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L’isola che non CIE

L’odissea dei migranti tra il Mediterraneo e i Centri di Identificazione ed Espulsione.

17.05.2013
"Come un uomo sulla terra" di Andrea Segre (2008)
Quali politiche sociali sarebbe opportuno intraprendere per reagire con giustizia e umanità alle stragi dei migranti e al dramma di migliaia di persone alla ricerca di un futuro migliore? Come raccontare attraverso le immagini le mille e una declinazioni possibili della migrazione: lo spaesamento, l'esilio, la voglia di ricominciare; l'odissea della richiesta di asilo e la solitudine in attesa di una nuova patria; o il vissuto lacerante e traumatico nell'universo concentrazionario dei centri di detenzione? Con sempre più acceso interesse e viva partecipazione la società civile, insieme ai cineasti e ai "mediattivisti", sta ponendo queste domande, cercando anche di articolare alcune possibili risposte. Il cinema documentario è in prima linea in questa battaglia di idee e di immagini contro gli stereotipi dominanti e contro il silenzio ancora troppo diffuso. I documentari, presentati in questa occasione, e l'incontro con alcuni cineasti, studiosi, operatori e giornalisti vogliono essere un piccolo doveroso passo per contribuire insieme a rompere il muro dell'indifferenza. Per la prima volta, una troupe cinematografica è entrata in un CIE e ci documenta l'orrore perfettamente organizzato per annientare la dignità e l'unicità delle persone. Stavolta non possiamo mentire a noi stessi dicendo che "non sapevamo"…
L'evento è organizzato dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Archivio delle Memorie Migranti e ZaLab.
Giornata a ingresso libero
 
ore 17.00
Come un uomo sulla terra di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, con la collaborazione di Riccardo Biadene (2008, 60')
Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell'inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni. Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus, punto di incontro di molti immigrati africani coordinato da Marco Carsetti e da altri operatori e volontari. Qui ha imparato non solo l'italiano, ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia e di provare a rompere l'incomprensibile silenzio su quanto sta succedendo nel paese del Colonnello Gheddafi.
Copia proveniente da Zalab
 
a seguire
Soltanto il maredi Dagmawi Yimer, Giulio Cederna, Fabrizio Barraco (2011, 49')
Girato a Lampedusa nel corso del 2010, periodo nel quale l'isola aveva smesso di fare notizia, e completato all'inizio del 2011, quando i nuovi sbarchi l'hanno riportata su tutti i media, il film propone lo sguardo incrociato di due realtà che a Lampedusa raramente dialogano tra loro: quella di un migrante, in questo caso Dagmawi Yimer, sbarcato da clandestino sulle coste dell'isola nel 2006 e che a Lampedusa deve la sua stessa vita, e quella degli abitanti di Lampedusa. Se al migrante fresco di sbarco l'isola era apparsa come l'avanguardia del benessere - con i suoi alberghi, le sue barche, i suoi turisti - alla sua videocamera si svela ora piena di problemi; l'aveva immaginata come frontiera del progresso, la ritrova isolata dal mondo, con lo sguardo nostalgico rivolto al passato e una patina fresca di vernice già incrostata di salsedine.
Copia proveniente dall'Archivio delle Memorie Migranti
 
ore 19.00
In nome del popolo italiano di Gabriele Del Grande, Stefano Liberti (2012, 7')
«Padri di famiglia, lavoratrici, ragazzi e ragazze nati in Italia. Al centro di identificazione e espulsione (CIE) di Roma ne arrivano ogni giorno. Non hanno commesso alcun reato, eppure rischiano di passare 18 mesi dietro le sbarre in attesa di essere espulsi. La loro detenzione è convalidata da un giudice di pace. In nome del popolo italiano. Basta un permesso di soggiorno scaduto. Lo dice la legge e questo basta a tranquillizzare l'opinione pubblica e a rimuovere il problema. Noi però abbiamo deciso di andare a vedere. Ne è nata una "Scheggia di Za", un viaggio per immagini e storie nel CIE di Roma. Perché siamo convinti che mostrare quei luoghi e ascoltare quelle voci significa rompere una definizione. E ribadire che nessun essere umano è illegale. Nemmeno quando lo dice una legge» (Del Grande e Liberti).
Copia proveniente da Zalab
 
a seguire
To Whom It May Concern di Zakaria Mohamed Ali (2012, 20')
Zakaria, giovane giornalista somalo, è sbarcato a Lampedusa come richiedente asilo. Fino ad oggi ha potuto ricordare l'isola come luogo di esclusione più che di arrivo. Dopo quattro anni ci torna da uomo libero, rievocando la sua permanenza nel CIE e andando alla ricerca delle memorie perdute.
Copia proveniente dall'Archivio delle Memorie Migranti
 
a seguire L'odissea dei migranti tra il Mediterraneo e i CIE
Incontro introdotto da Emiliano Morreale e moderato da Maria Coletti con Gabriella Guido, Zakaria Mohamed Ali, Flore Murard-Yovanovitch, Andrea Segre, Lula Teclehaimanot, Sandro Triulzi
 
ore 21.00
Vol spécial di Fernand Melgar (2011, 104')
Per la prima volta in Europa, una troupe cinematografica può entrare in un centro di detenzione per irregolari. Dopo La Forteresse - Pardo d'oro al Festival Internazionale del Film di Locarno - che trattava delle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in Svizzera, Fernand Melgar posa il suo sguardo sull'altra estremità della catena, ossia sulla fine del percorso migratorio. Il cineasta si è immerso nel corso di nove mesi nel centro di detenzione amministrativa di Frambois, a Ginevra, uno dei 28 centri di espulsione per Sans papiers in Svizzera. A Frambois si trovano alla rinfusa sia richiedenti asilo la cui domanda è stata rifiutata, sia clandestini. Alcuni tra questi si sono stabiliti in Svizzera da molti anni, hanno costituito una famiglia, lavorano, versano i contributi alle assicurazioni sociali e mandano i loro figli a scuola. Questo fino al giorno in cui i servizi cantonali di immigrazione decidono arbitrariamente di chiuderli in carcere, dove possono restare fino a 24 mesi prima di lasciare la Svizzera. Annientati dalla legge e dal suo implacabile ingranaggio amministrativo, coloro che si rifiutano di partire volontariamente vengono legati e ammanettati, costretti a indossare elmetti e pannolini, e infine imbarcati di forza su un aereo, con conseguenze a volte fatali. In questa situazione estrema, la disperazione ha un nome: vol spécial.
Copia proveniente da Zalab