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Vittorio De Seta. Diari di un maestro di cinema
L'omaggio a De Seta prosegue in febbraio con due giornate, il 1° e il 7. Alle 21.00 del 1° febbraio "Vittorio De Seta. Lo sguardo in ascolto" di Daniele Ciprì e Franco Maresco (1995). Una conversazione tra De Seta e Goffredo Fofi.
01.02.2012
- 07.02.2012
I pescherecci al tramonto. I
pastori ad Orgosolo all'alba di un nuovo giorno. Uomini a
metà in crisi da tormenti interiori psicoanalitici. Viaggi
on the road per ricostruirsi un'identità, con matrimoni
falliti alle spalle. La scuola come mai si è vista al cinema
e alla televisione. Sono solo alcuni esempi del cinema e della
televisione di Vittorio De Seta, tra i primi a essere stato un
cineasta indipendente, «quando era difficilissimo essere dei
cineasti indipendenti, quando non c'erano le condizioni per poter
essere dei cineasti indipendenti. Il suo cinema io non so definirlo
altro che come "cinema della purezza". Tutta la sua opera è
coerente a un'idea di cinema che non scende a compromessi, e nello
stesso tempo, e proprio per questo, a un'idea avventurosa del
cinema affine a quella dei pionieri». Sono le parole molto
toccanti e sentite di Franco Maresco e scritte come introduzione al
bel volume di Goffredo Volpi e Gianni Volpi, Vittorio De Seta.
Il mondo perduto (Lindau, 1999) e che sintetizzano alla
perfezione la poetica di un autore di cinema, isolato, schivo, ma
fondamentale nel rinnovare il linguaggio del documentario e non
solo. Non è un caso che Jean Thévenot su «Les
Lettres Françaises» intitolasse un suo articolo senza
inutili reticenze: Une révélation: Vittorio De
Seta, raccontando di come rimase impressionato positivamente
dalla visione dei primi sei documentari girati in Sicilia dal
regista palermitano. Privi di voce off, lasciando parlare le
persone, i luoghi, gli ambienti, rigorosamente a colori, in
cinemascope o nel suo surrogato cinepanoramic, lanciato appena
l'anno prima dai kolossal storico-avventurosi e dalle commedie
brillanti americane… una vera rivoluzione nel mondo immobile
e paludato dei documentari. E se il suo primo lungometraggio,
pluripremiato, è rigorosamente in bianco e nero, Banditi
a Orgosolo, il secondo, Un uomo a metà, sempre in
bianco e nero, mise in crisi una certa critica ostinatamente e
ottusamente contenutistica. «Non allineato, non riconciliato,
caparbiamente problematico: in una parola scomodo. E isolato.
Insofferente ai dogmi, di partito così come di Chiesa (da
marxista prima e cristiano poi, ma sempre e ostinatamente a suo
modo), De Seta non ha mai frequentato, anzi spesso deliberatamente
rifiutato, i "salotti buoni": quelli dell'intellighenzia snob
così come quelli romani del cinema ricco e facile e della
televisione routinesca e dozzinale. Indisponibile ai compromessi o
ai giochi al ribasso (mai un Carosello nella sua carriera),
alieno alle ipocrisie delle trafile burocratiche necessarie a far
approvare un qualsiasi progetto produttivo in Rai».
Così scriveva giustamente Alessandro Rais, nel volume da lui
curato Il cinema di Vittorio De Seta (Giuseppe Maimone
Editore, 1995). Vittorio De Seta si è spento a Sellia
Marina, il 28 novembre 2011. Doverosa e lodevole l'iniziativa
coordinata dall'Apollo 11 Centro aggregativo e da Officina Film
Club. È la prima volta che nella nostra città si
realizza una retrospettiva-omaggio ad un cineasta con una tale
diffusione territoriale, tra centro e periferia, con proiezioni che
coinvolgono biblioteche, sale cinematografiche, sale d'essai, club
cinema, aule universitarie e scolastiche, con il coinvolgimento di
cineteche ed archivi di diverse regioni italiane. Al Cinema Trevi
si potranno vedere i primi tre lungometraggi del regista e le
quattro puntate de La Sicilia rivisitata (in programma
martedì 7), dove il cineasta si reca negli anni Ottanta a
filmare i luoghi e i volti dei suoi primi documentari, realizzati
nei lontani anni Cinquanta.
Si ringrazia per la gentile
collaborazione Rai Teche.
ore 17.30
Un uomo a metà
(1966)
Regia: Vittorio De Seta;
soggetto: V. De Seta; sceneggiatura: Fabio Carpi, Vera Gherarducci,
V. De Seta; fotografia: Dario Di Palma; scenografia: V.
Gherarducci; musica: Ennio Morricone; montaggio: Fernanda Papa;
interpreti: Jacques Perrin, Lea Padovani, Ilaria Occhini, Gianni
Garko, Rosemarie Dexter, Pier Paolo Capponi; origine: Italia:
produzione: Dear, De Laurentiis; durata: 93'
Un uomo in crisi vaga nei
luoghi della memoria. « La sceneggiatura era molto più
lunga e descriveva anche la crisi del protagonista, le conseguenze
di essa rispetto al contesto sociale, il lavoro, etc. Purtroppo i
film non possono durare più di due ore ed i mezzi a
disposizione per fare un film indipendente sono comunque sempre
scarsi. Di conseguenza il film si è intimizzato al massimo
grado, racconta soltanto le «cose di dentro», la crisi
del protagonista a causa dei suoi complessi, dei quali si libera
con un processo di autoanalisi, per integrarsi nel senso
individuale cioè esattamente nel senso opposto per il quale
si usa questo verbo oggi. Il protagonista conosce la propria parte
«ombra», come direbbe Jung, si accetta, dolorosamente,
si integra, diventa uomo» (De Seta). «È un film
interessante, ma ha subito troppe elaborazioni in fase di
sceneggiatura e ha avuto la malasorte di giungere in ritardo. Se
fosse venuto prima delle Stagioni del nostro amore (al quale
è superiore nella qualità stilistica), avrebbe avuto
maggiore significato come sintomo di quella crisi ideologica della
sinistra di cui si parlava. Se avesse conservato l'impianto
primitivo, dove Michele soffriva un doppio trauma, sul piano
individuale per l'esperienza familiare e sul piano collettivo per
aver assistito alla violenza della guerra, e dove egli infine si
riconciliava con l'idea del padre, l'introspezione si sarebbe
distesa in una struttura narrativa ben altrimenti articolata, e
l'ottimismo del finale maggiormente motivato. Taglia e cuci (di
settantamila metri girati, De Seta ne ha utilizzati
duemilasettecento), il film risulta una esercitazione di bella
calligrafia, moderna e squisita ma scarsa di verità
drammatica perché condotta, con una recitazione stilizzata,
verso un processo di astrazione che finisce con l'investire anche
la sostanza umana dei personaggi, statici nei loro connotati. Il
film ha immagini di suggestivo lirismo nell'ordine figurativo, ma
che non fanno avanzare l'analisi psicologica oltre lo stadio
descrittivo. Né lo aiutano l'enfatica musica di Morricone e
la maschera fissa di un livido Jacques Perrin, truccato peraltro
molto bene» (Grazzini).
ore 19.15
Banditi a Orgosolo
(1961)
Regia: Vittorio De Seta;
soggetto: V. De Seta; sceneggiatura: Vera Gherarducci, V. De Seta;
fotografia: V. De Seta; costumi: Marilù Carteny; musica:
Valentino Bucchi; montaggio: V. De Seta; interpreti: Michele Cossu,
Peppeddu Cuccu, Vittorina Pisano; origine: Italia; produzione:
Vittorio De Seta; durata: 98'
Un pastore sardo accusato
ingiustamente di furto e omicidio, si dà alla macchia in
Barbagia. «Nel '58 ero già andato a realizzare due
cortometraggi, Pastori di Orgosolo e Un giorno in
Barbagia. Ci sono tornato alla fine del '59, senza un'idea
precisa e ci sono rimasto per alcuni mesi, accompagnando i pastori
sul Supramonte, partecipando alla transumanza delle greggi dalla
montagna al mare. All'origine del mio interesse c'era anche
l'inchiesta su Orgosolo di Franco Cagnetta, pubblicata su "Nuovi
Argomenti", che aveva scatenato infuocate polemiche per il suo
approccio non moralistico e non istituzionale e aveva provocato
anche interventi censori da parte del potere politico, Scelba in
particolare» (De Seta). «Il film, ha come I
Malavoglia, nel ripristino del bianco e nero, nella rispondenza
tra personaggi e paesaggio, nell'essenzialità linguistica,
finanche nella scelta non dialettale del parlato, nel ritmo aedico
del racconto, i connotati del poema. Nel quale c'è sì
la storica separatezza del mondo dei pastori sardi, in cui lo Stato
irrompe, come fra i pescatori di Acitrezza, nel suo aspetto
punitivo, nel carabiniere che arresta 'Ntoni di padron 'Ntoni o
ricerca il bandito Michele Jossu, ma c'è come il dominio
sopra la vicenda di una inesplicabile condanna, il volere di un
fato imperscrutabile» (Vincenzo Consolo).
ore 21.00
Vittorio De Seta. Lo sguardo
in ascolto (1995)
Regia: Daniele Ciprì e
Franco Maresco; origine: Italia; produzione: Cinico Video; durata:
42'
Una
conversazione tra De Seta e Goffredo Fofi con sequenze dei film del
regista.
a seguire
L'invitata (1969)
Regia: Vittorio De Seta;
soggetto: Tonino Guerra, Lucille Laks; sceneggiatura: V. De Seta;
fotografia: Luciano Tovoli; scenografia: Pierre Guffroy; musica:
George Garvarentz; montaggio: Emma Le Chanois, Gina Pignier,
Alessandro Lena; interpreti: Joanna Shimkus, Michel Piccoli,
Jacques Perrin, Paul Barge, Lorna Heilbron, Jacques Rispal;
origine: Italia/Francia; produzione: Cormons Film, Opéra
Film; durata: 90'
Una giovane donna francese
viene svegliata dal marito, di ritorno da un viaggio in
Inghilterra, che si è portato dietro una ragazza inglese.
Fra i due c'è del tenero. La moglie fugge via…
«In uno stile che può sembrare piatto, è un
discorso, a favore dell'indulgenza all'interno della coppia. Il
soggetto era di Tonino Guerra e Lucile Laks e si muoveva in un'area
ermetica, allusiva, allora di moda, che non mi apparteneva. Tentai
di introdurvi un minimo di scavo psicologico attorno al tema
dell'"invitata", in qualche modo dell'"esclusa", e un minimo di
rigore nella costruzione, ad esempio con la simmetria dei due
triangoli amorosi che compaiono all'inizio e alla fine del viaggio
della protagonista. Il film fu girato nella primavera del '68, in
condizioni precarie: sei-sette settimane, tutte in viaggio, e in
più il problema dell'attrice. Joanna Shimkus era una "cover
girl" ma disponibile quando era stata contattata; prima delle
riprese, però, ebbe una "love story" che la stravolse. Era
completamente passiva, le dovevi allargare i capelli per scoprirle
il volto, inquadrarla» (De Seta). «Dopo aver affrontato
l'abigeato in Banditi a Orgosolo e la psicanalisi in Un
uomo a metà, Vittorio De Seta ha comunque provato ad
affrontare con serietà e sobrietà anche l'adulterio
in L'invitata. C'è riuscito per un terzo di film. Il terzo
di film in cui si impone il talento, forse più istintivo che
meditato, comunque irresistibile, della bravissima Joanna Shimkus.
Dichiaro pubblicamente di non aver mai visto al cinema qualcuna,
moglie o amante, piangere così indifesamente. Stupende
lacrime. A momenti pare addirittura che Joanna Shimkus stia per
realizzare il massimo miracolo: spremere un briciolo di commozione
da quella stampella, quella gruccia, quel manichino,
quell'attaccapanni rispondente al nome e cognome dell'eterno
architetto Michel Piccoli» (Del Buono).
martedì 7
ore 17.00
La Sicilia rivisitata (1980)
Regia: Vittorio De Seta; fotografia: V. De Seta; montaggio: V.
De Seta; origine: Italia; produzione: Rai; durata: 207'
«Mi sembrava interessante tornare in Sicilia
ventiquattro anni dopo, nel '78-79, a far vedere i documentari,
sentire le reazioni. Se fossero stati fatti più lavori di
questo genere, conosceremmo meglio la storia del nostro paese, come
sono andate le cose. […] I miei documentari restano come un
"documento": fanno vedere il mondo com'era» (De Seta).
«L'effetto di shock provocato da De Seta in La Sicilia
rivisitata mettendo in relazione i suoi documentari siciliani
del '55 con immagini e sensazioni registrate venticinque anni dopo,
è di quelli che rimangono nella storia della
comunicazione» (Gazzano).
La prima puntata è dedicata
la pesca del pesce spada, la seconda alle Eolie, la terza alle
miniere di zolfo e alle celebrazioni pasquali, la quarta alla
mietitura del grano e alla pesca del tonno a Favignana.
Per gentile concessione di Rai Teche
- Ingresso gratuito










