile, il quadro fisso recuperato dal Bollettino del
1905. L'intero frammento è stato trascritto nei laboratori
di Cinecittà dai duplicati negativi del 1935 in formato
digitale a risoluzione 2K (2048 linee vertcali per 1556
orizzontali, oltre tre milioni di pixel complessivi) e, dopo il
lavoro di pulizia dell'immagine e la ricolorazione dell'ultima
scena come accennato, è stato ri-registrato su duplicato
negativo in pellicola dal quale, dopo l'inserimento delle
didascalie, sono state stampate le nuove copie» (Mario
Musumeci). «Film "prima del cinema" in cui c'è
già tutto, le riprese in studio e quelle "per le strade", il
senso della Storia come Attuale/Virtuale, persino il colore. Una
idea di "documento fantastico" che prelude tanto al Rossellini
di Viva l'Italia, quanto al Noicredevamo di
Martone» (Roberti).
a seguire
La paura (1954)
Regia: Roberto Rossellini;
soggetto: dal racconto Die Angst di Stefan Zweig;
sceneggiatura: Franz Treuberg, Sergio Amidei, R. Rossellini;
fotografia: Carlo Carlini; musica: Renzo Rossellini; montaggio:
Jolanda Benvenuti, Walter Boos; interpreti: Ingrid Bergman, Mathias
Wieman, Renate Mannhart, Kurt Kreuger, Luisa Vidor, Elise Aulinger;
origine: Italia/Germania; produzione: Aniene Film, Ariston Film;
durata: 82'
Irene è
la moglie di un industriale farmaceutico. Ha un amante, Enrico. Ma
il comportamento affettuoso del marito acuisce il suo senso di
colpa. A complicare il tutto è una donna che le dice di
essere stata l'amante di Enrico ed essendo a conoscenza della
relazione clandestina di Irene, la ricatta. «Legare il cielo
alla terra in una ricerca materialistica dove la
spiritualità stessa si coglie attraverso atti reali,
scarnificando all'essenza gesti e parole, sino agli atti
disancorati dalla ragione e "diversi" nella loro innocenza,
è il segno della poetica rosselliniana» (Edoardo
Bruno). «L'essere, l'esistere, con Rossellini, dopo
Rossellini, bisogna ora ritrovarli, trovare altre parole per dirli,
parole sconosciute in una lingua sconosciuta. Cinema mai più
ripetuto, film che non ha più bisogno del cinema e del
filmare, per darsi ovunque, origine d'ogni sguardo, intenzione,
rivoluzione, aspettativa, stimolo, nouvelle vague, underground,
isolata telecamerina, singola rivendicazione di metodo...»
(Esposito).
ore 18.45
La sua giornata di gloria
(1969)
Regia: Edoardo Bruno; soggetto e
sceneggiatura: E. Bruno; musica: Vittorio Gelmetti; montaggio: E.
Bruno; interpreti: Carlo Cecchi, Philippe Leroy, Maria Manuela
Carilho, Raoul Martinez, Sergio Sereafini, Angelica Ippolito;
origine: Italia; produzione: F.C. Cinematografica; durata:
80'
Richard
inconsapevolmente ha fornito preziose informazioni alla polizia che
hanno portato alla morte di un ragazzo durante un atto di
guerriglia urbana. Per riscattarsi agli occhi dei suoi compagni li
convince a compiere una rischiosa azione terroristica.
«"Noi che abbiamo voluto sulla terra edificare la
gentilezza non potemmo essere gentili" (didascalia che
chiude-apre il film). Film radicale, di stringente e struggente
situazionismo, film che ci guarda e che vede i nostri sogni,
realizzandoli in un tempo "anacronico", in un senso quanto mai
necessario oggi, del "comune", e insieme della
"singolarità"» (Roberti).
ore 20.15
Incontro moderato da Enrico
Magrelli con Edoardo Bruno e la redazione di
«Filmcritica»
a seguire
L'arrotino (2001)
Regia: Jean-Marie Straub e
Danielle Huillet; origine: Italia; durata: 9'
«Una rivisitazione
secca, rigorosa, essenziale, una scelta di paragrafi, di dialoghi
duri, martellanti. [...] L'arrotino è qui assunto a simbolo
di un discorso politico, con quel suo arnese per arrotare montato
sulla bicicletta, e il suo parlare in libertà di lame e di
coltelli, per riaffermare la dignità e la fierezza dell'uomo
in periodi [...] in cui tutto sembra dissolversi in una molle
insensatezza. Le ultime parole dell'arrotino "se ci fossero
coltelli, forbici, punteruoli, picche e archibugi, mortai, falci e
martelli, cannoni, dinamite" chiudono la rappresentazione in un
grido di rabbia e di speranza. Nel silenzio, forse sin troppo
spiegabile, della nostra intellettualità ed informazione
(con qualche eccezione come «Il Manifesto»), Jean-Luc
Godard ha scritto "Grazie per questi momenti di bellezza e di
chiarezza in un mondo cupo e ottuso" (Bruno).
Ingresso
gratuito
a seguire
A proposito degli effetti
speciali (2001)
Regia: Alberto Grifi; coregia:
Gianfranco Baruchello (per la parte su Man Ray); soggetto: da testi
di A. Grifi, Man Ray, Aldo Braibanti; fotografia e montaggio: A.
Grifi; interpreti: A. Grifi, Alessandra Vanzi, Man Ray, Aldo
Braibanti, Lou Castel, Massimo Sarchielli; origine: Italia;
produzione: A. Grifi, A. Vanzi; durata: 45'
Nella prima parte Alessandra
Vanzi, Miss Ontophilogenesis, legge Man Ray. È seduta su un
letto, le vediamo la schiena nuda - uno spettatore esperto potrebbe
avvertire l'assenza delle chiavi di violino. Nella seconda parte
Grifi commenta due vecchi cortometraggi: uno ritrae Man Ray nel suo
studio di Parigi, mentre minaccia il regista con un bastone da
passeggio riflesso su una lamiera metallica, come in un
insegnamento Zen; l'altro riguarda il teatro di Aldo Braibanti.
Nell'ultima parte, Grifi si rivolge alla macchina da presa riflesso
in uno specchio deformante: parla di un mondo virtuale da
contrapporre alla realtà dell'inquinamento, della violenza,
della disoccupazione, del crimine, della mancanza di compassione e
di vergogna. «Tenere duro. Così Alberto Grifi
intitolava il suo scritto, quindici anni dopo Laverifica
incerta, per il numero 300 di «Filmcritica». Da
sempre, tra i "nostri" registi, dopo Anna, segnalato dalla
rivista come miglior film del 1964, i rapporti con lui erano
assidui, festosi, commoventi. Sempre, per noi, Grifi costituiva una
scoperta e una necessità, quel suo incessante lavoro a
fabbricare attrezzi per fare cinema, per "riprendere" e proiettare,
sul nervo di una visione d'avanguardia, sempre politica e
militante, la verità del reale, ci esaltava e
commuoveva» (Bruno).
Ingresso
gratuito
a seguire
Diavolo in corpo
(1986)
Regia: Marco Bellocchio;
soggetto: M. Bellocchio, Enrico Palandri; sceneggiatura: M.
Bellocchio, con la collaborazione di Ennio De Concini; fotografia:
Giuseppe Lanci; musica: Carlo Crivelli; montaggio: Mirco Garrone;
interpreti: Maruschka Detmers, Federico Pitzalis, Anita Laurenzi,
Riccardo De Torrebruna, Alberto Di Stasio, Catherine Diamant;
origine: Italia/Francia; produzione: L.P. Film, Istituto
Luce/Italnoleggio Cinematografico, Film Sextile; durata: 115'
Un giovane studente intreccia
una storia con la figlia di un uomo ucciso dalle BR in procinto di
sposare un ex-brigatista pentito. «Bellocchio
riscopre il diavolo dentro di sé, si appassiona nel filmare
la sessualità dei corpi femminili: essa ridà vigore e
intesa al suo sguardo, stile al suo film»
(Melani).
Ingresso
gratuito








