In ricordo di Sergio Nuti, regista invisibile. Alle 19.15 incontro con amici e familiari di Sergio Nuti. Modera Mario Musumeci

 

 14.12.2012

E' recentemente scomparso Sergio Nuti, montatore e regista di un unico, grande, film, "Non contate su di noi".

 
«Tutto quello che so del cinema
l'ho imparato con lui in moviola»
Marco Tullio Giordana
 
 
La scomparsa di Sergio Nuti, montatore e regista di un unico, grande, film, Non contate su di noi, ci spinge a guardare ancora una volta indietro per ritrovare il filo di una ricerca attorno al concetto di invisibilità che proprio da lì prese spunto e avvio. Per proporre quel film, ritrovato fra i tesori della Cineteca Nazionale da Mario Musumeci, nacque l'appuntamento (In)visibile italiano. Primo film: Moltodipiù di Mario Lenzi, presentato quest'anno al Festival di Roma nella retrospettiva Cinema espanso 1962-1984. Secondo film: Non contate su di noi. Due film su una Roma scomparsa, quella che gravitava attorno al Pantheon negli anni Settanta, nel primo, la strana commistione fra opposti, la Balduina e Primavalle, nel secondo. E due film sulla droga imperante allora e sui sogni finiti, tramontati, crollati di una generazione. Per questo, e altro ancora, Sergio Nuti era nei nostri cuori.
Riproponiamo per l'occasione il testo introduttivo di (In)visibile italiano, 29 settembre 2006:
«Una Cineteca conserva e può fare rivivere non solo pellicole, ma anche - con quelle e "dentro" quelle - storie, emozioni, momenti di vita individuale e collettiva apparentemente perduti nella memoria. Conservarli serve a restituirli all'esperienza del pubblico, a condividerli.
L'appuntamento di (In)visibile italiano è dedicato a un film ormai pressoché introvabile e che anche fra gli addetti ai lavori sembra sbiadito nel ricordo. Eppure, nel 1978, Non contate su di noi, esordio nella regia di Sergio Nuti (già all'epoca e in seguito montatore professionista, collaboratore fra gli altri di Bellocchio, Mingozzi, Giordana), vinse il Nastro d'argento quale migliore opera prima, suscitando giudizi positivi da parte di molta critica nonostante l'asprezza del tema e la povertà dei mezzi, o forse proprio grazie a questi.
Cinque anni prima di Amore tossico e quasi venti anni prima di Trainspotting, Nuti racconta, senza reticenze e senza indulgenze - tanto meno di tipo estetico - ma con rigore, passione e perfino con un pizzico di moralismo, una storia "vera", interpretata da attori non professionisti e nella quale ha un ruolo fondamentale il paesaggio urbano (inclusi i suoni, in gran parte restituiti in presa diretta), una Roma vera e incombente, rigorosamente periferica (il quartiere Primavalle in primis, inclusa una parte ormai scomparsa), fotografata, insieme, con amore (si intuisce a tratti la trasfigurazione nel mito dell'America di Easy rider) e con distacco.
Il film fu girato in 16 mm e successivamente "gonfiato" in 35 per la distribuzione: a tutt'oggi i negativi originari sembrano irreperibili; unici elementi materiali sopravvissuti, conservati alla Cineteca Nazionale (grazie alla normativa sul deposito legale delle opere), restano i duplicati negativi 35mm e una copia positiva, integra anche se parzialmente segnata dall'usura e da un principio di fading del colore.
Per questo, come per migliaia di altri film, la conservazione dei materiali superstiti e la ricerca di quelli apparentemente perduti, insieme a iniziative di revival come questa, costituiscono la sola possibilità di sopravvivere e di raccontare le loro infinite storie».
 
ore 17.00
Non contate su di noi (1978)
Regia: Sergio Nuti; soggetto e sceneggiatura: Gianlorenzo Carbone, Francesco Ferrari, S. Nuti; fotografia: Renato Tafuri; scenografia e costumi: Enrico Luzzi; musica: Maurizio Rota; montaggio: Fernanda Indoni; interpreti: S. Nuti, M. Rota, Francesca Ferrari, Francesco Scalco, Antonio Spoletini, Manfredi Marzano; origine: Italia; produzione: Ixtlan Film; durata: 120'
Un giovane musicista romano incontra una ragazza in crisi di astinenza da eroina, la soccorre e si prende cura di lei: nasce una storia d'amore che coinvolge il protagonista nell'esperienza drammatica della tossicodipendenza, condivisa con la donna e con il gruppo di giovani che ruotano intorno alla coppia. Sincero ed esplicito, senza compiacimenti e senza indulgenze, il film acquista maggiore credibilità nel finale, che rifiuta ogni logica di happy end ma lascia aperto uno spiraglio alla speranza di riscatto di alcuni almeno dei protagonisti.